Intervista a Loriano Macchiavelli

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Loriano Macchiavelli, nato a Bologna nel 1934, ha pubblicato oltre cinquanta libri tra romanzi e racconti, oltre a numerose pièce teatrali. Tra i grandi del giallo di casa nostra, ha creato il personaggio di Sarti Antonio, uno degli investigatori più celebri e amati della letteratura italiana. Nel 1997, con Macaronì, ha iniziato una prolifica collaborazione letteraria con Francesco Guccini. Vi rimandiamo alla sua biografia completa sul sito ufficiale dell’autore. Con SEM ha pubblicato 33 indagini per Sarti Antonio (2021), 8 indagini per Sarti Antonio (2021) e Funerale dopo Ustica (2022). In seguito a questo ultimo romanzo, lo abbiamo intervistato e leggete un po’ cosa ci ha risposto.

1. Ben ritrovato su Contorni di noir e grazie per la tua disponibilità. Questo romanzo è uscito per la prima volta nel 1989 sotto pseudonimo, cosa ti spinse allora a non pubblicare con il tuo nome e perché?
L.: Le motivazioni richiederebbero molto spazio e non una semplice intervista. Diciamo che negli anni ’80, per uno scrittore italiano pubblicare un romanzo noir o anche un giallo, era piuttosto difficile a causa della diffidenza degli editori e dei lettori verso gli autori di casa. Entrambe le diffidenze erano frutto di pregiudizi, come abbiamo poi dimostrato negli anni successivi. In un clima tanto ostile proposi alla Rizzoli di scrivere tre romanzi sui segreti italiani firmando con pseudonimo. Se avessero avuto successo, avemmo dimostrato (e spiegato) ai lettori e agli editori che anche gli scrittori italiani erano in grado di ‘tenere’ i lettori come gli scrittori stranieri. Funerale dopo Ustica fu un successo, soprattutto se si tiene conto che il presunto autore (tale Jules Quicher) era uno sconosciuto. Il progetto non si concluse perché il secondo romanzo (Strage) fu ritirato dalle librerie per una denuncia. E venne pubblicato il vero nome dell’autore. La scelta dello pseudonimo non fu, quindi, un modo per nascondermi, ma per far venir fuori il noir che già esisteva in Italia.

2. Da quale idea o spunto è nata questa storia e la necessità di raccontarla?
L.: I temi dei tre romanzi sui segreti italiani, Funerale dopo Ustica, Strage, Noi che gridammo al vento, sono ispirati a vicende accadute nel nostro disperato Paese e avevano lo scopo di raccontare, se pure in maniera fantastica, alcuni dei tanti drammatici eventi ai quali ci stavamo abituando. Un modo per ricordarli perché, purtroppo, l’oblio è la norma. E non per eventi accaduti secoli fa, ma l’altro ieri. Io credo che la letteratura abbia anche questa funzione, com’è dimostrato nel corso dei millenni. Ricordiamo fatti drammatici grazie a romanzi, a poesie, a film, a pitture, a musiche. Ma c’è chi ancora non l’ha capito. Un esempio: Avevamo proposto, l’editore e io, all’associazione dei parenti delle vittime, di ricordare la strage di Ustica presentando a Bologna, il 27 giugno di quest’anno, il mio romanzo appena ristampato. La proposta non è stata accettata perché c’è chi non concorda con operazioni di questo tipo. Cioè, il romanzo non è ritenuto un’opera degna di commemorare una tragedia.

3. Nella lunga lista di personaggi presenti nel romanzo ce n’è qualcuno che è stato più difficile degli altri da delineare e perché?
L.: Quando comincio a scrivere un romanzo o un racconto ho in mente la storia e qualche personaggio. I protagonisti si costruiscono da soli mentre la storia procede. Mi piace lasciare libera la fantasia e seguirla. Non ho mai incontrato personaggi difficili da raccontare. Direi che sono i personaggi a raccontarsi all’autore.

4. L’ Italia che racconti sembra essere molto lontana da quella che viviamo oggi. C’è qualche punto in comune con quel periodo e in cosa ti sembra che la nostra realtà sia totalmente diversa?
L.: Intanto c’è da chiarire che Bologna è sempre stata, nei miei romanzi, il simbolo del nostro paese. È passato quasi mezzo secolo dal mio primo romanzo e Bologna, quindi l’Italia, non assomigliava a quella di oggi, nel bene e nel male. L’intero paese e cambiato e i mutamenti sono stati talmente rapidi e radicali che non mi viene in mente una sola cosa che allora fosse “più diversa” da oggi. Direi che non c’è nulla che somiglia a mezzo secolo fa.

