Intervista a Simona Vinci

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Simona Vinci vive a Budrio. Per Einaudi ha pubblicato Dei bambini non si sa niente (1997, 2009 e 2018), la raccolta di racconti In tutti i sensi come l’amore (1999) e i romanzi Come prima delle madri (2003, 2004 e 2019), Brother and Sister (2004), Stanza 411 (2006 e 2018), Strada Provinciale Tre (2007), La prima verità, (2016) Parla, mia paura (2017), In tutti i sensi come l’amore (2018), Rovina (2019) e L’altra casa (2021). Ha scritto il racconto La più piccola cosa pubblicato nell’antologia Le ragazze che dovresti conoscere (2004) e ha collaborato alla raccolta Sei fuori posto (2010).

L’abbiamo incontrata in occasione della sua presenza a Milano per il Noir in Festival e le abbiamo fatto qualche domanda riguardo al suo nuovo romanzo pubblicato per Einaudi intitolato “L’altra casa”:

1. Benvenuta, Simona. Parafrasando la tua narrazione posso dire che non sono solo i luoghi a possederci o a sconvolgerci in qualche modo, ma anche la scrittura e alcuni libri come appunto L’altra casa. Io sono stata catturata alle prime pagine e per buona parte del romanzo mi sono sentita dentro alla storia, partecipe, quasi assimilata alle tue parole. Era questo lo scopo, far sentire così i tuoi lettori?
S.: Ho seguito i personaggi principali, Maura e Ursula, entrando e uscendo dal loro punto di vista e cercando di stare il più aderente possibile alle loro sensazioni. È un lavoro che probabilmente non avevo mai fatto in modo così approfondito, avendo sempre preferito utilizzare personaggi bidimensionali, più funzioni che altro. In questo caso è stato necessario: il rapporto simbiotico tra luogo (villa e giardino) e personaggi – il quartetto di personaggi contemporanei, ma anche quelli che arrivano da altre epoche – era fondamentale. Il luogo li contiene tutti – nel tempo presente come in quello passato – e li costringe a una trasformazione, per ognuno diversa e legata a fatti del passato, conti in sospeso, errori. Ciascuno cerca lì, senza saperlo, una sua possibile verità, per poter continuare a vivere oppure morire, cerca insomma il suo destino, una compiutezza.

2. Il tuo ultimo lavoro ha più di una protagonista. La vecchia proprietaria della villa e le artiste che ora vanno ad abitarci. Tre donne legate in qualche modo tra loro eppure così diverse e a tratti quasi antagoniste. Tra Giuseppina, Maura e Ursula tu chi scegli e chi senti più vicina a te?
S.: Sicuramente Maura. È un personaggio fragile, come spesso lo sono gli artisti, e soprattutto quelli che non provengono da famiglie già piazzate nel sistema e non hanno le spalle coperte ma che hanno dovuto studiare e lavorare tanto per riuscire ad affermarsi: nulla è garantito, in campo artistico, a tali condizioni, tutto potrebbe crollare da un momento all’altro. Quando hai un talento prepotente che ti chiede fin da piccolo di abbandonarti ad esso e perseguirlo poi, stai affidando la tua esistenza a qualcosa di fragile. Se il tuo talento si spezza, viene meno, non avrai più nulla. Maura è in un momento di difficoltà perché dopo aver subito un’operazione complicata non sa se potrà mai più tornare a cantare come prima e oltretutto si sente una donna incompiuta negli affetti.

3. La location del tuo libro è una villa misteriosa dove accadono cose misteriose. Tu ci hai abituato a ambientazioni gotiche e a una sorta di suspense “antica”, qualcosa che ricorda i grandi classici di genere. Ma cosa è che rende davvero un romanzo gotico? Tu che definizione daresti?
S.: Sono partita dagli stilemi del gotico per approdare ad altro, in realtà. C’è sì l’ambientazione: una villa disabitata, un giardino misterioso, ci sono i conflitti interiori dei personaggi, elementi orrorifici, mistero, terrore e c’è poi una dimensione sovrannaturale che approda al fantastico. Forse, questo è. Un romanzo letterario che mescola fatti storici e fiction e si spinge nelle terre del mistery sovrannaturale e del fantastico.

