Intervista a Alessandro Ceccherini

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ph. Federica Politi

Alessandro Ceccherini è nato in Toscana nel 1985. Ha pubblicato racconti su diverse riviste letterarie, tra cui TerraNullius, Altri Animali, SPLIT e Narrandom. Il Mostro edito da Nottetempo Edizioni è il suo primo romanzo. Lo abbiamo incontrato durante il Pisa Book Festival e gli abbiamo rivolto qualche domanda:

1. Benvenuto su Contorni di Noir e grazie per la tua disponibilità. La prima domanda, che è una sorta di rito e una grande curiosità in questo caso, come mai hai deciso di scrivere questo romanzo e da quale idea è scaturito lo spunto che poi ha dato il via alla scrittura?
A.: Io sono di Certaldo, quindi ai confini sud della provincia di Firenze, vicino alle zone dove sono avvenuti alcuni omicidi del mostro di Firenze. La vicenda la conoscevo più o meno da sempre in maniera superficiale fino a quando ho deciso di addentrarmi all’interno delle dinamiche degli omicidi e di tutto ciò che ruota loro attorno, per poter creare un grande romanzo toscano che raccontasse un certo tipo di malvagità che attraversa i vari strati sociali. Questa era un po’ l’idea che avevo all’inizio, era molto vaga e diversa da ciò che poi è stato il libro alla fine. Varie contingenze mi hanno portato a far sì che questo diventasse il mio esordio anche se all’inizio volevo farlo con un altro ma poi dopo aver ricevuto il contratto, per un anno dalla mattina alla sera ho fatto solo questo perché non stavo lavorando più in albergo a causa della pandemia da covid e quindi ho potuto concentrarmi sulla scrittura.

2. Partendo da fatti realmente accaduti nell’indagine legata ai delitti del Mostro di Firenze avvenuti tra gli anni ‘60 e ’90, e dai protagonisti che hanno li hanno vissuti, hai usato la scrittura per riempire gli spazi vuoti di una storia che a distanza di anni presenta ancora delle zone oscure. Come ti sei regolato nel muoverti su questo terreno scivoloso e qual era il tuo scopo nel farlo?
A.: Diciamo che l’idea di base era identificare quali sono queste crepe, queste lacune a partire dalla verità giudiziaria che trovo non soddisfacente come molti di coloro che conoscono in maniera approfondita la vicenda del mostro di Firenze. Grazie all’immaginazione e alla creazione di personaggi verosimili, dare forma al mondo che potrebbe essere stato quello del mostro attraverso una realtà che non necessariamente è quella vera. Ho messo insieme delle possibilità e mi premeva parlare attraverso di esse del male in generale. La letteratura permette l’utilizzo della fantasia dopo aver assimilato tutta la realtà possibile per non contraddirla.

3. Sin dalle prime pagine si percepisce l’importanza che attribuisci alla vita dei personaggi, cercando di portare l’attenzione del lettore su ogni evento o al modo in cui affrontavano ciò che gli capitava, forse per farci comprendere meglio le origini del male che in quegli anni ha segnato per sempre le strade di quelle terre. Ce ne vuoi parlare?
A.: Dal punto di vista letterario l’intreccio è importante così come la struttura e la storia, ma più di tutto per me lo sono le anime dei personaggi, le loro motivazioni, la volontà, ciò che li spinge ad agire diventa fondamentale per gli eventi. Io ho adottato uno stile in terza persona al presente che dà molto spazio e attenzione ai dialoghi e alle azioni e ogni capitolo ha il focus su un personaggio specifico in cui cerco di entrare nella sua psicologia e nella sua anima.

4. Contemporaneamente ai delitti hai cercato di contestualizzare ciò che succedeva all’interno della società in cui accadeva, cogliendo uno dei tratti fondamentali della letteratura di genere noir che attribuisce al delitto il modo più efficace in cui esprimere il malessere e i problemi della terra da cui affiorano. Cosa ne pensi?
A.: Quegli anni per l’Italia sono stati fondativi sotto un certo punto di vista e a loro volta fondati da ciò che gli ha preceduti, ovviamente così fa la storia. In Toscana la P2, per la quale si parla di scala nazionale e internazionale e altre vicende come quella del Forteto, anni di eversione, di poteri che successivamente sono stati scoperti essere molto neri, al servizio non propriamente dell’ordine democratico. Tutto questo non necessariamente è collegato alla vicenda del mostro di Firenze perché come dicevo prima sono i personaggi che creano la storia, però c’è un capitolo in cui cerco di riflettere sulla possibile genesi degli omicidi e a quel punto si può dire a posteriori che la vicenda del mostro di Firenze ha avuto la stessa influenza che hanno avuto le bombe, le stragi avvenute in Italia. Creare paura, terrore in maniera differente e forse anche più profonda sotto un certo punto di vista.

