Intervista a Antonio Lanzetta

2275

[divider] [/divider]

Antonio Lanzetta è nato a Salerno e, se con Warrior e Revolution, pubblicati per La Corte Editore, ha conquistato pubblico e critica, affermandosi come uno dei più talentuosi scrittori italiani della nuova generazione, con Il buio dentro cambia genere, ma riconferma il suo talento.
Già vincitore del “Premio Cittadella” con il suo primo romanzo “Ulthemar – La forgia della vita”, è sempre suo il racconto thriller Nella pioggia, del 2015, finalista al premio Gran Giallo di Cattolica e arrivato al primo posto della classifica dei racconti più venduti su ebook.

Uscito da poco il suo ultimo libro intitolato Le colpe della notte, sempre per La Corte Editore, lo abbiamo intervistato, ecco cosa ci ha risposto:

1. Com’è nato questo romanzo? E’ stato un necessario evolversi dopo i due libri precedenti?
A.: Il Buio Dentro, I Figli del Male e Le Colpe della Notte, sebbene siano tre libri indipendenti e autoconclusivi, possono essere intesi come parte di un’unica grande storia, caratterizzata da un inizio (l’uccisione di una ragazza nel 1985) e un fine. Per arrivare alla conclusione del viaggio era necessario sporcarsi le mani, raccontare tutta la verità su Castellaccio.

2. All’inizio conosciamo Cristian, questo adolescente con difficoltà nel rapportarsi con gli altri, nell’accettare se stesso e soprattutto nel riconoscersi nello sguardo del padre a cui attribuisce più colpe che meriti. Come ti sei inserito nel rapporto tra questo padre e figlio e soprattutto come sei riuscito a portarlo avanti anche dopo la morte del genitore?
A.: Cristian è un adolescente come tanti, schiavo della tecnologia e rinchiuso in un modo di solitudine, senza amicizie reali, se non le persone con cui comunica tramite chat. Il rapporto conflittuale con i genitori, i quali auspicano per lui una vita normale, e l’affermazione del proprio io avvenuta a Castellaccio, proprio a seguito della morte della madre e del padre, un apparente omicidio-suicidio, che porta il ragazzo a scoprire la verità su se stesso e su suo padre. Il loro legame dura oltre la morte perché basato sul concetto di riscatto, sulla necessità di autoaffermazione e redenzione. Cristian vuole dimostrare a se stesso che può essere un uomo diverso da suo padre.

3. Flavio, Damiano e Stefano. Tre adulti con un passato ingombrante dal quale non sembrano riuscire ad emergere. Puoi raccontarci il perché?
A.: Potrei dire che tutti e tre non sono mai andati veramente avanti, dopo la morte della loro amica Claudia. Ne sono stati segnati in un modo così profondo che per loro era assolutamente impossibile crescere e diventare persone equilibrate. Potrei dire tante cose ma lascio che siano i lettori a farlo, leggendo e comprendendo il perché delle loro vite.l

4. Castellaccio è un luogo ma soprattutto protagonista non solo di questo ma anche dei due romanzi precedenti. Come lo descriveresti a chi non ti ha mai letto e che quindi non ci ha mai messo piede?
A.: Un paese arroccato su una montagna, circondato da boschi, non lontano dal mare, un paese come tanti della provincia remota nel sud d’Italia, in cui però il male è in tutte le cose, vive lì prima dell’arrivo dell’uomo e ha un’essenza concreta.

5. Il personaggio di Girolamo Romano, maresciallo dei carabinieri ormai in pensione, è uno di quei personaggi di cui insieme alla luce si intuiscono ombre non facili da separare le une dalle altre. Puoi raccontarci qualcosa di lui? Com’è nato e come si è evoluto ai tuoi occhi?
A.: Girolamo Romano è un incompleto, un personaggio che sembra venuto fuori da un mondo pirandelliano, da una commedia teatrale. Di certo, uno degli elementi più singolari del romanzo.

6. Il gruppo dei giovani, Cristian, Jay-c e Orso, è quello che ha fatto breccia nel mio cuore provocando in me rabbia per come vengono trattati, ma anche tenerezza per la solidarietà che si instaura tra loro, e anche commozione per come sanno fare fronte unito di fronte alle difficoltà. Qual è il segreto che si nasconde dietro questa alchimia?
A.: Non creda esista segreto se non la spontaneità nel legame che unisce questi tre ragazzi. Riescono a essere se stessi e una cosa sola nel medesimo istante e questa è la loro forza.

7. Parallelamente a quella di Castellaccio c’è l’indagine che nasce a Firenze e dietro la quale sembrano nascondersi parecchi segreti e verità che possono costare la vita. Ce ne puoi parlare?
A.: Il padre di Cristian è un commissario di Polizia a Firenze. Il modo in cui è morto, le dinamiche secondo le quali sembra abbia sparato alla moglie e poi si sia suicidato non convincono Damiano Valente e nemmeno il commissario De Vivo, che era amico di Scalea. Da qui si svilupperà un’indagine che costringerà i due a guardare indietro nel tempo, nelle pagine della storia più buia del nostro paese.

8. Se dovessi scegliere uno più sentimenti che caratterizzano il romanzo diventandone essenza, quale sceglieresti?
A.: L’angoscia, perché per tutto il romanzo ai protagonisti non è dato sapere cosa sta per accadere. Un po’ come la vita, non sappiamo mai cosa ci aspetta.

9. Si parla di cicatrici, di colpe, di perdono. E tu Antonio Lanzetta come ti rapporti con questi sentimenti?
A.: Le cicatrici e il dolore sono la testimonianza che siamo vivi e reali, che cadiamo e ci rialziamo. Non potrei scrivere se non avessi una minima esperienza di vita. Le difficoltà ci sono sempre, in ogni ambito, sta a noi provare a superarle. Leccare le ferite quando è il momento di farlo e non smettere di combattere.

10. Il libro è appena uscito, ma tu hai già qualche idea riguardo al prossimo futuro?
A.: Scrivere è ciò che mi piace fare. Immagino il mondo dell’editoria con un grosso acquario di squali in cui io nuoto con l’audacia di un pesciolino rosso. Non ho nulla da perdere e l’unico modo per restare in vita è scrivere, migliorarmi, dimostrare a me stesso che non ho paura.

Intervista a cura di Federica Politi