Editore Gallucci
Anno 2026
Genere Noir
160 pagine – brossura e ebook
Traduzione di Maria Laura Capobianco
Ti accorgi di quanto un libro ti prende, nel momento in cui inizi a leggerlo e capisci subito che non lo rimetterai giù finché non sei arrivato alla parola “fine”.
Sì, perché Solak, romanzo d’esordio di Caroline Hinault, ti intriga con il suo stile e ti porta insieme ai suoi protagonisti in un luogo sperduto a Nord del Circolo Polare artico, alla fine del secolo scorso. E appena ti rendi conto di cosa ti aspetta, inizi già a tremare per il freddo.
Ma non sarà l’unica ragione per rabbrividire…
Il luogo è Solak, una piccola base militare e scientifica vicino al Polo Nord. I pericoli sono numerosi, a cominciare dai pericoli bianchi: la neve e la grande Notte, come se Dio in persona ti tirasse una sberla aroma menta glaciale.
L’orso polare, poi, il Pater è un’altra minaccia, a Solak non si esce mai senza fucile.
Infine, se questi non bastassero, c’è il pericolo grigio, forse peggiore rispetto a tutti gli altri: l’isolamento, la solitudine, l’angoscia.
Qui sei da solo, una carcassa calda in un continente freddo. Qualcosa di vivo, ma non per molto.
In questa ambientazione ostile convivono tre uomini: Piotr, la voce narrante, Grizzly e Roq. Piotr è il veterano del gruppo, ha acquisito un’esperienza ventennale alla Centrale e in qualche modo si è adattato a una vita che lascia poco spazio alla fantasia e alla socialità. Un luogo in cui si torna ai bisogni primari, sopravvivere in mezzo al nulla e, soprattutto, la sensazione di essere minuscoli rispetto a tutta la bianca vastità.
In qualche modo, chi arriva a Solak è per una sorta di punizione, per errori commessi, delle colpe da espiare. A Solak ti si inceppano perfino le interiora.
Un elicottero deposita un container contenente pasti in scatola e prima di ripartire con il cadavere di Igor, morto suicida, scarica anche un ragazzino dalla faccia astiosa, una recluta. All’apparenza gracile, ma è solo una facciata. Muto, ma non sordo, fa fatica a integrarsi in quel misero gruppo di anime perse e sembra più propenso a portare rogne.
Che stile, questo romanzo! Un lessico molto ricercato, una prosa unica. Seppure breve, il romanzo lascia un retrogusto dolce-amaro, una volta concluso. Ho continuato a leggere, anche se in alcuni momenti ho pensato che il genere non fosse propriamente quello che tratto nel mio blog. Ma mentre proseguivo e cercavo di scoprire quando mi avrebbe sorpresa, mi sono ritrovata alle ultime pagine con un finale inaspettato e senza nessun indizio che mi abbia fatto sospettare durante la lettura.
Forse un epilogo troppo frettoloso, ma nel contempo sfolgorante.
L’autrice ha saputo trasmettere, attraverso il suo racconto, le difficoltà degli uomini in ambienti portati all’estremo, in cui le condizioni di vita sono al limite del sopportabile, e la capacità degli stessi di adeguarsi, nonostante tutto. Una sorta di assuefazione agli eventi, che inevitabilmente ha delle conseguenze sui corpi e sulle menti degli individui.
Un linguaggio a volte crudo, avvincente quanto un romanzo di Conrad, un viaggio metaforico nella parte più oscura e brutale dell’animo umano, ma altresì una critica velata nei confronti dei cambiamenti climatici e della totale indifferenza con cui li affrontiamo.
Cecilia Lavopa
La scrittrice:
Caroline Hinault (Saint-Brieuc, Bretagne, 1981) insegna Letteratura a Rennes, dove vive. Solak, il suo primo romanzo, ha riscosso un gran successo di critica e di vendite e ha conquistato otto premi letterari.