5. Spesso si rimarca il fatto che quando ci si trova a vedere o vivere certe cose, poi non possiamo più dimenticarle o lasciarle andare, arrivando a cambiarci nei casi più estremi. Quali pensi che siano gli eventi che maggiormente hanno influenzato le vite dei tuoi personaggi?
A.: Pacciani nel ’51 commette un omicidio per cui finisce in galera ed è qui che si forma: una volta uscito è divenuto un uomo maturo e ha delle strane amicizie. E’ un personaggio che ha molti punti sospetti nella vicenda del mostro ma a mio avviso non è artefice di quegli omicidi. Comunque lui già a dieci anni, come viene descritto nel primo capitolo attraverso una lite con un ragazzino, mostra una predisposizione psicologica a mentire, a cercare di sopraffare, un’indole violenta. Per Guido, il personaggio che poi diventa un mercenario, è sicuramente l’omosessualità non vissuta in una realtà piccola e la violenza subita. Poi in guerra finisce all’inferno che in seguito si porta dietro e dentro. Ferruccio già dal principio, quando dice che lui nella vita vuole provare tutto, ci fa intuire la sua tendenza a non rispettare i limiti che di solito sono posti dall’esistenza delle altre persone, come non uccidere e così via, che invece impara a violare fin dall’adolescenza.

6. A un certo punto fai un discorso molto interessante sulla verità, in particolar modo quella processuale. Sulla possibilità che le parole modellino come argilla un fatto accaduto ma di cui non ci sono prove, arrivando a dargli la forma che si vuole. Ne vuoi parlare a chi ancora non ha letto il tuo romanzo?
A.: Questa è una riflessione basilare sulla realtà, che esula da quella fisica degli oggetti ma in relazione al passato, a ciò che ci lasciamo alle spalle e di cui rimane solo la narrazione. Quello che mi premeva sottolineare è quanto su questa vicenda orrenda e pazzesca, ancora dopo tanto tempo, non sia stata fatta luce e il mio romanzo diventa un piccolo tassello di tutto questo.

7. Altra considerazione veramente importante, di cui ti chiedo, che penso sia parte delle fondamenta su cui si regge il romanzo, e di cui mi piacerebbe approfondire il tuo pensiero, è quella del concetto di “Male” legata a quello di “Mostro”.
A.: Dal mio punto di vista non si parla di una persona che agisce da sola che per soddisfare degli impulsi patologici che crescono in lei per chissà quale trauma infantile ma di un insieme di persone che compiono omicidi, ognuna spinta da motivazioni proprie. In realtà il mostro di Firenze è un’entità astratta che poi ognuno può riempire come vuole con le varie piste alcune tra le quali contemplate anche dalle indagini. Il male è qualcosa che esiste insieme al bene, che trascende da chi lo compie.

8. Altro strumento interessante è quello della “Paura”: come lo hai usato nel libro e come veniva usato allora nella società ai tempi dei delitti?
A.: In quegli anni sono varie le paure che aleggiano sulla popolazione e molte le entità che ne sono causa o le diffondono, e la paura, intesa come fenomeno sociale di massa, può di certo essere uno strumento utile a consolidare istanze antiprogressiste se non antidemocratiche. La questione è ovviamente molto complessa e ci vorrebbe ben più di questa risposta per cercare di capire bene, ma insomma la mia idea, che del resto non è originale, è che mantenere una popolazione in uno stato di paura più o meno costante aiuti molto chi può trarne un beneficio.
Nel mio romanzo la paura ha un posto centrale e ha a che fare con ogni singolo personaggio: c’è chi la genera, chi la subisce e chi entrambe le cose.

9. Dovessi scegliere un simbolo che possa esprimere il flusso del tuo romanzo meglio delle parole, quale sceglieresti e perché?
A.: Bella domanda, la mia risposta di getto, a istinto, è il triangolo. La vicenda degli omicidi del Mostro di Firenze parte sempre da una coppia cui poi si aggiunge un elemento ulteriore, un terzo, che è il carnefice. Il triangolo è inoltre il simbolo all’interno del quale si manifestano (a quanto si dice/scrive) le entità durante i rituali di magia evocativa. E il triangolo è anche una piramide gerarchica all’interno della quale si muovono i personaggi, nella quale la base e il vertice non hanno contatti diretti fra loro mentre al centro ci sono pluralità di rapporti.

10. Siamo curiosi anche di sapere quali progetti hai per il futuro e se sei già immerso nella scrittura di un nuovo libro?
A.: Sì, al momento sono al lavoro su un progetto più personale, ma è possibile che torni a indagare una realtà fatta di sangue, una storia che però non è vasta quanto quella de Il Mostro, anche perché lo sforzo che ho dovuto mantenere costante per un lungo periodo in modo da creare quest’opera in un tempo relativamente breve (un anno) è qualcosa che non so se riuscirò a rifare nella mia vita. Di certo comunque farò del mio meglio, io mi ritengo uno scrittore prestato alla mostrologia e non il contrario, quindi per me l’importante è cercare di fare buona letteratura.

Intervista a cura di Federica Politi