Intervista a Aldo Pagano

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Aldo Pagano, nato a Palermo nel 1966, ha vissuto a lungo a Roma, Bari, Milano, Como. Ex giornalista ed ex sommelier, fra le tante altre cose che ha fatto gli piace ricordare gli anni nelle pubbliche relazioni e il lancio di un fichissimo chiosco da spiaggia.
La protagonista di Motivi di famiglia, il pubblico ministero Emma Bonsanti, è apparsa anche nel suo primo romanzo, La trappola dei ricordi, pubblicato nel 2015 da Todaro e in corso di ripubblicazione per Piemme.

Lo abbiamo incontrato per farci raccontare qualcosa del romanzo intitolato Erba d’annata, pubblicato sempre da Piemme Editore, in occasione di BookCity Milano. Ecco cosa ci ha risposto:

1. Nei tuoi romanzi hai parlato di famiglia oggi in una società che ha paura di aprirsi e accogliere la diversità e il nuovo. Hai parlato di preconcetti e delle facili verità dell’una o dell’altra fazione. Di contraddizioni e di false convinzioni. Da che cosa sei partito per questa nuova indagine?
P.: Da un fatto di cronaca, la morte di una ragazza in Sardegna dopo un free party: si era stesa sul tetto di un capannone e, mentre dormiva, era precipitata giù. Ne era seguita la solita canea di stampa contro rave e raver diffondendo, anche in quel caso, falsa informazione su questo genere di eventi. Ciò che mi interessava, dunque, era proprio indagare su preconcetti e facili verità che ci impediscono di leggere correttamente le cose accontentandoci di spiegazioni semplicistiche e in fondo rassicuranti; abbiamo bisogno di etichettare tutto ciò che vediamo anche se non lo conosciamo, e ovviamente non parlo solo del free party, che è comunque cosa ben diversa da come viene descritta comunemente, un ritrovo di violenti drogati: la violenza e la sopraffazione, che si incontrano ogni notte in ogni discoteca, sono inesistenti e la droga, che trovi ogni notte in ogni luogo e anche in ogni discoteca, sono assunte in modalità molto più controllate di ciò che avviene di solito. Ecco, in Erba d’annata credo di aver affrontato, dalla depressione agli adolescenti di oggi ai rave a altri argomenti, diversi luoghi comuni con l’idea di scardinarli ponendo altre domande da un punto di vista diverso.

2) Protagonista dei tuoi romanzi è il pubblico ministero Emma Bonsanti, una maniaca del controllo, una che ha sempre coltivato l’attitudine di smontare l’apparenza per trovare la verità giudiziaria. Come hai caratterizzato questo personaggio?
P.: Sai, Cecilia, la prima risposta che mi è venuta in mente è che io non ho caratterizzato il personaggio, perché Emma si è costruita da sola. Questa è la verità ma, mi rendo conto, non può bastare come risposta. E allora ti dico che la mia parte creativa è stata all’inizio, tanti anni fa, quando ho pensato a una protagonista che incarnasse in qualche modo una donna nuova, consapevole di muoversi fra pregiudizi e veti maschili senza mai arrendersi, che fosse spigolosa e determinata ma senza perdere in femminilità. Per questa ragione, uno dei complimenti che ricordo più volentieri è quello di Nico Maldini, anima della libreria Trame di Bologna, che definì Emma un personaggio vivo, il miglior personaggio femminile scritto da un autore maschio italiano. La mia Emma, come ti dicevo, è dura esteriormente ma estremamente fragile; è una persona comune con i più e i meno della donna di oggi, che si prende il suo spazio senza chiederlo agli uomini, che sconta il suo essere donna nella società italiana e sbatte contro il potere maschile e cade ma si rialza sempre. Io ho solo pensato a questa donna sulla base del mio vissuto, in conclusione, le donne che conosco e rendono interessante la mia vita; per il resto, ha fatto davvero tutto Emma.

3. Mi ha colpito il fatto che in una tua precedente intervista la descrivi come la fusione di tre donne messe insieme. A distanza dei vari libri che hai scritto, c’è una caratteristica delle tre che ha preso il sopravvento nel carattere di Emma?
P.: Sì, Emma nasce come sintesi di tre ragazze che ho molto amato in passato ma credo che oggi sia completamente autonoma. Erano, e sono certo lo siano ancora oggi, tre donne forti, acute, ironiche. Per dirla meglio: molto molto forti, acute, ironiche. Ognuna di loro ha dato qualcosa a Emma, non solo note caratteriali ma pure tic o modo di vestire o gestualità o espressioni; ma ritengo che nessuna caratteristica abbia preso il sopravvento sulle altre. Se vogliamo, piuttosto, una delle tre ha sin dall’inizio contribuito più delle altre a formare Emma ma è un’alchimia rimasta invariata.

