Ian Fleming – Si vive solo due volte

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Editore Adelphi / Collana Fabula
Anno 2025
Genere Thriller
240 pagine – brossura e ebook
Traduzione di Massimo Bocchiola


Primi anni Sessanta.
Bond è ormai l’ombra dell’eroe che ha salvato l’Occidente nell’operazione Thunderball.
Non è la prima volta che non passa gli esami fisici e psicologici richiesti dall’MI6 ma questa volta non è solo il troppo alcool, il colesterolo, le troppe sigarette o una sindrome post-traumatica non diagnosticata. Sua moglie Tracy è stata uccisa nell’ultimo colpo di coda della Spectre e di Blofeld e Bond è in una fossa di lutto e dolore in cui continua a scavare giocando d’azzardo e bevendo. Le ultime due missioni da 007 sono state un disastro mitigato solo dalla fortuna. Per tirarlo fuori M., è sempre una società di gentiluomini che non licenzia e umilia i suoi migliori membri, escogita un piano, uno che non richiede la licenza doppio zero, una missione impossibile dove non servirà sparare e fare a pugni. Bond dovrà recarsi in Giappone e convincere il capo del servizio segreto giapponese “Tigre” Tanaka a consentire anche agli inglesi l’accesso a un sistema di decrittazione con cui intercettare i cablo cifrati dei russi.

La CIA infatti ha un accordo speciale con i giapponesi, un accordo in esclusiva ma la guerra fredda rischia di diventare calda, le minacce sovietiche si fanno sempre più pesanti e avere quel tipo di intelligence è di cruciale importanza per la Corona. Per farlo Bond dovrà “cambiare pelle”, entrare nelle grazie di Tanaka e per farlo deve comprendere non solo gli usi e costumi ma gli abissi tumultuosi, inconoscibili, selvaggi del Giappone.

Tigre Tanaka si rabbuiò percettibilmente. «Oggi» rispose con disgusto «siamo aggiogati a quella che in mancanza di parole migliori definisco “la scuola della Coca-Cola”. Baseball, sale da gioco, hot dog, seni mostruosi, luci al neon… fanno parte del debito da pagare per la sconfitta. Sono il tè blando dello stile di vita noto come demokorasu: una delirante negazione dei capri espiatori istituzionali della nostra, sconfitta, una negazione dello spirito del samurai espresso dai kamizaze, una negazione dei nostri antenati, dei nostri dèi. Un modo di vivere spregevole» Tigre quasi sputò le parole. «Ma per fortuna sono effimeri, non durano. Nella storia del Giappone contano quanto la vita di una libellula».

Nel mercato delle spie e dell’intelligence non c’è nulla che l’ex Impero britannico può offrire a Tanaka che però ha un problema, uno che richiede estremo coraggio e un altissimo livello di negazione plausibile e un gaijin come Bond, con il giusto addestramento nel ninjutsu, è la persona giusta al momento giusto. Un ricchissimo medico e botanico svizzero ha acquistato un antico maniero su un terreno vulcanico e intorno vi ha allestito un “giardino della morte” dove piante e animali velenosi vengono coltivate e allevati per motivi scientifici. Ed è in questo giardino che centinaia di giapponesi vanno a suicidarsi. Bond e la Corona avranno accesso al sigint che i giapponesi hanno sui russi solo se Bond risolverà, definitivamente, il problema di questo altro gaijin.

Il viaggio di Bond verso il castello del dottor Shatterhand si riempie di pericoli, insidie, colpi di scena che si susseguono secondo lo schema collaudato in oltre una decina di altri romanzi della saga. Lo scontro finale in Si vive solo due volte è costruito con cura per rendere giustizia e senso per la parola “finale”. Questo scontro infatti per questo Bond disilluso, ferito, lontano dalle sue peak performance è la conclusione di un climax lunghissimo, in qualche modo la fine di una saga nella saga. L’importanza di questo romanzo nella lore e nell’arco del personaggio di James Bond è massima. Come in un misterioso assestamento tra l’importanza della storia e quella della scrittura questo è anche probabilmente il più bel libro della saga. Il Giappone di Fleming è solo in superficie quello delle sale da tè, di riti ricercati quotidiani. È un paese pacifico in cui a stento la rabbia viene contenuta, dove gli spettri dei massacri compiuti, della guerra condotta con lo spirito del kamikaze e del samurai e senza una vera grande strategia, della guerra nucleare manifesta, sono ovunque.

Una civiltà millenaria sconfitta in transizione, in un interregno inconscio dove un culto della morte diffuso rischia di esplodere e degenerare in un ulteriore catastrofe. Il romanzato, l’esotismo, pur presenti, sono quasi irrilevanti all’attenta lettura. Nelle loro differenze culturali, agli occhi dell’uomo bianco occidentale e di Bond e di Fleming, la verità pulsa: tutti gli uomini, tutti i popoli sono uguali.

James Bond non ne poteva più. La giornata era stata massacrante. Era anche dispiaciuto per la recluta morta in una recita a uso e consumo di Tigre. Ribatté: «Nessuno dei tuoi ninja durerebbe molto a Berlino Est», e si chiuse in un cupo silenzio.

E così ci sono pagine su pagine che sono semplicemente bellissime e scorrono e si ordinano formando parti di un quadro in cui la psiche e la volontà di Tanaka, Ernst Stavro Blofeld, di Bond e di tutto il Giappone sono entità turbate, controverse, tragiche, che in qualche modo sanno che così continuando non possono che trovare la morte. La distanza dai pur belli film di 007 con Daniel Craig è enorme. L’attualizzazione o forse solo il medium non rende lo struggle dell’eroe, il suo inconscio che si riversa in azioni e decisioni oltre il Bond elegante, il Bond del trauma infantile, dello strumento ottuso e violento dell’impero, del womanizer. L’inconscio di Bond è qualcosa che Ian Fleming tiene appena incatenato nel sottotesto ed è un inconscio complesso, quello dell’intera Gran Bretagna, l’ex superpotenza, la vincitrice che perse l’impero, costretta adesso a riconoscersi normale. L’umanità di Bond fino e oltre lo scontro finale Ian Fleming la mette in scena come un cammino iniziatico in cui l’eroe si trasforma, affronta le sue paure, perde se stesso, rinasce.
James Bond, come tutti i personaggi di Si vive solo due volte è una scheggia della guerra contro il nazifascismo e della Guerra fredda ma in troppi momenti la scrittura sussurra altro: la guerra è eterna e si combatte nella natura umana.

Antonio Vena


Lo scrittore:
Da Wikipedia: Ian Lancaster Fleming (Londra, 28 maggio 1908 – Canterbury, 12 agosto 1964) è stato uno scrittore, giornalista e militare britannico, famoso soprattutto per aver creato il personaggio dell’agente 007 (James Bond), dando vita con i suoi romanzi a una nuova visione della letteratura gialla inglese.

Ian Fleming fu un ufficiale della Royal Navy durante la seconda guerra mondiale, arruolato nel Servizio Informazioni della Marina alle dipendenze dell’ammiraglio Godfrey. Fu poi un giornalista di discreto successo. Nei primi anni della sua carriera come scrittore, ovvero dal 1953, data di pubblicazione del suo primo romanzo Casino Royale, Fleming non ebbe apprezzamenti da pubblico e critica. Col passare degli anni, e in particolare dal 1962, anno di approdo nelle sale cinematografiche del primo film con James Bond, Agente 007 – Licenza di uccidere (titolo originale: Dr.No) interpretato da Sean Connery, l’autore fu rivalutato (per leggere la biografia completa, cliccare sul link).