4. Parliamo della tua prosa. I tuoi personaggi hanno una intensità estrema. Le tue ambientazioni ammaliano e seduco. Le tue storie affascinano e conquistano. Poi però bisogna saper tradurre tutto questo sulla carta con il giusto stile e il giusto linguaggio altrimenti si rischia di vanificare tutto. E quindi ti chiedo, da dove nasce la tua scrittura, come ti sei formata?
S.: Ho studiato lettere moderne all’Università di Bologna, ho avuto, tra gli altri, come professori, Ezio Raimondi, Maria Luisa Altieri Biagi, Guido Guglielmi, Mario Lavagetto, Alberto Bertoni, che è poi stato il mio relatore. Mi hanno insegnato a leggere per resuscitare i morti (Raimondi diceva sempre che un lettore vive in un “tessuto di ombre e fantasmi” li rievoca e li fa parlare), a comprendere che i libri sono creature. Ho sempre saputo di voler scrivere, fin da bambina, e ho indirizzato in quella direzione ogni mio sforzo. Ho sempre letto tantissimo, forse troppo. A volte devo ammettere che me ne domando il senso, soprattutto adesso. Mi chiedo se non avrei fatto meglio a dedicarmi a qualcosa di meno astratto, che ne so, la cucina, che è una cosa che mi è sempre piaciuta, forse sarei più serena. Troppe domande, troppi dubbi, troppo tempo passato in solitudine e poi più sai, più leggi, più impari più ti rendi conto che non saprai mai abbastanza e che forse il vero sapere sta altrove.

5. Villa Giacomelli, la casa che descrivi e racconti tu mi ha ricordato in qualche modo la montagna di Hanging Rock nel celebre film di Weir. Qualcosa di vivo e di vibrante. Qualcosa che può inglobare e fagocitare. A te è mai capitata una sensazione simile?
S.: Certo, i luoghi parlano, a saperli ascoltare. Resta l’eco di tutto quello che è accaduto e ogni tanto, in particolari condizioni è possibile udirlo. Le case in particolare raccolgono le energie di coloro che le hanno pensate, costruite e abitate. Possono essere rifugi e prigioni, a seconda. Sono sempre stata affascinata da questo tema, dagli edifici e dalle storie che mostrano (o nascondono) con le loro architetture.

6. Che cosa rappresenta Budrio per te e non solo come location per i tuoi libri?
S.: Budrio è il paese dove sono cresciuta da bambina e dove continuo nonostante tutto a vivere. I passi della mia infanzia sono segni di gesso su queste poche strade, ogni via, ogni incrocio, ogni angolo è un ricordo. Poi, dai 14 anni in avanti, il “posto” per me è stata Bologna. Ma continuavo a fare avanti e indietro. Ho tentato molte volte di andare a vivere altrove e non ho mai resistito molto a lungo, anche per ragioni familiari che mi legano. A volte ho la sensazione di essere prigioniera di un cerchio magico, qui, che non mi permetterà mai di andarmene, anche se vorrei.

7. Se dovessi scegliere una sola frase de L’altra casa che pensi possa rappresentare l’intero romanzo quale sceglieresti e perché?
S.: “Se non puoi andare lontano, discendi o ascendi.” Perché la vita quotidiana è spesso uno stato di cattività nel quale siamo confinati e in questi ultimi due anni in cui ci siamo sentiti e siamo stati in molti modi prigionieri (della paura, dell’incertezza, delle limitazioni, della poca chiarezza riguardo ciò che ci accadeva, dei nostri mostri interni amplificati da quelli esterni) ho sentito l’esigenza di cercare altre possibilità di fuga nell’immaginazione e nell’esercizio dello spirito.

8. Hai già in mente la prossima storia che desideri raccontare o ti stai solo riposando e godendo il momento che segue per ogni autore l’uscita del libro?
S.: Per me il momento che segue l’uscita di un libro è terrificante, proprio perché mi sento improvvisamente vuota, senza scopo. La scrittura probabilmente è anche una sorta di autoterapia per sopportare l’esistenza e se non scrivo, quando non scrivo, proprio bene non sto. Ho in mente un paio di cose, che ho già cominciato, ma devo dire che questi ultimi due anni mi hanno fiaccata e per il momento non mi sento ancora le energie per mettermi subito in un viaggio faticoso e incerto quale è per me quello di scrivere un romanzo.

Intervista a cura di Antonia Del Sambro