Gianni Biondillo – I cani del barrio. Un’indagine dell’ispettore Ferraro.

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Editore Guanda
Anno 2022
Genere Giallo
400 pagine – brossura e epub


“Mi sono informato su di te, Ferraro. Sei uno sbirro come tanti.
Umili origini, qualche amico criminale, qualche frequentazione un po’ al limite, una ex moglie che si divertiva a fare la no-global a Genova…”.
Aggiungo: una figlia adolescente, co-protagonista di questa storia, che in questo periodo vive con lui.

Questo è Michele Ferraro, ispettore di polizia nel commissariato di Quarto Oggiaro, periferia milanese. Questa è la sua nuova storia.

Ho conosciuto l’ispettore Ferraro tanti anni fa, nel 2004, col romanzo “Per cosa si uccide”. Mi aveva colpito, allora.
Per l’ambientazione: una Milano vera, di periferia. Non “da bere”.
Per il personaggio che, sebbene ricalcasse orme già tracciate da altri, aveva – e ha – una sua precisa connotazione, capace di attirarsi la simpatia per la sua dolente genuinità
Per le sue storie, talmente comuni da essere credibili molto più di tante altre. Storie che si potrebbero leggere ogni giorno sui quotidiani, o sentirle raccontare al telegiornale in un giorno qualunque.

Detto ciò, questa volta l’ispettore Michele Ferraro è alle prese con un paio di casi, che come spesso accade, alla fine riveleranno collegamenti fra loro.
Il primo: il tentato rapimento di un uomo importante.
Un imprenditore di successo, Ridolfi, noto per il suo impegno contro il malaffare in genere. Legato, imbavagliato, pestato, l’uomo viene salvato dal casuale passaggio di un cacciatore, che sventa il colpo. Ma, stranamente, la vittima non aiuta per nulla gli inquirenti: non ha idea chi gli volesse così male, è reticente nel collaborare, perciò si parte brancolando nel buio più assoluto.
Intanto Ferraro è distratto da un altro caso: la scomparsa di un quindicenne sudamericano, di cui conosce la madre. La donna teme si sia fatto irretire da una di quelle bande di latini che imperversano con violenza, nelle periferie e non soltanto. Hanno nomi pittoreschi, “Los perros del Barrio” per esempio, e non esitano ad usare la violenza, quella vera. Lottano per questioni di terreno di spaccio, per prevalere su altre bande, per il semplice gusto di farlo.
Tanta è la paura che Carlo, il ragazzino, faccia una brutta fine, e non è facile entrare in questo mondo…se non intervenisse Giulia, la figlia di Ferraro, a mettere a disposizione la sua conoscenza della tecnologia usata dai giovani, per aiutare il padre nell’indagine.

“Uno dei tanti social che girano fra i ragazzi. Molto sicuro, tipo Telegram, ma quello lo usano i più grandi, tipo i miei amici. Puoi chattare criptato, e le chat vengono cancellate dopo pochi giorni.
In pratica è un sistema antisgamo.
A Ferraro salì un moto di sconforto. Che ne è della vecchia scuola? Dei piedipiatti, dei pedinamenti, delle suole consumate in giro per la città?”.

Come partire? Intanto con la fotografia di un membro di queste bande: si può tentare di “agganciarlo” su uno dei tanti social, magari tendendogli una trappola con un falso profilo; campo in cui Giulia e le sue amiche sono esperte. Compiuto questo primo passo, il gioco può cominciare, ma si rivelerà pericoloso assai.
E non solo pericoloso, ma denso di sorprese, nel momento in cui spunta nientemeno che la figura di Ridolfi! Che cosa ci farà l’integerrimo imprenditore in questo terreno melmoso? Al lettore la scoperta, densa di momenti avventurosi.

Ma c’è un altro protagonista fondamentale in questa storia: il Covid 19. Dalle prime pagine del romanzo, impregna l’atmosfera, dapprima in modo impercettibile: pare che in qualche parte della Lombardia qualcuno abbia un virus oscuro, ma sarà un’influenza…
Il collega di Ferraro subodora il pericolo, ma quando parla di mascherine, di prevenzione, viene guardato con ironia: il mondo va avanti, lavoro, feste, trasporti…che cosa dovrebbe mai succedere?
Poi – e tutti tristemente conosciamo a memoria l’incubo successivo – la situazione precipita. Anche l’anziano padre di Ferraro si ammala; il mondo trema e incomincia a rendersi conto del dramma. La storia procede quindi su due binari: la vicenda poliziesca e, in sordina, la Pandemia, vista e vissuta dalle persone comuni.

Ho molto apprezzato lo stile diverso usato dall’autore nelle diverse situazioni.
Ci ha narrato in modo spesso ironico il mondo di Ferraro, i battibecchi con i collaboratori, con la figlia, strappandoci anche parecchi sorrisi. Ci ha commossi raccontando a modo suo il virus malefico, le battaglie, lo sgomento della gente.
Una storia nell’altra. Concatenate fra loro, che rendono la narrazione profondamente umana e densa di commozione, in alcuni passaggi.
Anche questa volta Biondillo e il “suo” ispettore non deludono, anzi!

Rosy Volta


Lo scrittore:
Gianni Biondillo, architetto e saggista scrive per il cinema e per la televisione. Fa parte della redazione di Nazione Indiana. Ha pubblicato per l’Universale di Architettura diretta da Bruno Zevi, Carlo Levi e Elio Vittorini. Scritti di architettura (1997) e Giovanni Michelucci. Brani di città aperti a tutti (1999). Nel 2001 ha pubblicato, per Unicopli: Pasolini. Il corpo della città, con un’introduzione di Vincenzo Consolo. Il suo primo romanzo, nel 2004 per i tipi di Guanda, è Per cosa si uccide, “un tributo di riconoscenza dello scrittore verso la propria città, che viene descritta in tutte le sue molteplici sfaccettature”. Sempre per Guanda sono usciti Con la morte nel cuore  (2005), Per sempre giovane (2006), Il giovane sbirro (2007).