Intervista a Domenico Cacopardo

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Domenico Cacopardo, nato nel 1936, è vissuto in giro per l’Italia al seguito di suo padre, funzionario pubblico. Consigliere di Stato in pensione, ha collaborato e collabora con numerose testate giornalistiche nazionali e locali. Ha insegnato nelle università di Torino e Roma-Luiss. Ha scritto venti romanzi, tra i quali la nota e fortunata serie di gialli che ha per protagonista il magistrato Agrò, edita da Marsilio. Ha pubblicato anche con Mondadori, Baldini&Castoldi, Diabasis e altri.
qui la sua biografia completa

Gli abbiamo rivolto qualche domanda sul suo nuovo romanzo intitolato “Pater”, pubblicato da Ianieri Edizioni:

1. Buongiorno, Domenico Cacopardo, nell’attesa di una futura chiacchierata che mi auguro anche di persona, le sarei grata intanto se volesse rispondere. Grazie in anticipo.
Una storia che parte dalla legge poi, quasi con un gioco di prestigio, ribalta la situazione e finisce dall’altra parte. Molto intrigante, cosa l’ha spinta a scriverla?
D.: Difficile da dirsi: il processo creativo segue talora sentieri misteriosi, tra di essi ce n’è uno che merita di essere ricordato: sul finire del 2020, nel pieno della pandemia, licenziato “Io, Agrò e il generale”, volevo scrivere il mio ultimo romanzo, una storia che concludesse vent’anni di carriera. Così è nato Pater, nel quale sono confluite tante vicende che apprese negli anni di frequentazione siciliana.

2. La straordinaria figura di Liborietta, moglie e madre cresciuta in Toscana ma permeata di intensa sicilianità, è essenziale per portare il lettore dalla parte di Cataldo Giammoro, il protagonista. Che ruolo avrà Loborietta, Etta, nel romanzo e quanto conterà per lui l’appoggio e la omertosa “comprensione” familiare?
D.: Liborietta è il paradigma della donna siciliana dei tempi moderni. Non più o non solo matriarca del focolare, ma pienamente partecipe dei disegni del marito e, in definitiva, complice. Come si conviene e si pretende da una persona inserita pienamente nei disegni del coniuge.

3. Giammoro che poco più che da ragazzo, con la scomparsa del padre, ha dovuto subire il ricatto e la prevaricazione della mafia, sarà poi costretto lui stesso ad adattarsi a quelle medesime logiche e pur di riuscire a vendicarlo, schierarsi dall’altra parte. É stata questa la principale motivazione della sue scelte, oppure?
D.: Credo che per Cataldo abbia funzionato l’inerzia delle cose: dalla morte del padre, gli avvenimenti si inanellano secondo il piano elementare del protagonista. Crescere e fare soldi il suo progetto: nel perseguirlo non ci sono distinzioni morali tra legalità e crimine.

4. Perché ha dovuto accettare? Avrebbe potuto non farlo?
D.: C’è una logica ineluttabile nella vita di Cataldo dalla laurea e dal matrimonio in poi: cogliere le occasioni, ogni occasione funzionale al proprio avanzamento professionale. Il potere è subordinato a questa esigenza. Certo, all’inizio ognuno è relativamente libero di scegliersi il proprio futuro. Il prezzo per Cataldo sarebbe stato di rimanere un piccolo proprietario agricolo: ci sarebbe voluto più coraggio a rinunciare alla carriera, che poi s’è realizzata, che rinunciarvi.

5. Quanto fu contagiosa per la Sicilia l’eredità e i precedenti mafiosi sia del regime fascista, che i tempi successivi collegabili all’acquiescenza degli invasori alleati?
D.: Più che di eredità, parlerei di permanenza di una situazione bloccata, che presenta ai giovani una sola via d’uscita: andarsene. Fascismo e arrivo degli alleati erano congeniali al sistema siciliano che, peraltro, non era ancora così pervasivo come successivamente, mercé il fiume di denaro rappresentato dal business della droga, è diventato.

6. Dal dopoguerra fino a Falcone e Borsellino praticamente tutto o quasi in Sicilia era colluso e collegabile alla mafia vecchia maniera, che poi ha cominciato velocemente a modernizzarsi. A suo parere qualcosa del codice della vecchia mafia impregna ancora e condiziona le cosche siciliane?
D.: Non lo so. So per certo che qualcosa si muove nel “continente” Sicilia: sono i giovani, anche quelli cresciuti nei contesti più inquinati. In tanti vanno all’estero a lavorare e a studiare e sfuggono così ai canoni criminali. Con essi e anche con parte di coloro che rimangono stanno emergendo generazioni meno condizionate dal contesto mafioso. In tempi non brevi, i giovani vinceranno e renderanno libera l’isola.

7. Per quanto resisterà ancora la mafia in Sicilia?
D.: Chissà! Questa è una fase ‘coperta’ ma non per questo meno pesante, anche perché non è chiaro a quali livelli di collusione siano arrivati i pubblici poteri. Come dicevo prima, la soluzione non è nello Stato ma nella società, sui giovani dunque.

8. I suoi ricordi d’infanzia, immagino abbiano contato molto nella straordinaria ricostruzione mentale e sociale della Messina borghese di allora. Sbaglio nel trovare nelle pagine di Pater anche un filino di nostalgia?
D.: Probabilmente c’è un filino di nostalgia. Ho 86 anni e spesso i tempi remoti mi sembrano l’El Dorado mitizzato e cercato. Resta il fatto che la Messina del dopo-guerra e degli anni ’50 recava in sé i resti dello spirito che l’aveva animata in passato, quando per oltre un secolo ebbe l’egemonia commerciale del Sud Europa, al netto di Venezia e di Genova.

9. Che punto intende segnare Pater nella sua lunga carriera letteraria?
D.: Era nato come il punto terminale. Nella realtà sto scrivendo un nuovo romanzo che intitolo “Ultimo giro”. Esplicitamente, decisamente la chiusura. Il 20° e ultimo nel quale entro personalmente nella storia in una sorta di meta-verso sperimentale e testamentario.

Intervista a cura di Patrizia Debicke