Luisa Gasbarri è saggista, sceneggiatrice, studiosa di storia delle donne e docente di creative writing. Ha inaugurato il genere noir shocking con il romanzo. L’istinto innaturale. È autrice di manuali alternativi e i suoi racconti compaiono in diverse antologie.
Ha pubblicato il suo romanzo con la casa editrice Baldini+Castoldi, intitolato “Il male degli angeli“. L’abbiamo intervistata per farci raccontare come è nata l’idea:
1.Bentrovata Luisa! Come ho scritto nella recensione, “Il Male degli Angeli” è un vero e proprio viaggio, una lettura impegnativa, che richiede un’attenzione costante, tutto ciò senza nulla togliere al versante dell’intrattenimento e del piacere. Da dove parte questo viaggio? Come nasce l’idea di questa storia complessa ma non complicata?
L.: Non tutti i viaggi hanno un inizio preciso. A volte ci si ritrova in viaggio, semplicemente. Fosse solo perché magari si ritiene bene di non tornare. Non sono attratta particolarmente dai luoghi, più dalle atmosfere, e in modo analogo delle storie ciò che mi affascina è la loro possibilità di raccontare se stesse e altro contemporaneamente.
Questa è una vicenda inconsueta, censurata, rimossa dall’immaginario collettivo, per ovvie ragioni storiche, ma anche sociali: le protagoniste furono per la maggior parte donne, e di un’élite piuttosto esclusiva e ambigua. Da studiosa del pensiero femminile so di cosa le donne possono essere capaci quando riaffermano se stesse, e insieme. Il mio desiderio di raccontarle si ispira al loro perenne mettere in discussione gli equilibri e le pacifiche interpretazioni del mondo. E io, da buona scrittrice, non mi accontento mai della prima versione delle cose.
2. Come hai organizzato la stesura delle varie storie? Ne hai curata una alla volta, o le hai scritte contemporaneamente?
L.: La mia pianificazione dei testi è abbastanza poetica e in fieri in genere.
Non sono un ingegnere, non devo già sapere come tutto andrà per raccontarlo.
Non si tratta di improvvisazione pura, certo, anche perché altrimenti tutta la ricerca dietro un testo, la sua specifica ideazione, per esempio, andrebbero perse. Sono però i personaggi a guidarmi sul ‘come’. Con loro utilizzo un po’ di maieutica, il tradizionale metodo Stanislavskij: i protagonisti non sono mie proiezioni, ma esprimono se stessi, talora persino con irresponsabile autonomia, lo reputo indispensabile affinché poi il romanzo emozioni davvero. Il che non è proprio una passeggiata se parliamo di una Maria Orsitsch o di una valchiria sofferente come Sigrun.
È il motivo per cui curo la stesura delle diverse vicende della storia in parallelo: i sentimenti coinvolti finiscono per ramificare come in una ragnatela. O come in un labirinto. In fin dei conti la narrativa è una sfida, una questione di coraggio.
3. La storia, quella vera e quella brutta, entra con prepotenza nelle pagine del libro e cammina a braccetto con la finzione. Quello che rimane alla fine della lettura è una grande curiosità e uno stimolo ad approfondire tantissimi argomenti. Ci sono degli esaustivi riferimenti bibliografici alla fine del libro e delle preziose indicazioni all’inizio. Ne vuoi parlare?
L.: La citazione di altri libri, basta scorrerne i titoli, presumo parli da sé. Ho selezionato volutamente analisi storiche e saggi antitetici, in modo che il lettore stesso possa farsi un’idea personale del problema. Ogni argomento dipende da come lo si affronta. Alcuni giornalisti hanno costruito la loro fortuna grazie a questo tema, sfornando un best seller dopo l’altro; altri autori hanno energicamente ripudiato la questione parlandone in termini neutri o demistificatori. Chi ha ragione non posso dirlo io, almeno finché documenti più attendibili non saranno ritrovati o quelli in nostro possesso non diverranno oggetto di analisi spassionate. Come scrittrice a me basta aver seminato il dubbio: “Ecco come le cose potevano andare. O come forse andarono davvero.”
4. Per quanto riguarda l’aspetto della trama e dei suoi protagonisti non possiamo non usare il termine “personagge”. “Il Male degli angeli” è un grande affresco al femminile, ognuna di queste donne meriterebbe un romanzo monografico dedicato. Nonostante tutto anche anche i personaggi maschili sono sempre credibili e con un peso specifico. Ti sei ispirata a qualcuno in particolare? Ti va di parlare di una di loro?