5. “la vita è lotta per il cambiamento”, dice uno dei tuoi personaggi nel libro ma noi siamo curiose di sapere per cosa ha lottato Loriano Macchiavelli nella sua vita?
L.: Purtroppo il cambiamento al quale io e la maggioranza di quelli della mia generazione tendevano e lottavano, non è andato nella direzione che avremmo voluto. Lo dimostrano gli avvenimenti di oggi. La guerra, prima di tutto. Le disuguaglianze sociali sono aumentare, la fame nel mondo la soffre un maggior numero di persone, lo sfruttamento selvaggio e suicida della natura è senza freni, l’economia è diventata l’unica ideologia da perseguire… Potrei continuare, ma lascio il resto alla fantasia dei lettori. C’è ampia scelta.
Ecco, ho lottato, o meglio, ho cercato di lottare contro quello che ho appena citato. Evidentemente non abbastanza, se oggi ci troviamo sull’orlo di un baratro che sembra difficile da evitare. Cioè, la mia generazione ha fallito e la mia generazione dovrebbe chiedere scusa alle nuove generazioni.

6. Un’ altra citazione che ci ha molto colpite è quando si dice “Non si può fare critica distruttiva utilizzando mezze misure. O si mette in discussione tutto o si accetta tutto.” Ti chiediamo, quanto peso ha la critica nella società odierna e se ha più peso una critica distruttiva o costruttiva?
L.: Oggi io sono del parere che, visti i risultati e il modo nel quale viviamo, oggi sia da mettere in discussione tutto. In un mio testo teatrale, Operagialla, uno dei protagonisti chiude la rappresentazione con queste parole:
Siamo arrivati al momento del coraggio: il coraggio di non accettare più le norme, la consuetudine, le leggi di secoli. È il momento per un nuovo pensiero e una nuova cultura perché il vecchio pensiero e la vecchia cultura ci hanno sempre ingannato.
A queste parole, il Matto, altro personaggio del testo teatrale, conclude:
Cosa c’è da dire,
cosa c’è da fare?
Tutto è già stato detto,
tutto è già stato fatto!
Tranne…
Tranne…
A chi non vuole morire
non resta che disubbidire.
Disubbidire per sopravvivere.
Disubbidire per non perdere
l’ultima speranza.

Vi basta come risposta?

7. Loriano, ti sei reso conto che hai costruito un vero e proprio viaggio virtuale in mezza Europa da far fare ai lettori del tuo libro? Quanti dei posti descritti nelle tue pagine conosci veramente e quanti di essi ti hanno ispirato?
L.: Un grande scrittore ha raccontato le straordinarie avventure dei suoi eroi ambientandole in mezzo mondo. Non ha mai spostato il culo da Verona e dintorni.

8) La tradizione britannica delle spy stories è sicuramente presente nella tua penna. Che percorso è stato quello che ti ha portato come autore a scrivere così? Chi e cosa hai letto per la tua formazione, chi o cosa ti è piaciuto e ti piace di più?
L.: Ho letto molto e di tutto e di questo tutto mi è certamente rimasto dentro molto. L’ho elaborato, adattato alle mie esigenze e alla mia cultura, per poca che sia. Difficile scegliere cosa mi è piaciuto di più.

9. Le nuove generazioni di lettori sono abituate a generi molto differenti dalla spy story classica, ma se tutti loro dovessero riscoprire questo genere proprio grazie alla ripubblicazione del tuo romanzo ti sentiresti più responsabilizzato o più gratificato?
L.: Faccio il mio lavoro meglio che posso, naturalmente ho le mie convinzioni, anche letterarie, e quindi non è detto che siano condivise né condivisibili. Importante sarebbe che i lettori si appassionassero alla lettura. Mi piacerebbe che i miei romanzi aiutassero a risvegliare questa meravigliosa passione. Mi sentirei responsabile se accadesse il contrario.

10. Immagina una colonna sonora per Funerale dopo Ustica, quale sarebbe e perché?
L.: Ho avuto la straordinaria possibilità di assistere alla rappresentazione de L’opera da tre soldi, di Bertolt Brecht nell’edizione del Berliner Ensemble. Era il 24 settembre 1966, il teatro era La Fenice di Venezia, la manifestazione era il 25° Festival Internazionale del Teatro e della prosa della Biennale di Venezia. Bei tempi: avevo 32 anni, Franca ne aveva 26 ed entrambi avevamo pochi soldi in tasca e nessuno in banca. Bologna – Venezia andata e ritorno in giornata. O meglio andata (treno) in giornata e ritorno (sempre treno) nella notte. Bene, né io né Franca abbiamo dimenticato quella straordinaria esperienza. E la musica di Kurt Weil che accompagnava lo spettacolo, la ricordiamo ancora per la sua cattiveria, arroganza, dolorosa tristezza, minaccioso presagio…
Sarà stato perché eravamo giovani. Ecco, per il mio romanzo Funerale dopo Ustica vorrei quella musica.

Intervista a cura di Federica Politi e Antonia Del Sambro, “Due nel mirino”