4. In un’altra intervista tu dichiari: secondo me il ruolo di uno scrittore è fondamentalmente quello di porre domande antipatiche e possibilmente originali. Credi che la letteratura di oggi sia improntata su romanzi che non pongano interrogativi, che lascino i lettori in una comfort zone?
P.: In qualche modo, sì. Sono convinto che sempre più spesso dietro una pseudo idea creativa si celi un’offerta commerciale, un invito implicito a considerarti, tu lettrice o lettore, dalla parte dei buoni e pronto a valutare il male un qualcosa fuori di te. Non tutti, autrici e autori, ovviamente, ma sono diversi quelli che banalizzano il male e lo separano semplicisticamente dal bene, in maniera netta, come se in fondo bastasse il senso comune per riconoscerlo. Non è così, è evidente, la vita non è così; noi stessi non siamo per niente così, se solo ci poniamo domande complesse e scopriamo in noi quel male lì, proprio lo stesso, identico, che vediamo solo negli altri. Il male e il bene sono infatti frutto del caso – nella misura in cui non siamo noi a decidere di nascere in un certo ambiente culturale, sociale, economico – e la nostra reazione a un fatto può avere conseguenze più o meno gravi in modo del tutto indipendente dalla nostra volontà. Uno scrittore bravo, secondo me, deve portare i lettori a quelle domande complesse, lasciando le porte aperte a diversi generi di risposte.

5. A un certo punto del romanzo scopriamo che i ricordi di una persona del passato, così come l’abbiamo conosciuta, vengano modificati da aspetti emersi solo nel presente. Era funzionale alla storia? O un monito a dire: Attenzione, non saprai mai esattamente tutto di chi ti trovi davanti?
P.: Era funzionale nei termini che ti dicevo prima, ma è pure un discorso a parte su ciò che conosciamo degli altri, che non potremo mai conoscere integralmente. E meno male, aggiungo io, perché non solo non è necessario ma neppure è salutare conoscere ogni dettaglio sulla vita, per esempio, della persona che pure ti sta accanto. Io rivendico il diritto di nascondere zone buie dentro di me, zone che non illuminerei mai con nessuno e forse non illumino del tutto nemmeno per me stesso. Ognuno di noi ha una visione parziale dell’altra persona e ci costruiamo la nostra impressione su questo punto di vista che può farcela detestare o amare. Sul resto, sulla sua zona d’ombra, tocca contare sulla fiducia nell’altro: sono consapevole che non conoscerò mai tutto di te ma, per come ti conosco, sono certo che il tuo lato oscuro non sporcherà il nostro rapporto. È una sorta di sospensione del giudizio, tanto più valido oggi, in un periodo in cui giudichiamo tutto subito senza avere in fondo gli strumenti per farlo.

6. Lo scrittore scatta un’istantanea della situazione, senza schierarsi, anche se raccontare ciò che succede in fondo è già una presa di posizione. Si riesce – e come – a scrivere senza pregiudizi?
P.: Sono d’accordo, raccontare una storia anziché un’altra è già una scelta. Detto ciò, vale per me il passato da giornalista e la consapevolezza che rischi sempre di avere idee basate su pregiudizi. Ciò che puoi fare è mettere sempre tutto in dubbio, arrivare a quello che ti pare un giudizio e metterlo subito in discussione valutandolo da un angolo diverso. In altre parole, scusa se mi ripeto, non accontentarti delle risposte ma proseguire con altre domande, che sono poi in generale molto più interessanti delle risposte. È solo un tentativo, peraltro, per avvicinarti il più possibile alla tua piccola verità soggettiva; una verità imperfetta, momentanea e fugace.

