Eleanor Catton – Birnam Wood

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Editore Einaudi / Collana Supercoralli
Anno 2024
Genere Thriller
440 pagine – brossura e ebook
Traduzione di Giulia Boringhieri


Prati infiniti di una natura ordinata e fertile, i meravigliosi paesaggi poi location per la trasposizione cinematografica del Signore degli Anelli, il rugby e le tribù Maori, la distanza dall’emisfero settentrionale, il posto perfetto per costruire un bunker in caso di apocalisse se si è miliardari. Alcune immagini della Nuova Zelanda terribilmente a caso e quindi per nulla casuali perché in “Birnam Wood”, ultimo romanzo di Eleanor Catton, il paese dei Kiwis e il suo immaginario sono, in qualche modo, sia il luogo che l’arma del delitto.

Comincia con una frana nel passo di Korowai, tra l’omonimo parco naturale e la tenuta Darvish e da quel momento, pian piano, pagina dopo pagina, una moltitudine di personaggi viene, nella spinta lenta ma irresistibile della buona narrazione, lì attirato. Mira e Shelley e poi tutto il gruppo di guerrigliere dell’orticoltura del collettivo Birnam Wood, il miliardario dei droni Lemoine, Tony, il neonominato cavaliere Owen Darvish e Jill.

No, – ribatté lei, sorprendendosi, perché non aveva mai raccontato a nessuno questo lato di sé. – Non era quello. Non solo, almeno. Mi riferisco alla possibilità di tutto. Della nostra vita al completo. Delle nostre idee, del futuro, del mondo intero. Tony mi trasmetteva la sensazione che le cose fossero possibili. Che io stessa fossi possibile. Che c’era tempo.

C’è un segreto nella foresta del parco nazionale e adesso, con tutti questi occhi, aspirazioni, desideri e intrighi, questo segreto sta per essere promosso a complotto: ambiguo, complesso, pieno di imprevisti e mortale.

Tutti i personaggi principali sono descritti con una cura speciale, quella che serve per caratterizzare e mettere in scena qualcosa che è sempre più spesso raro: l’ambiguità della natura umana. Tra tutti e tutte Tony, ridicolo, stolto, in perenne fuga dall’essere una macchietta, il maschio bianco inetto e confuso ma che alla fine, sotto un disastro di filosofie del sospetto, ha ragione. Il dibattito all’interno dell’assemblea del Birnam Wood sono pagine in qualche modo memorabili dello stato della conversazione e confusione su culture war e attivismo. “Birnam Wood” è un thriller ambientato ai confini del mondo ma anche sul limite di un dibattito terribilmente usurato e stanco: quello sul tardo capitalismo, sul cambiamento climatico, sullo sbandamento nella lunga attesa per la fine dell’Interregno. Mentre i “buoni” sembrano in sovraccarico narrativo ed esistenziale il nemico, sempre più solo e con un apparato tecnologico non davvero affidabile forse perché anch’esso al limite, sa benissimo come manipolare la narrazione.

Le porte scorrevoli tra gli apparati di sicurezza e la business comunity incarnate da Robert Lemoine creano piccoli e grandi mostri, qui non banali, brillanti, di cui la fiction e la realtà sembrano ormai affollate. Si sono create le condizioni che facilitano formazione ed esecuzione di complotti, sembra voler giustamente suggerire la scrittrice, e proprio mentre ve ne era più bisogno, ragione e ragionevolezza sembrano scomparse, seppellite sotto una frana di rovine narrative e ideologiche.

Non c’è posto per tutti sulla vetta, se no che vetta sarebbe? È un dato di fatto. E io sono stato nelle roccaforti del potere, continuò. – Ho mangiato ai tavoli d’onore, ho visto dietro le porte chiuse. Siamo tutti uguali.

Eleanor Catton non perde tempo a descrivere montagne e alberi, è lo psicopaesaggio che affronta, perché è lì che si trova il pericolo. La lettrice e il lettore siano in qualche modo pazienti, il thrilling è ovunque. Se la frana comincia con una piccola pietra che cade, sembra che la well ordered society di cui parlava Rawls sia, anche in quell’angolo sperduto della Nuova Zelanda, impossibile. Le piccole pietre, gli stressor, non sono solo o soltanto climatici.

Banchi di nubi grigie venivano giù a folate dal passo, impedendogli di vedere sotto di sé e dando l’impressione di formare una specie di barriera al crepuscolo, con i verdi e gli azzurri che pian piano si trasformavano in sfumature di grigio. Intanto aveva cominciato a piovere fitto, sicché quando, superata la cresta, si decise a cercare un angolo riparato tra gli alberi in cui stendere il sacco a pelo, era ormai bagnato fino al midollo, e di luce ne rimaneva ben poca.

È chiaro, seguendo personaggi e vicende, anche quelli che, in un modo o in un altro, sembrano avere ancora un qualche contatto con la terra, che il distacco tra umanità e Natura sia ormai assoluto. Nessuno e nessuna vede, la grande cecità è solo uno dei sintomi così come immaginare un futuro fuori dal business as usual. Poi come per MacBeth e la sua Birnam, alla fine, la foresta verrà a prendere, in modi diversi, chi non pensava potesse arrivare.

L’evocazione nel romanzo è compiuta; il lavoro letterario maestoso della scrittrice nell’Antropocene è svolto.

Antonio Vena


La scrittrice:
Eleanor Catton (1985) è una romanziera e sceneggiatrice neozelandese. Il suo romanzo d’esordio, The Rehearsal (La prova, Fandango 2010), è stato finalista al Guardian First Book Award e all’Orange Prize, e ha vinto il Betty Trask Award. Nel 2013, con il suo secondo romanzo The Luminaries (I luminari, Fandango 2014), si è aggiudicata il Governor General’s Award e il Man Booker Prize, vincitrice piú giovane nella storia del premio. Il romanzo è stato tradotto in 26 lingue e poi realizzato in serie tv da Bbc Two. Nel 2023 Catton è stata inclusa fra i venti Best of Young British Writers di «Granta». Per Einaudi ha pubblicato Birnam Wood (2024).