Intervista a Alessia Tripaldi

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Alessia Tripaldi è sociologa e cofondatrice dell’organizzazione Sineglossa. Ha lavorato per diverse case di produzione come sceneggiatrice. “Gli scomparsi” è il suo primo romanzo pubblicato con Rizzoli Editore e noi le abbiamo fatto qualche domanda:

1. Benvenuta su Contorni di Noir e grazie per la tua disponibilità. Iniziamo con la domanda di rito. Qual è l’idea iniziale da cui è nato questo tuo bellissimo thriller di esordio “Gli scomparsi”?
A.: Innanzitutto grazie a voi per l’invito e un saluto a tutti gli amici di Contorni di Noir!
Gli scomparsi nasce da una figura che, seppur non raccontata direttamente, influenza l’intero romanzo: Cesare Lombroso. Da appassionata di criminologia, ho scoperto Lombroso mentre mi documentavo sulle origini e l’evoluzione del profiling e ne sono rimasta subito attratta. Nonostante la sua teoria sull’atavismo sia stata abbondantemente – e fortunatamente – superata, mi affascinava il suo tentativo di individuare dei “modelli” di definizione dei criminali, a partire da elementi ricorrenti che accomunano delitti lontani nel tempo e nello spazio. Il punto di partenza è stato quindi il desiderio di esplorare le virtù e i limiti di una teoria criminologica che ambisce a “incasellare” i criminali.

2. Erede del famoso Cesare Lombroso “il padre fondatore della criminologia secondo alcuni, uno scienziato pazzo secondo altri”, Marco Lombroso, è uno dei protagonisti di questo romanzo. Quali sono secondo te i pregi e quali i difetti di questo personaggio che esercita un notevole fascino su chi legge?
A.: Il più grande pregio di Marco è sicuramente la sua passione. Da quando, da bambino, ha trovato in cantina il baule del suo avo, Marco è stato guidato da un unico faro: trovare una chiave d’accesso alle menti criminali. Così come Cesare Lombroso trascorreva ore nelle prigioni e negli ospedali psichiatrici, senza mai stancarsi di domandare e ascoltare, Marco non ha paura di addentrarsi nel lato oscuro della mente umana. Questa fascinazione nei confronti delle nostre ombre è il motore della sua capacità di entrare in empatia con gli individui cosiddetti “deviati”, di stabilire un contatto e un dialogo che si basano sull’assenza di giudizio, su una curiosità sincera e trasparente. Al tempo stesso, però, la sua passione è anche il motore di un’ossessione che gli impedisce di stabilire un contatto con le altre persone, come se al di fuori dei criminali il mondo perdesse d’interesse. Il suo principale difetto è l’incapacità di mediare tra il piano della passione e quello della realtà.

3. Al suo fianco indaga, in veste ufficiale, il commissario Lucia Pacinotti. Quali sono le sue caratteristiche e in che cosa è uguale o totalmente in contrasto con Marco?
A.: A differenza di Marco, Lucia è assolutamente capace di considerare la realtà, anzi, ha bisogno di basarsi su elementi tangibili, concreti. È un’ottima investigatrice, capace di scovare connessioni invisibili ai più, ma non si lascerebbe mai andare tanto da empatizzare con la metà oscura, propria o degli altri. Questo non è necessariamente un male: nei diversi momenti di buio che lei e Marco attraversano nel corso della storia, è lei a trovare la via d’uscita, proprio grazie alla capacità di rimettere in fila i pezzi, di razionalizzare.

4. Fulcro della narrazione sono gli archetipi criminali. Puoi spiegare a chi non ha letto il libro cosa sono e in che maniera ti sei documentata?
A.: Come dicevo prima, sono partita dall’idea di una teoria che permettesse di classificare i criminali in base al loro profilo psicologico. Nella teoria degli archetipi criminali di Marco, Cesare Lombroso incontra idealmente un’altra figura che mi ha sempre affascinata molto: lo psicanalista svizzero Carl Gustav Jung. Gli archetipi di Jung sono dei modelli di personalità che ci identificano in base alle nostre paure e ai nostri desideri. Per ogni archetipo c’è un possibile rovescio della medaglia, ciò che Jung definiva “lato ombra”: qualsiasi caratteristica, se portata all’eccesso, può trasformarsi in un ostacolo. Ho quindi ripreso gli archetipi di Jung concentrandomi sul lato ombra, immaginando che i criminali psicopatici, dai serial killer ai rapitori, non siano che l’espressione psicotica del proprio lato ombra. Marco usa gli elementi caratterizzanti di ciascun archetipo – chi uccide, come uccide, perché uccide – per ricostruire il profilo psicologico di chi ha commesso il crimine.

5. Leone è uno degli scomparsi. Quello che rappresenta in maniera migliore tutti gli altri, anche se poi ogni bambino rapito elabora a sua maniera la prigionia. Quanto è labile e pericoloso il confine che separa l’esser vittima dal diventare un carnefice?
A.: Purtroppo molti carnefici, forse la maggior parte, sono stati vittime. Se si sono subiti abusi e violenze, soprattutto in età infantile, da adulti diventano l’unica “grammatica” di cui si dispone, per difendersi da ulteriori violenze o per affermare il proprio volere sugli altri. Fortunatamente, però, diverse vittime di rapimenti hanno percorso il cammino opposto, e oggi dedicano le proprie energie ad altri bambini vittime di abusi, per aiutarli a superare la rabbia, a imparare una nuova “grammatica”.

