Intervista a Lisa Jewell

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Lisa Jewell è nata e cresciuta nel nord di Londra, dove vive ancora con il marito e le due figlie. Il suo primo libro, Ralph’s Party, è stato il romanzo d’esordio più venduto del 1999. Ha scritto numerosi altri romanzi che sono entrati nella classifica dei bestseller del Sunday Times. Con Neri Pozza ha pubblicato Io ti ho trovato (2017) e Ellie all’improvviso (2018). Il suo nuovo romanzo, La famiglia del piano di sopra (2021) ha riscosso molto successo e l’autrice è stata in Italia in occasione di Noir in festival, svolgentesi a Milano dal 10 al 15 dicembre 2021, per parlarne. Questa l’intervista che abbiamo realizzato:

1.Nel tuo ultimo romanzo racconti la storia di una giovane donna che riceve improvvisamente una grossa eredità legata ad un mistero. La trama, come in tutti i tuoi romanzi, si dipana snodandosi fra diversi punti di vista narrativi, in una struttura complessa dagli incastri perfetti. Come è nata la trama di questa storia e come nasce una struttura così articolata?
L.: Benché la storia inizi con Libby Jones che entra in possesso di una ragguardevole eredità, in effetti non è stata lei il primo personaggio che mi è venuto in testa quando ho iniziato a scrivere il romanzo. L’ispirazione mi è venuta da una donna che avevo intravisto drante una vacanza a Nizza nel 2017. Mi trovavo in un ristorante sulla spiaggia, un club esclusivo in compagnia della mia famiglia e oltre mia figlia ho visto passare una donna che camminava sulla passerella di legno che conduceva alle docce riservate ai clienti. Aveva un’aria esausta, uno sguardo un po’ perso che si trascinava dirtro due bambini che li teneva per mano. Aveva uno sguardo furtivo perché cercava di non farsi scoprire. Questa immagine mi è rimasta impressa e ho percepito che questa donna doveva avere un passato, una storia da raccontare. Questa è stata la genesi del personaggio di Lucy, che a sua volta è stata la genesi di tutto il romanzo. Dopo che avevo scorto la donna sulla spiaggia, ho continuato ad avere dei flash di questa stessa donna, da bambina, che correva scalza nel cuore della notte in una via di Chelsea mentre scappava da una grande villa. E quindi mi sono posta degli interrogativi: chi è questa donna? Perché scappa e non indossa le scarpe? E com’è finita in Francia?
Poi mi serviva un modo per varcare la soglia, per entrare nella casa. Quindi ho inserito nel racconto ambientato ai giorni d’oggi: una giovane donna che non solo riceve la casa in eredità, ma anche tutte le vicende sinistre che la accompagnano.

2.La storia racconta di una comune costituitasi in una lussuosa villa di uno dei quartieri più ricchi di Londra e appartenente a una famiglia benestante caduta in rovina. Tutto ruota intorno ad un personaggio particolare, David, che diventa con il tempo dominatore assoluto, signore e padrone di tutto. Come è stato per te misurarsi con questa particolare figura, al centro anche di casi di cronaca reali?
L.: Avrei voluto trascorrere più tempo nella testa di David, che però non è uno dei miei personaggi protagonisti e viene raccontato solo dal punto di vista di personaggi diversi. Sarebbe stato un gran bel personaggio da esplorare in profondità, quindi se riscrivessi questo romanzo io racconterei la storia dalla sua prospettiva, nel momento in cui varca la soglia di quella villa, proprio per capire le sue motivazioni. David è tratto da tante persone della vita reale che ho visto e di cui ho letto in vicende realmente accadute, si tratta di culti segreti, di sette sparse in giro per il mondo.
Quasi sempre a capo di queste sette vi erano uomini carismatici, capaci di esercitare un controllo o su piccole sette dai numeri ridotti oppure su culti molto vasti e popolosi.
La storia di David, in ogni caso, è simile ad altre vicende di vita vera, ma non di una specifica persona.