7. I romanzi sono trappole e gli scrittori sono i carnefici che li allestiscono. Perché gli scrittori sono curiosi di capire come il loro personaggio riuscirà a cavarsela, quali soluzioni escogiterà per tirarsi fuori dall’imboscata nella quale è caduto, per verificare se e quanto manterrà la calma o se invece impazzirà. Che rapporto hai con i tuoi personaggi?
P.: In ognuno di loro c’è una parte di me, soprattutto in quelli più negativi, e quindi è un rapporto complesso e intimo. In alcuni casi non so neppure io come finirà e li porto al punto di rottura proprio per immaginare che cosa potrebbe accadermi, poverini. Più spesso, invece, loro sono alle prese con situazioni che io stesso ho affrontato e di solito agiscono per conto loro, faccio di tutto per non influenzarli. In questo romanzo, per esempio, Emma e altri personaggi attraversano il male di vivere, un male che con i suoi up e i suoi down conosco molto bene, e ognuno di loro reagisce in modi e con strumenti diversi, se reagisce. Provo nei loro confronti un senso di fortissima solidarietà soprattutto, ripeto, verso i più controversi proprio perché in loro si riflette ciò che di me provo a mitigare. Accade, infine, che qualcuno dei protagonisti ripercorra strade battute da persone che frequento e amo: io mescolo le carte, li rendo irriconoscibili ma cerco sempre di far prevalere la verità obiettiva del romanzo. Perché, sono d’accordo con Eco, l’unica verità obiettiva è quella dei romanzi.

8. Leggendo i tuoi libri, ogni volta si scopre una cifra stilistica particolare. Ti piace sperimentare o credi che la scrittura si modifichi in base alla storia che hai da raccontare?
P.: Sinora ho trattato in tutti i miei romanzi solo vita e opere di Emma e a me pare efficace e originale lo stile che ho scelto, altre storie le racconterò con scritture diverse. Mi piace sperimentare, a ogni modo, e non mi andava di riproporre con lei canovacci abusati. In ogni storia di Emma sviluppo, parallelamente all’indagine, due o tre temi di forte impatto sociale e psicologico. Lei, detto in altro modo, si trova davanti a situazioni e domande drammatiche; situazioni e domande che prima o poi incontriamo tutti. Con il mio stile, questa è la scelta, racconto il dramma senza drammatizzare, perché farlo sarebbe per me un’iterazione inutile. Non risparmio niente alle lettrici e ai lettori, ma senza enfatizzare. Per dire, nel mio secondo romanzo, Motivi di famiglia, uno dei temi è l’eutanasia; il lettore si trova di fronte a una malata terminale e, ti domando, è davvero indispensabile raccontare dettagliatamente le sue crisi respiratorie? C’è sul serio da spiegare cosa significhi la morte di una madre o è molto più diretto riportare alcune sensazioni, odori, colori, memorie che ognuno di noi ha provato in quella circostanza? Leggo sempre con ammirazione le recensioni di Mariarosa Mancuso e, be’, quando sostiene che non si drammatizza un dramma, che l’autrice o l’autore deve aver superato il trauma di cui parla, sono perfettamente d’accordo.

9) Il tuo primo romanzo della serie di Emma Bonsanti, La trappola dei ricordi, è uscito per Todaro editore nel 2015 e poi ripubblicato da Piemme. Quando lo hai saputo, rileggendolo, avresti cambiato qualcosa a distanza di sette anni dalla prima stesura?
P.: Intanto, colgo l’occasione per ringraziare Veronica Todaro, editrice illuminata e di qualità, e per ricordare Tecla Dozio, donna geniale e centro di gravità per decenni di tutto il mondo giallo. A Tecla, mia prima editor, devo professionalmente tutto e umanamente molto, a cominciare dalla franchezza nei rapporti. Detto ciò sì, da perfezionista qual ero allora, avrei cambiato tantissimo. Oggi sono guarito da questa mania, almeno me lo auguro, e tuttavia qualcosa la scriverei diversamente e qualche altra non la scriverei affatto. La parte più prettamente politica, maniacalmente legata al giornalista che ero con tutta una serie di riferimenti reali alla storia economica e criminale italiana, una storia vera e che conosco molto bene, la asciugherei un bel po’ perché rallentava il ritmo narrativo. Ma fondamentalmente, e torno alla risposta precedente, trovo oggi che a quei tempi parlavo di un trauma che non avevo ancora superato e davo quindi una lettura solo disperata della realtà. Questo non significa che occorra fornire della realtà un quadro edulcorato e tendente al positivo; al contrario, la realtà italiana è secondo me molto peggiorata e non vedo proprio niente di positivo nel futuro a medio termine. Tuttavia, non tratteggiavo nessuna speranza nel modo di porsi dei protagonisti di fronte a una realtà disperata. Scrivevo del crollo delle ideologie come di un lutto irriducibile, per esempio, mentre oggi leggo in quel crollo un’occasione per donne e uomini di buona volontà per rimettersi a camminare dove li porta la loro mente aperta. Il che poi, reagire in qualche modo a situazioni che non possiamo controllare, e cioè quasi tutto, è l’unico stratagemma che abbiamo per restare vitali. Nonostante tutto.

Intervista a cura di Cecilia Lavopa