Intervista a Giulia Nebbia

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Giulia Nebbia, nata e cresciuta a Torino, attualmente vive a Londra con il marito e due figlie, dopo una lunga parentesi a Singapore. È laureata in Scienze Politiche e ha un Master in Editing e Scrittura dei Prodotti Audiovisivi. È appassionata di cinema, yoga e arti marziali.

1. Benvenuta su Contorni di Noir Giulia! Grazie per la disponibilità. Vuoi presentarti a chi ancora non ti conosce e raccontarci qualcosa di te?
G.: Grazie a voi! Sono nata e cresciuta a Torino da una famiglia metà piemontese e metà siciliana e mi porto dentro queste due anime in giro per il mondo. Ho vissuto parecchi anni a Singapore, dove sono nate le mie figlie e dove ho fatto diverse esperienze lavorative, dall’insegnamento alla scrittura di serie televisive. Sono appassionata di cinema da sempre, di arti marziali e yoga dai tempi di Singapore e di corsa da quando vivo a Londra.

2. Quando e come è nata la tua passione per la scrittura e perché ti sei avvicinata al genere thriller?
G.: Per parafrasare “Quei bravi ragazzi” – che io mi ricordi, ho sempre voluto fare la scrittrice. Ogni sera da bambina mi addormentavo dopo la favola della buonanotte sognando di scrivere milioni di storie. Poi la vita, e l’amore, mi hanno portata altrove, ma il desiderio di scrivere non mi ha mai abbandonato, anzi si è nutrito negli anni di tutte le esperienze che ho fatto. Adoro leggere thriller perché mi intrattengono e mi stimolano. Trovo che qualunque tema uno scrittore voglia affrontare, se lo fa all’interno di un romanzo di genere si trova davanti a una sfida in più e un’altra cosa che io adoro sono le sfide. Inoltre, credo che oggi la letteratura di genere ci aiuti a capire la società che ci sta intorno.

3. London Blood è il tuo romanzo d’esordio, uscito quest’anno per SEM. Domanda di rito. Qual è stata la scintilla e come è nata la trama?
G.: Sembrerà assurdo, ma la scintilla è nata guardando con le mie figlie La Bella Addormentata, il film d’animazione della Disney, che in fondo è la storia di una bambina che cresce lontano dai genitori senza saperne il perché. E io mi sono chiesta: ma una volta cresciuta, questa ragazza sarà fragile o forte d’animo? Inquieta e tormentata o lucida? Oppure, tutte queste cose insieme? Come sarà il suo rapporto con questi genitori assenti e con il resto del mondo? La risposta a queste domande è il costante groviglio di emozioni che è Gillian, la mia protagonista, motore di tutta la storia.
E poi c’è un serial killer in erba, per così dire, che all’inizio del romanzo è sull’orlo dell’abisso, ma non se ne rende conto finché non succede qualcosa, che coinvolge Gillian, e allora la sua diventa una strada senza ritorno, in cui l’unico riscatto dalla dannazione definitiva sembra essere continuare a uccidere.

4. Il tuo libro è un thriller mozzafiato che trascina da subito il lettore in una pericolosa caccia a uno spietato serial killer per le vie di una Londra sanguinosa e violenta, di cui riveli il lato più cupo. Perché hai scelto proprio la capitale britannica e come sei riuscita a intrecciare questi elementi impreziosendo la trama?
G.: Londra è come un genitore amorevole ma esigente, che ti dà tanto ma pretende tanto e non ti dà mai la possibilità di distrarti. È una metropoli moderna in cui l’integrazione e l’incontro di culture diverse sono un dato di fatto, anche dove comportano una negoziazione continua. Londra è anche una diva d’altri tempi, che sa come mettersi nella luce giusta per affascinare chi la guarda. Per me le sue contraddizioni sono una costante fonte di ispirazione e dato che il mio è un thriller con elementi noir, l’ambientazione urbana è molto importante, la città diventa quasi un personaggio in più, in grado di condizionare le azioni dei protagonisti e Londra è la città più noir che io conosca.

5. Entrando nel cuore del romanzo il lettore non può che empatizzare immediatamente con la protagonista. Giovane, moderna e con un pesante passato alle spalle, Gillian si mostra fin da subito forte, indipendente e contemporaneamente fragile. Come è nato questo bellissimo personaggio?
G.: In tante cose Gillian sono io, e lo dico nel bene e nel male. Mi somiglia molto, la differenza tra me e lei è che io non ho mai conosciuto un serial killer, o almeno credo. Scherzi a parte, le ho dato tutte le mie fragilità, ma anche la voglia di non soccombere alle proprie paure. Poi l’ho messa in una situazione di pericolo, di vita o di morte. Da lì in poi se l’è dovuta cavare da sola! Pagina dopo pagina, è cresciuta e ha acquistato profondità come personaggio.