3.Quello che colpisce maggiormente nel tuo romanzo è la forza dei bambini, degli adolescenti, che nonostante le terribili esperienze riescono a reagire, a farsi forza, anche commettendo terribili errori, cercando comunque di non farsi manipolare. Quali sono gli aspetti di questa età così complicata che hai voluto far emergere soprattutto in relazione al rapporto con l’adulto e in particolare con la figura genitoriale?
L.: Io ho sempre adorato e continua a piacermi scrivere di adolescenti, soprattutto dell’età sui 13/14 anni, perché vedono il mondo ancora con gli occhi di un bambino ma contemporaneamente le loro decisioni possono avere implicazioni adulte nella loro vita. Diciamo che sono degli esseri in divenire, in quanto possono giocare con le bambole con la sorella più piccola, così come commettere stupri, suicidi, compiere atti di bullismo o abusi. Ed è proprio in questa età che li colgo e li dipingo in questo romanzo: i ragazzini sono ammaliati dagli adulti che li circondano in quella casa, mentre gli adulti controllano strettamente le informazioni che impartiscono a loro, i quali si trovano a vivere senza sapere cosa accade. I grandi prendono delle decisioni nei loro confronti, che comportano delle conseguenze devastanti e i ragazzini non hanno nessun controllo sulla situazione in cui si trovano a vivere.
Quindi rimangono due opzioni: o scappare o escogitare una soluzione contorta, nata dalla mente di ragazzini ma che però viene portata a termine alla maniera degli adulti.

4.Nella tua storia ci sono diverse figure di donne, una delle più affascinanti è Lucy. Una madre forte, indipendente e coraggiosa, vittima di un marito violento. Come è nata questa figura e come la descriveresti in antitesi a Martina, madre debole e completamente succube di David? 
L.: Come ho accennato prima, Lucy è nata perché ho visto questa donna realmente esistita per le strade di Nizza e ho immaginato fosse una donna di strada, che si arrabattava per la propria sopravvivenza. Quindi mi è apparsa già come personaggio a tutto tondo e avevo un’idea ben chiara e definita su chi fosse. Se riesce a sopravvivere per strada da sola, è abbastanza forte e coraggiosa per accudire anche due bambini piccoli.
Ha rappresentato un’opportunità di mostrare per presentare il suo vissuto prima di arrivare in Francia come teenager e con un nome falso. Devo dire che questo personaggio è in contrasto con la propria madre, Martina, la quale non ha avuto l’opportunità di evolversi come persona rispetto a sua figlia. Si è ritrovata sposata a un uomo molto ricco fin da giovane e improvvisamente si è trovata senza occupazione, quindi a quarant’anni si rende conto che i suoi figli non hanno più bisogno di lei e la sua vita ha perso scopo e finalità.
Quando compare David sulla porta di casa, che promette di riempire il vuoto causato da tutti i loro privilegi, Martina è molto aperta e accogliente, pronta a essere manipolata e questo comporta il trascurare i propri figli.

5.Nel romanzo esiste anche un universo maschile molto vario con personalità completamente differenti. A un certo punto Phineas dice: gli uomini sono tutti deboli. Il problema è questo. I maschi sono troppo deboli per amare come si deve. Troppo deboli per sbagliare. E Henry riflette pensando di non aver sentito parole più vere, pensando che alla radice di ogni male del mondo c’è la debolezza degli uomini (pag.144). Come si manifesta a tuo parere nella nostra società la debolezza degli uomini su cui riflettono questi giovani ragazzi?
L.: Domanda dalla portata molto ampia… Innanzitutto è importante rammentare che le cose che dicono i personaggi non coincidono con quello che è il mio pensiero. Detto questo, ritengo che Phineas facesse riferimento a una mascolinità fragile con quella frase, che occasionalmente può diventare una mascolinità tossica. Il motivo alla base di questo è il modo nel quale gli uomini vengono cresciuti: a non mostrare i loro sentimenti, a non piangere mai e questo finisce per indebolirli. E per dimostrare agli altri che in realtà non sono dei deboli tanto quanto si sentono, finiscono per comportarsi male sempre nel tentativo di controllare le donne e anche le altre persone.

6.Attraverso i tuoi romanzi sveli aspetti particolarmente delicati e problematici della nostra società, rivelando le difficoltà di relazione che spesso ci sono fra persone e anche fra generazioni. Hai toccato temi importanti quali la violenza sulle donne, il bullismo fra adolescenti (in Qualcuno ti guarda), le difficoltà genitoriali, l’ossessione. Cosa può fare secondo te la cultura per questi temi così attuali?
L.: Anche questo è un interrogativo molto importante… I temi di cui io scrivo nei miei romanzi li sento molto personali e non come qualcosa che accade nel mondo esterno. Non penso mai al mondo quando scrivo, quando introduco temi tipo la violenza contro le donne oppure il bullismo tra gli adolescenti o le difficoltà dei genitori. Infatti, non penso a questi temi da un punto di vista universale, a quello che potrebbe essere il loro impatto sulle altre persone che vi sono al di fuori del mio mondo. Penso solo a quali possono essere le conseguenze di queste situazioni sui miei personaggi, mi preoccupo solo di loro. Nessuno al di fuori del mondo che io creo sulla mia pagina.

