Franz Bartelt – Hotel del Gran Cervo

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Editore Feltrinelli / Collana I Narratori
Anno 2018
Genere Giallo
284 pagine – brossura e ebook
Traduzione di E. Cappellini

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Non vorrei sembrare pessimista, ma la verità non è di questo mondo. Non esistono innocenti. Forse la verità appartiene all’altro mondo. Ma siccome l’altro mondo è aperto solo agli innocenti, me lo immagino vuoto e deserto. La verità è impraticabile. Parola di sbirro.”

Sedetevi e mettetevi comodi, perché quello che sto per raccontarvi è la trama di un libro trasfigurata in film. Sì, perché la sensazione, mentre si legge, è di assistere a uno di quei film con il commissario Maigret alle prese con le indagini; la differenza è che qui abbiamo a che fare con l’ispettore Vertigo Kulbertus e niente sarà più come prima.

La storia si svolge in un paesino delle Ardenne, Reugny. Il luogo è divenuto famoso per la morte inspiegabile della famosa attrice Rosa Gulingen, trovata nella vasca da bagno di una stanza d’albergo ben quarant’anni prima, annegata. In occasione del progetto di un documentario che volevano dedicare alla morte della donna, viene mandato il giovane Nicolas Teque a prendere informazioni. Faceva lavoretti saltuari come assistente alla regia, attrezzista, fotografo, qualsiasi cosa per sopravvivere ogni giorno. Certamente al suo arrivo non si aspettava di trovarsi in mezzo a una serie di delitti cruenti…

Reugny è un borgo dall’aspetto tranquillo, scandito da ritmi lenti e da attività lavorative che possiamo riassumere nell’Hotel del Gran Cervo, gestito da Thérèse Londroit e nel Centro Motivazionale, aperto da Richard Lepine e rinomato in tutta Europa per i seminari e gli stage organizzati dalle aziende. L’hotel era un buco perso in mezzo alle Ardenne, dove l’inverno non finiva mai e l’estate si perdeva tra i brevi sprazzi di luce interminabili distese di nuvole e ambra.
Gli abitanti di Reugny non si erano evoluti più delle pietre, del grezzo lastricato o dei tetti d’ardesia.
Il Centro, invece, prima della guerra era un centro d’accoglienza per orfani, divenuto poi un luogo di formazione con metodi pressoché poco ortodossi – diciamo al limite del nazismo – attuati dallo stesso Lepine per ottimizzare le prestazioni dei dirigenti di una multinazionale. A Reugny, come nel resto del mondo, il crimine era il lato oscuro dell’innocenza.
I barbari omicidi che vengono commessi nel paese costringono l’ispettore Vertigo Kulbertus, a quindici giorni dalla pensione, a recarsi a Reugny per indagare.

Obeso, non si pesa più da venticinque anni ed è molto più famoso per la sua stazza che per la capacità di risolvere dei casi. Non un cattivo poliziotto, ma sfortunato. Così si sfoga mangiando. I suoi modi stravaganti hanno una logica, quella di nascondere le sue vere intenzioni, di depistare e di destabilizzare. Il suo metodo è quello di non avere metodo. Nessuno deve capirci più niente. Nessuno deve più sapere, chi cerca chi, chi ha ucciso, chi non ha ucciso. Li voglio tutti nella stessa barca. Voglio seminare il panico.
Dietro i discorsi grotteschi, si percepisce un acume, una logica contorta, una sorta di ispirazione, non c’è altro modo per definirlo. E’ irritato, perché nonostante abbia chiesto rinforzi alla centrale, gli altri suoi colleghi sono stati mandati a Liegi, Namur e Bruxelles per la storia degli attentati e delle rapine. Possibile che non capiscano l’importanza della sua indagine? Così si sfoga nel cibo, mangiando polpette e patatine fritte, bevendo litri e litri di birra – senza schiuma, però – mantenendo la lucidità necessaria per scovare i responsabili di tanta efferatezza.

E mentre virtualmente mi mangio due pop-corn, mi immagino l’ingombrante Kulbertus che va a caccia di indizi, che interroga con i suoi modi irriguardosi chiunque gli capiti a tiro, con lo sguardo istupidito per far calare quella barriera che di solito si crea tra poliziotto e criminale. Forse è lui stesso a non prendersi troppo sul serio, o forse è un modo contorto per far credere di non essere all’altezza di condurre le indagini che gli hanno affidato. Bartelt è molto abile nel creare un polar molto generoso di pensieri che danno ottimi spunti di riflessione, di personaggi caricaturali, burleschi, ma intrisi di ironia, di verità.
Ho sempre la tendenza a credere a quello che mi dicono.”
E’ perché non ti interessi alle persone che ti parlano. Non ti viene voglia di conoscerle nella loro nudità. Accettando le falsità che ti raccontano, salvaguardano le falsità che racconti a te stesso sul tuo conto. Non ti biasimo, sia chiaro. Senza illusioni, la vita sarebbe insopportabile. Viviamo solo di connivenze e ambiguità.

Ogni passaggio del romanzo scatena emozioni contrastanti, rabbia o ilarità, a tratti anche pena e vi troverete alla scritta finale, “Fin”, con il faccione di Kulbertus fra il divertito e il soddisfatto. Ora potrà andare in pensione con la soddisfazione di avere risolto almeno un caso. Ma sono sicura che sentiremo ancora parlare di questo personaggio. Certamente, se devo trovare similitudini al commissario di Simenon, posso sicuramente affermare che nei luoghi dei delitti, ho ritrovato le stesse atmosfere, le stesse imperfezioni, tipiche del poliziesco francese; così come la definizione di “bene” e “male” nella loro accezione indistinta.
Romanzo irriverente, che sembra voler distrarre i lettori dalle grandi città sotto assedio del terrorismo, senza dimenticare che anche le piccole realtà possono nascondere invidie, gelosie, avidità, egoismo e tutto ciò che rende l’essere umano difettoso.

Maigret era un commissario, io sono solo un ispettore. Non posso fare come mi pare.

Cecilia Lavopa

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Lo scrittore:
Franz Bartelt è nato e vive nelle Ardenne. È autore di una quarantina di libri, alcuni dei quali gli sono valsi premi importanti, quali il Grand Prix de l’humour noir per Les bottes rouges e il Prix Goncourt de la nouvelle per Le bar des habitudes. Per Feltrinelli ha pubblicato Hotel del Gran Cervo (2018).