Intervista a Davide Pappalardo

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Davide Pappalardo è uno scrittore ispirato che romanzo dopo romanzo si sta facendo apprezzare per il suo stile, per le sue storie, per la capacità di appassionare i lettori fin dalle prime pagine. Nella sua ultima fatica letteraria Che fine ha fatto Sandra Poggi? (Pendragon, 2019) se è possibile è riuscito a superare sé stesso imbastendo un romanzo sfaccettato e ricco di azione e psicologia. E noi di Contorni di noir non potevamo non farci raccontare proprio tutto direttamente dall’autore.

1.Benvenuto, Davide. Parliamo subito della tua scelta di ambientare il romanzo negli anni Settanta. Perché e a cosa ti sei ispirato?
D.: Perché quelli sono anni fervidi, pieni di tensioni, di storie vissute. Rappresentano una stagione di lotta e di impegno sulla quale piombano come meteoriti l’eroina e il terrorismo. Si tratta di un contesto interessante e amaro, perfetto per il mio hard boiled.

2. Tu hai origini meridionali, eppure il sud nel tuo libro è solo accennato perché a fare da padrona, in realtà, è la pianura padana. Ti piaceva di più l’idea del giallo tra le nebbie?
D.: Certamente l’idea di far perdere tra le nebbie il protagonista Libero Russo era affascinante, ma in primo luogo l’ambientazione segue il percorso dell’investigatore siciliano trapiantato a Milano e in quest’avventura in trasferta a Bologna. Riesco però a far vivere la Sicilia tramite i ricordi di Libero e non è poco.

3. Libero Russo è il più singolare e improbabile degli investigatori apparsi in un giallo. Come ti è venuto in mente? Non hai avuto paura che un personaggio come lui alla fine smorzasse molto la tensione narrativa? O era tutto voluto?
D.: Libero è nato di getto. Evidentemente era in gestazione da tempo nella mia mente. Nessuna paura nel buttarlo nella mischia. Il personaggio può piacere o meno, ma non è la solita minestra. Non penso poi che rallenti la tensione. Nel mio romanzo credo di aver messo giù un ritmo sincopato, jazz, con l’alternanza di momenti più adrenalinici e situazioni introspettive, il tutto condito poi da una buona dose di ironia.

4. Parliamo della tua scrittura. La usi sempre perché non sapresti scrivere diversamente o la adatti alla storia che hai in mente?
D.: Reputo di essere in grado di scrivere altre storie con uno stile diverso da quello utilizzato in Che fine ha fatto Sandra Poggi? Col racconto lungo Doppio Inganno ho utilizzato una scrittura più raffinata, ambienti borghesi per raccontare una storia gotica e “metafisica”. La cifra stilistica in cui mi ritrovo di più e che mi diverte è però quella degli ultimi due romanzi.

5. Finalmente un romanzo corale, dove la protagonista è presente come Laura Palmer nella saga di David Lynch. Senza di lei la storia non sarebbe esistita, ma senza tutta la carrellata di personaggi che metti in gioco il romanzo sarebbe stato un’altra cosa. Quanto è stato complicato creare tutto questo?
D.: Intanto mi piace l’accostamento con Twin Peaks. Sono storie completamente diverse ma anche Morozzi alla presentazione bolognese ha giocato un po’ su questo tema.
Inserire in un unico calderone la vicenda dei due protagonisti e la trama corale non è stato per niente facile. Ci sono riuscito procedendo con tagli ma si fa sempre così, si arriva alla fine a compiere un lavoro di rifinitura con la cesoia in mano. Per esempio ho fatto fuori tutta una parte diaristica di Sandra che avrebbe reso più forte il personaggio ma che avrebbe complicato il quadro.

6. Dato che il titolo è già perfetto così, ti piacerebbe che il tuo romanzo diventasse una fiction?
D.: Magari, subito, domani! E allora, visto che ci sono, lancio un appello ai produttori: fatevi avanti!

7. La collana che ospita il tuo romanzo è diretta da due bravi autori come Berselli e Morozzi. È stata una cosa che ti ha dato più responsabilità o più motivazione?
D.: Quando scrivo e promuovo lo faccio con leggerezza ma senza superficialità, quindi come responsabilità non è cambiato nulla. Purtroppo, o per fortuna, sono da sempre un tipo responsabile. Certamente essere nelle grazie di due autori affermati come Berselli e Morozzi mi lusinga e può rappresentare un valore aggiunto sul piano delle motivazioni.

8. Ce l’hai un posto del cuore dove di solito ti metti a scrivere o semplicemente a raccogliere le idee?
D.: Le idee possono saltare fuori in qualunque momento. E quindi le appunto in “pizzini”, scontrini e nel cellulare, sennò poi svaniscono come sogni e resta solo il ricordo frustrante di qualcosa di evanescente. Di solito scrivo a casa. Nella stanza da letto ho attrezzato un angolo con scrivania, vecchia macchina per scrivere come elemento decorativo, lente di ingrandimento sempre per far scena e computer (questo oggetto ogni tanto per usarlo davvero). Da lì do un’occhiata alla finestra e magari vedo i più disparati abitanti di Bologna passare per strada. Qualche volta vado al parco e scrivo. Essere circondati da una umanità varia che legge, parla, beve, flirta, litiga, suona o fa quel che gli pare può essere una bella fonte di ispirazione.

Intervista a cura di Antonia Del Sambro