6. Una delle peculiarità di Gillian che mi ha maggiormente colpita è la sua voce interiore, Litio, che la accompagna ad ogni passo rivelandone un lato oscuro e il conseguente senso di colpa che la opprime. Quali sono le caratteristiche di Litio e come è nata nella tua fantasia questa particolare figura?
G: Litio è spietata. Riesce a vedere il lato ironico anche nelle tragedie. Sbatte in faccia a Gillian tutte le verità scomode che lei fa fatica ad affrontare e lo fa con parole che se fossero ripetute ad alta voce sarebbero considerate sconvenienti, ma lei per sua stessa natura se ne infischia delle convenzioni sociali. Vorrebbe che Gillian si lasciasse andare senza preoccuparsi delle conseguenze e naturalmente Gillian fa l’esatto contrario, almeno all’inizio del romanzo. Un altro aspetto per me molto importante è che Litio in fondo rappresenta il senso di inferiorità strisciante che Gillian, come tante di noi, si porta dentro fin da bambina senza neanche rendersene conto.

7. Attraverso Gillian e la sua difficile storia hai inserito nella trama il delicato tema del rapporto genitori-figli, colto in tutte le sue sfumature e la sua complessità. Come è stato per te scrivere di un argomento così importante, che tanto influenza lo sviluppo della personalità anche in età adulta?
G.: Oggi ho una consapevolezza di me che prima di iniziare a scrivere questo romanzo non avevo, è stato un processo doloroso ma anche catartico. Ho perso mia mamma tanti anni fa (non ero una bambina come Gillian, ma ero comunque molto giovane) e questo ha influenzato enormemente i rapporti all’interno della mia famiglia, tra incomprensioni e difficoltà di dialogo. Non sapevamo come affrontare il dolore, non parlavamo mai di lei quando eravamo tutti insieme. Poi mi sono trasferita dall’altra parte del mondo e la mia prospettiva è cambiata su tutto, anche su questo, e quando sono tornata in Europa è cambiata di nuovo, ma a quel punto ero in grado di affrontare i problemi in modo diverso. London Blood è un omaggio a mia madre e a tutto ciò che mi ha insegnato e che mi ha resa quella che sono, è un tentativo di trasformare tutta la sofferenza accumulata negli anni in qualcosa di costruttivo.

8. Intorno a Gillian ruota un universo maschile complesso e diversificato e non mancano personaggi forti dai lineamenti ben caratterizzati. Come lo hai costruito e quali caratteristiche hai voluto far emergere?
G.: Io mi diverto molto a scrivere di uomini e poiché la mia protagonista è una donna ho voluto creare intorno a lei un universo in cui ogni uomo rappresenta in qualche modo una figura diversa. Imparare a gestire i rapporti con l’altro sesso per una come Gillian che ha passato la vita a evitarli è una cosa tutt’altro che scontata, ma nel corso del romanzo diventa necessario, fa parte del suo percorso di crescita.

9. In London Blood hai raccontato – in un crescendo di tensione – sentimenti e pulsioni potenti, dal richiamo della violenza alla forza della disperazione, dalla tenacia dell’ossessione alla sete di sangue. Tutti i personaggi, non solo il serial killer, nascondono infatti un lato buio, una forza oscura che cercano di allontanare ma che inevitabilmente li attira. Come è stato per te scriverne e perché secondo te il lato oscuro della personalità umana esercita ancora tanto fascino su noi lettori?
G.: Io amo descrivere passioni forti, totalizzanti, sia positive sia negative, perché mi permettono di andare dritta al cuore delle questioni davvero importanti: amore, odio, ossessione, il peso del senso di colpa. È una sorta di rituale catartico a cui partecipano insieme scrittore e lettore.
Il nostro lato oscuro, così come la figura del serial killer, ci affascina per lo stesso motivo per cui ci fa paura: rappresenta la tentazione della violenza brutale, l’irrazionalità di un’epoca lontana, primitiva e selvaggia. Un mostro che può assumere le forme più strane, ma che è sempre in agguato perché si nasconde tra le pieghe della nostra vita ordinata all’interno della società.

10. Un’ultima domanda in conclusione ringraziandoti ancora. Hai nuovi progetti letterari per il futuro che coinvolgano Gillian e i personaggi a lei più vicini? Possiamo aspettarci un seguito?
G.: Assolutamente sì! La trama gialla di London Blood si conclude alla fine del libro, ma Gillian e compagni hanno ancora tante questioni in sospeso da risolvere.

Intervista a cura di Linda Cester