Dirk Kurbjuweit – L’ombra della paura

2032

Editore Bollati Boringhieri
Anno 2018
Genere Noir
247 pagine – brossura e ebook
Traduzione di Carla Palmieri

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Nessuno sa mai tutto delle vite altrui. L’unica vita alla quale siamo costantemente presenti è la nostra, e nemmeno quella possiamo dire di conoscerla al cento per cento, perché a volte i fatti – anche importantissimi – che ci riguardano si verificano in nostra assenza, se non addirittura a nostra insaputa. Dunque dovremmo essere molto cauti nel giudicare le vite degli altri.

Alzi la mano chi non abbia mai fatto pensieri omicidi verso un’altra persona: l’automobilista che ci taglia la strada, il capo che ci tormenta, i figli che fanno impazzire. Ovviamente è un’estremizzazione di un malessere, ben lungi dal metterlo in pratica. Rimane un pensiero, magari detto a voce alta, che fa da valvola di sfogo e che ci fa affrontare le difficoltà, pur sapendo che non succederà mai.
Ho detto “mai”? Ecco che vengo smentita immediatamente da Dirk Kurbjuweit, vicedirettore di Der Spiegel e giornalista di fama internazionale, che ci propone un romanzo nel quale morto e assassino sono descritti sin dalle prime pagine.
Ma procediamo per gradi: siamo in Germania, più esattamente a Berlino. Una città che, come tante altre, ha recuperato i cocci di una guerra, la quale ha dapprima diviso gli abitanti ergendo un muro, poi li ha nuovamente riuniti abbattendolo, ma senza sconfiggere la paura, viva come la cenere sotto la brace tra gli abitanti.
La paura dell’ignoto, del futuro, della vita nel quotidiano.

Protagonista è Randolph Tiefenhaler, architetto, sposato e con due figli. Ama la solitudine, ogni tanto scappa dalla sua famiglia, pur amandola incondizionatamente. Una famiglia normale, una bella moglie, un marito serio e lavoratore, due pargoletti adorabili. Un quadretto tradizionale, scandito da ritmi regolari di una vita tranquilla. In questa calma apparente, compare il neo sul volto, la macchia sul vestito buono: l’inquilino del piano sottostante. Dieter Tiberius vive nel seminterrato del condominio, il cui affitto viene pagato dagli assistenti sociali. Un disadattato che inizia lentamente, poi con maggiore insistenza, a perseguitare la famiglia. In particolare, sembra che abbia un’adorazione per la moglie di Randolph, tanto da mandarle messaggi fin troppo intimi. All’inizio si limita a lasciare lettere sullo zerbino, ma denuncia la coppia per pedofilia nei confronti dei figli.
L’ascolto delle  voci e dei commenti dei bambini attraverso il muro dell’abitazione, convincono lo stalker che all’interno della casa ci sia qualcosa che non va e ad insinuare dubbi sulle attenzioni che i genitori rivolgono ai loro figli, tanto che la polizia è costretta a intervenire per interrogare quelli che diventano sospettati.

Randolph e sua moglie sono allo stremo, vivono nella paura e sembra che denunciare lo stalker non consenta loro di allontanarlo dalla loro vita, costretti a risiedere nello stesso palazzo e non poterci fare nulla. Si sentono vittime due volte: di essere perseguitati dall’uomo e di instillare negli altri l’idea che siano loro i colpevoli, contaminati da un’accusa orribile. Lo Stato su cui facevano affidamento, al quale versavano regolarmente le loro tasse, per le cui sorti dimostravano interesse esercitando il diritto di voto, li aveva lasciati indifesi.

La soluzione è univoca e incontrovertibile: uccidere lo stalker, l’unico linguaggio con il quale rispondere alla violenza sarebbe stato un altro atto di violenza. Il solo modo per proteggere la propria famiglia, i propri figli. Randolph telefona alla polizia: suo padre, collezionista di armi, ha ucciso Dieter Tiberius. Ha eliminato il problema alla radice, senza se e senza ma. Non si poteva andare avanti a convivere con la paura, né si poteva attendere che la giustizia facesse il proprio corso, visto che fino a quel momento gli innumerevoli avvocati non erano riusciti nell’intento.
“Ho ucciso un uomo perché non sapevo come altrimenti aiutare la mia famiglia.”
Il padre di Randolph amava le armi, tanto da collezionarne più di una trentina e cercava di far appassionare anche il figlio, che invece lo snobbava. Lo temeva, anzi.

Lo scrittore ci pone davanti a una scelta: cosa fareste voi se vi sentiste minacciati? Se solo immaginaste che la vostra famiglia è in pericolo, se i vostri figli venissero spaventati da soggetti che voi ritenete possano fare loro del male; se ogni tentativo di allontanarli non funzionasse, se vi sentiste impotenti e con la legge che non vi difende, cosa fareste? Stiamo creando una società nella quale occorre farsi giustizia da soli? Leggiamo ogni giorno di casi in cui la mano innocente del truffato, del rapinato, dell’aggredito, si arma di pistola e cerca di difendersi e causa anche la morte.
Chi giudica chi? Siamo noi i primi a erigere il banco del giudice e siamo noi a incriminare il soggetto della minaccia? Lo stesso autore del romanzo racconta di essere stato perseguitato a sua volta da uno stalker e sappiamo bene che anche in Italia la legge sullo stalking non esiste da molto tempo.
La famiglia è come un nido, una tana, un nucleo da proteggere, da curare. Ma anche un rifugio dal quale tenere lontane le brutture. Ma se il male si annidasse all’interno?
Mi sarei aspettata più suspence leggendo la sinossi del romanzo, invece rimane sulla superficie, dando più risalto al disagio strisciante, lo stesso che l’autore dichiara di avere provato sulla sua pelle. Sicuramente un romanzo da leggere e che fa riflettere su come, in casi estremi, anche il buon cittadino può trasformarsi nel peggiore degli esseri umani.

Cecilia Lavopa

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Lo scrittore:
Dirk Kurbjuweit è vicedirettore di «Der Spiegel» e giornalista di successo, vincitore di premi come l’Egon Erwin Kisch Preiz e il Roman Herzog Preiz. Oltre che di L’ombra della paura, è autore di altri sei romanzi e di due saggi sulla politica di Angela Merkel. Vive tra Berlino e Amburgo. Presso Bollati Boringhieri ha pubblicato L’ombra della paura (2018).