L.: Nella mia vita ho fatto tante cose diverse e conosciuto persone di tutti i generi e in tutti gli ambienti. È la curiosità per i moventi dell’essere umano che mi ha sempre guidata. Per i personaggi femminili il respiro è più ampio perché vivo in un mondo professionale fortemente femminile e mi confronto quotidianamente con le donne. Quello che di loro spesso rappresento è una sorta di spaesamento interiore, di freddezza autoimposta, che a tratti percepisco con intensità: le donne si interrogano inesauste su se stesse, sui loro comportamenti, sulle loro scelte, e ciò finisce a volte per frenare la loro spontaneità naturale, la loro meravigliosa disponibilità verso la vita.
Gli uomini indugiano meno nel tormento emotivo-esistenziale, ma non per superficialità: preferiscono talora un approccio alle cose più decisionista, immediato. Essere sbrigativi aiuta a non pensare, o perlomeno a sentirsi meno irrisolti.
In generale amo circondarmi di persone che mi sorprendano e ammetto che gli uomini non sono meno generosi nell’offrirmi ottimi spunti, anche se per prevedibili motivi non svelo mai le affinità più dirette tra vita e letteratura.
5. Ci vuoi parlare delle tue avventure editoriali, e di quanto tempo ci è voluto per realizzare questo progetto, a partire dalla gestazione fino ad arrivare alla pubblicazione?
L.: Pubblicare in un certo modo in Italia non è facile, ci vogliono anni, e a volte neppure basta, ci vogliono congiunture favorevoli, bravura, sì, ma soprattutto infinita tenacia e tanta, tanta fortuna alla fine, perché il successo di un libro dipende in ultimo sempre da qualcosa di impalpabile e non del tutto comprensibile che lo fa sembrare quasi un mistero.
Chiunque legga il mio romanzo, o quanto ho scritto prima, coglie sempre l’anomalia delle mie storie rispetto al panorama culturale nostrano. Non riesco a restare nei margini di un genere letterario per esempio, a rispettare le tradizioni, e questo purtroppo non è sempre percepito in modo incoraggiante: siamo un Paese assai abitudinario anche nella lettura, da noi la novità arriva quando è stata osannata all’estero, e allora si può rischiare. Ma in Italia si legge meno che altrove quindi il rischio in casa sono in pochi a prenderselo. Personalmente ho sempre compiuto una scelta di qualità: invece di snaturare ciò che scrivo, preferisco maturino i tempi.
Se non altro ho la soddisfazione di averli precorsi senza essermi mai fatta censurare: quando scrissi L’istinto innaturale, investigatrici e gender crime in Italia erano ancora tabù.
6. Leggendo in rete le tue poche notizie bibliografiche ti scopro oltre che scrittrice, autrice di saggi, anche sceneggiatrice, docente di lettere e di Creative writing. Che sei una grande scrittrice è sicuro. Cosa hai da raccontare della Luisa Insegnante e della Luisa sceneggiatrice?
L.: La Luisa insegnante è quella che ha avuto più soddisfazioni. Ho due o tre autori/autrici in giro di cui sentirete parlare. Mi entusiasma lavorare con giovani talenti. Alla fine non ho fatto molto per loro, l’artista trova la sua strada da solo, forse il mio compito è solo quello di semplificargli un po’ la vita, perché non incappino nei miei fraintendimenti, perché si fidino della letteratura come me ne sono fidata io.
La Luisa sceneggiatrice è la più irriverente. Se lo può permettere, lavorando nell’ombra.
7. Sempre dal web leggo scopro che sei l’inventrice del Noir Shocking? Ne vuoi parlare un po’ ai lettori di Contorni di Noir?
Nel genere noir shocking i conflitti e i crimini hanno una forte connotazione gender: il lettore è costretto a confrontarsi con gli aspetti sessuali, sessuati o sessisti insiti nella violenza, insiti nelle codifica delle coordinate sociali imperanti, negli stereotipi dell’immaginario collettivo, nel linguaggio. È una modalità del narrare che, attraverso la suspense, ci invita a ripensare aspetti cristallizzati del mondo, come l’usuale, doloroso e apparentemente irriducibile antagonismo tra maschile e femminile. Di questo mio ‘contorno di noir’ vado fiera.
Neppure l’omertà letteraria può arginare la forza della creazione se teorizziamo il nuovo. Soprattutto se di questo nuovo c’è maledettamente bisogno.
Intervista a cura di Susanna Durante