7.Ne “La famiglia del piano di sopra” i fatti avvengono tutti, alla fine degli anni ‘80-inizio anni ‘90, in una villa a Chelsea, uno dei quartieri più lussuosi di Londra. Nonostante le feste e i party esclusivi è palpabile la solitudine dei protagonisti e con il tempo anche il disinteresse dei vicini, che, nonostante si accorgano che in quella casa c’è qualcosa che non va non intervengono minimamente. Qual è il tipo di società che hai descritto e quali le sue dinamiche? 
L.: Sì, si è trattata di una scelta specifica e intenzionale la mia, quando ho deciso dove ambientare il mio romanzo, in quale casa e anche in quale via. Sono state scelte dettate dal mio inconscio ed è stata giusta, incalzante, perfetta per il mio romanzo. La società che volevo riprodurre è quella che riguarda proprio queste residenze che valgono milioni di sterline e sono ubicate in vie esclusive. Ne esistono più o meno dieci, dodici di queste vie a Londra punteggiate da bellissime case quasi mai abitate dai proprietari, perché seconde, terze o quarte case. Si tratta di investimenti, residenze diplomatiche, sicuramente non di case familiari. È questo che volevo mostrare in questo romanzo: l’anonimato di questi quartieri, il vuoto di certe case in cui nonostante tutte le finestre non c’è nessuno che dal di fuori si chieda cosa accada veramente. Non sono quartieri tipici, non è una comunità, al contrario di quello che si vede in aree meno salubri di Londra.

8.Venendo alla tua produzione in generale, i tuoi romanzi sono thriller psicologici che hanno avuto tutti molto successo. Come ti sei avvicinata a questo genere e perché, a tuo parere, questo tipo di romanzo suscita nel pubblico moderno grande fascino?
L.: Ho scritto sei o sette thriller psicologici, ma scrivo romanzi dal 1996, infatti la mia prima opera è stata pubblicata nel 1999. In questo momento sono alle battute finali del mio ventesimo romanzo. Nella mia carriera quindi ho avuto molto tempo per far evolvere i miei romanzi quello che sono adesso. In passato mi è capitato di scrivere commedie romantiche, drammi tematici familiari e solo nell’ultima porzione della mia carriera mi sono orientata verso i thriller. Ritengo che il loro appeal nei confronti del pubblico moderno sia paragonabile a quelli di una serie Netflix: infatti, il mondo di oggi secondo me è frammentato, così come l’attenzione delle persone, perché siamo trascinati in tutte le direzioni. Il colpevole principale è il nostro smartphone e io stessa riconosco di soffrire di questa malattia, trovo difficile concentrarmi su un unico compito alla volta, perché vengo distratta da quello che accade sui social.
Le persone oggi più che mai, così come accadeva in tempo di guerra o durante le pestilenze, hanno bisogno di una forma di evasione da questa natura frammentata che è diventata la loro vita. I thriller sono un ottimo espediente per riuscire a trattenere l’attenzione del lettore sulla pagina perché servono risposte continue per riuscire a capire e risolvere il mistero.

9.C’è un tema attuale che suscita in te particolare interesse e che non hai ancora affrontato nei tuoi romanzi?
L.: Domanda molto interessante che riguarda tra l’altro il tema di cui mi occuperò nel mio ventunesimo romanzo. Benché io trovi molto affascinante la psicologia, lo stalking e l’ossessione non prettamente romantica, di rado ho scritto di questo tema. Si potrebbe dire che in questo ultimo romanzo ho raccontato dell’ossessione di Henry per Phin, però non è questo il taglio principale che ho dato al mio racconto e mi piacerebbe esplorare e indagare questo tema.
Il mio interesse si è basato su qualcosa che è successo nella mia vita nell’ultimo anno. Non si tratta proprio di stalking, ma in effetti essendo una scrittrice sono molto attenta a quello che accade attorno a me e poi ho gli strumenti per adattarlo e distorcerlo per renderlo sinistro e destabilizzante, quindi penso proprio che sarà il tema del mio prossimo romanzo e sono davvero impaziente di iniziarlo.

Intervista a cura di Linda Cester