6. Spesso si verifica una sorta di dipendenza tra queste due figure, la vittima e il carnefice, definita La sindrome di Stoccolma. Che cosa alimenta questo rapporto distorto e che cosa può arrivare a spezzarlo?
A.: Parlando dell’Angelo Custode, l’archetipo che identifica i rapitori, Marco dice che “sono peggio degli assassini. Quelli ti tolgono la vita; questi anche, ma lasciandoti vivere. Ti portano via tutto, non c’è più niente di tuo, compreso ciò che ti passa per la testa.” Se per diversi anni, in alcuni casi addirittura per decenni, resti prigioniero senza che nessuno venga a liberarti, conferisci al tuo rapitore un potere quasi soprannaturale, ti convinci che sia in grado di leggere anche i tuoi pensieri. L’altro aspetto da considerare è che il modus operandi dei rapitori di solito è un’alternanza di premi e punizioni, di violenze e richieste di perdono: tutti abbiamo bisogno di un contatto umano, e il tuo aguzzino è l’unica persona con la quale stabilirlo. Questo non vuol dire che sia impossibile spezzare la dipendenza, ma la relazione con il rapitore resta comunque complessa. Un esempio che mi ha colpita in modo particolare è quello di Natascha Kampusch, che è riuscita ad affermare la propria volontà, fuggendo dopo otto anni di prigionia, ma quando ha saputo della morte del rapitore ha pianto e ha voluto accendere un cero nella sua camera mortuaria.

7. L’ambientazione in questo tuo romanzo rivendica per se stessa una grande dose di fascino e importanza. E’ nel microcosmo inalterato del bosco che cresce il mistero e la tensione. Che rapporto hanno instaurato i personaggi con questa magnifica entità?
A.: Solo mentre scrivevo ho realizzato che il bosco rappresentava la relazione tra luce e ombra che affrontano Marco e Lucia, sia rispetto all’indagine che rispetto a se stessi: sfidare qualcosa di maestoso e invincibile, come la montagna, i boschi o il lato oscuro della mente umana, e riuscire a ritrovare la luce. Nessuno dei due è veramente pronto per questa sfida, ed entrambi corrono un grosso rischio, sia fisicamente che metaforicamente. Del resto, il bosco è il regno del “lupo cattivo” della storia, l’unico che sa come muoversi nell’intrico di rami e di tenebre.

8. “Gli scomparsi” racchiude il dramma di chi sparisce, ma anche di chi resta a casa in attesa di avere notizie e che costruisce attorno ad all’assenza del caro una nuova presenza fatta di ricordi con cui alimentare la speranza. Come vivono le famiglie qui raccontate questo dolore fortissimo e come affrontano il ritorno di chi era scomparso e poi è ritornato?
A.: Nel romanzo ho voluto dedicare uno spazio a chi resta, sia a chi è destinato a non avere una risposta sia a chi ha perso un figlioletto o un fratellino e si ritrova di fronte un ragazzo sconosciuto. La condanna del non sapere, di non poter mai davvero mettere la parola fine alla vita di una persona amata, dev’essere una sofferenza inimmaginabile, ma nei casi di rapimenti mi ha colpita anche la difficoltà di ricucire un rapporto strappato da anni di separazione, di dolore, di aspettative e di violenze. Mi sono chiesta se in queste relazioni non resti il dubbio di non poter mai più conoscere fino in fondo quella persona.

9. Lucia si rammarica di essere caduta in uno dei cliché peggiori “quello di chi s’illude che gli esseri umani possano cambiare”. Tu come la pensi? E’ veramente impossibile per una persona cambiare?
A.: Se Lucia fosse del tutto sincera dovrebbe ammettere che si è illusa di poter cambiare un altro essere umano, e questo sì che secondo me è impossibile, e se anche fosse possibile non sarebbe giusto. Per quanto riguarda la possibilità di un cambiamento individuale, invece, non sono così tranchant, anche se non so quanto si tratti di cambiamento e quanto di consapevolezza. Più che cambiare forse le persone possono capire meglio se stesse e imparare a gestire i propri ostacoli interiori, a superare le proprie paure, a combattere il proprio lato ombra, per l’appunto.

10. Quali sono i tuoi progetti futuri, se ci puoi anticipare qualcosa? Stai già lavorando a un nuovo romanzo di Marco Lombroso (che io mi auguro di ritrovarmi presto a leggere)?
A.: “Gli scomparsi” è la mia prima vera avventura editoriale, quindi mi sto concentrando soprattutto sul presente. Ci sono diverse idee, ancora in fase embrionale, ma devo ancora capire quale prenderà la forma di una storia. Diciamo che per adesso mi godo il fatto che ci sia qualcuno che l’aspetti, e di questo ringrazio di cuore te e tutti i lettori che mi hanno scritto chiedendomi di Marco: spero di rincontrarvi presto!

Intervista a cura di Federica Politi