Darien Levani – La pupilla. Caso tinto per Faber

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Editore Spartaco Edizioni / Collana Dissensi
Anno 2026
Genere noir
288 pagine – brossura


Recensire La pupilla significa entrare in una stanza dove qualcuno ha appena spento la luce dopo aver combinato un disastro. E tu, lettore, sei quello che deve capire chi ha fatto cosa, quando e perché. Ma soprattutto: se vale la pena restare.
Darien Levani costruisce un noir che non ha fretta di piacere. E fa bene. Perché qui non siamo davanti al solito giochino investigativo con indizi disseminati come briciole per polli affamati. Qui c’è un mondo che si muove storto, personaggi che parlano troppo — o troppo poco — e una sensazione costante che qualcosa, da qualche parte, sia già andato irrimediabilmente fuori asse.

Il maresciallo Faber è il tipo che non ti aspetti. Non è un eroe, non è un duro da fiction, non è neanche particolarmente brillante nel senso classico del termine. È stanco, ironico, incasinato. La moglie lo ha mollato, forse per un periodo indefinibile, forse per sempre, uno scompenso al quale Faber ha difficoltà a reagire. Parla con la figlia mentre prepara un arresto e già questo basterebbe a capire che siamo lontani anni luce dai cliché. È uno che vive nel mezzo: tra il lavoro e la famiglia, tra il dovere e il caos domestico, tra l’idea di giustizia e la realtà di un mondo che non collabora. E proprio questa sua imperfezione lo rende credibile: è uno che sbaglia, che tentenna, che arriva tardi — e lo sa.
E poi c’è Coletti. Giovane, fisico, impaziente. Uno che vorrebbe spaccare tutto — porte comprese — e che invece deve imparare la cosa più difficile: aspettare. La loro dinamica funziona perché non è costruita, ma sporca. Si punzecchiano, si studiano, si sopportano. Sembrano veri, ed è già metà del lavoro fatto. Rappresentano, soprattutto, due modi opposti di stare dentro lo stesso mestiere: uno consunto dall’esperienza, l’altro ancora ubriaco di possibilità.

La prima parte del romanzo è un piccolo capolavoro di ritmo trattenuto. Dialoghi lunghi, apparentemente dispersivi, ma in realtà chirurgici. Levani si prende il lusso di rallentare proprio quando ti aspetti che acceleri. E quando finalmente lo fa — quando si entra in quell’appartamento — capisci che tutta quella attesa serviva. Il colpo arriva, e fa male. La scena della scoperta del corpo è secca, sporca, senza retorica. Non c’è spettacolo, non c’è compiacimento. Solo disordine, sangue e quella sensazione che qualcosa sia sfuggito di mano. È lì che il romanzo cambia pelle: da procedurale a qualcosa di più ambiguo, più scivoloso. Non si tratta più solo di capire chi è stato, ma di orientarsi in un terreno dove le certezze iniziano a sgretolarsi.
Interessante anche il contesto: una Bologna che non è cartolina ma retroscena. Arte, droga, relazioni opache. Un ambiente “bene” che nasconde crepe evidenti. La figura di Diana Mantovani — anche solo per come viene introdotta — promette complessità: non la solita vittima, ma un nodo. Un punto di convergenza tra mondi che normalmente non si parlano, e che qui invece collidono.
La scrittura maestosa di Levani indica che conosce bene ciò che racconta, o che è stato bravo a documentarsi senza farlo pesare. O entrambe le cose. Il linguaggio è diretto, spesso ironico, con improvvise impennate quasi liriche che però non disturbano. Anzi, danno respiro. E poi c’è un particolare che lega insieme tutto quanto: il dialogo. Naturale, credibile, mai didascalico. La gente parla come nella vita vera: si interrompe, sbaglia, devia. E dentro quelle deviazioni si nasconde spesso il senso delle cose.

Infine, vale la pena di esaminare con attenzione il sottotesto che lavora in silenzio: quello della paternità, della responsabilità, del fallimento personale. Faber non è solo un investigatore, è un uomo che cerca di tenere insieme i pezzi della sua vita mentre tutto tende a sfaldarsi. E questo livello più intimo dà profondità e realismo al racconto, lo allontana dal semplice intrattenimento.
Se proprio bisogna trovare un difetto, è che a tratti il romanzo sembra indulgere nel piacere della digressione. Ma è un finto difetto, perché dentro quelle deviazioni c’è l’essenza del carattere. E oggi, nel noir italiano, il carattere non è merce così diffusa.
Ad avvolgere il tutto, una placenta sempre presente, la sensazione che nessuno sia davvero innocente. Non in senso morale, ma esistenziale. Tutti portano addosso qualcosa: un errore, una crepa, una zona d’ombra. Ed è proprio lì che il romanzo affonda le mani. Non cerca eroi, cerca persone.

In definitiva, La pupilla è un romanzo che non ti prende per mano: ti spinge dentro e ti dice arrangiati. Ma se accetti il gioco, se ti lasci portare, scopri una storia che ha una voce, un ritmo e soprattutto una fortissima identità.
E nel genere, credetemi, è già tanto.

Enrico Pandiani


Lo scrittore:
Darien Levani (Fratar 1982), avvocato, vive e lavora a Ferrara. Già autore di romanzi premiati in Albania, sua terra di origine, in Italia ha ottenuto i Premi «Nuto Revelli» e «Pietro Conti». Nel 2017, con il romanzo Toringrad, ha vinto il Premio «Glauco Felici» Tolfa Gialli e Noir. È vicedirettore del giornale online Albania News. Nel 2019 è stato insignito dal governo albanese del titolo Ambasador i Kombit (Ambasciatore della Nazione) per i suoi meriti letterari. È del 2019 il romanzo a metà strada tra il legal thriller e il giallo investigativo Tavolo numero sette.