Editore Longanesi
Anno 2012
378 pagine – rilegato
Traduzione Adria Tissoni
La trama:
Torna Jack Reacher, il personaggio di Lee Child, dopo la pubblicazione de I dodici segni, che troverete recensito su Contorni di noir.
Questa volta siamo in Sud Dakota, un paese che, durante l’inverno, è sommerso dal freddo polare e dalla neve. Jack ha deciso di viaggiare in incognito su un pullman di anziani, in gita verso il monte Rushmore. Un’auto comincia a sbandare e il pullman, per evitarla, sbanda a sua volta finendo di traverso sulla strada. Attraverso varie peripezie, i viaggiatori vengono trasportati e medicati nella cittadina più vicina, Bolton. Jack intuisce che qualcosa non quadra. Nota la polizia locale in allerta e dopo alcune domande agli agenti Peterson e Holland, scopre che a pochi chilometri di distanza esiste un penitenziario federale che, se da un lato ha incrementato nuovi posti di lavoro, dall’altro ha aumentato i problemi. Primo fra tutti, un processo per detenzione e spaccio di droga di un biker, che altro non è che un motociclista di una banda accampata fuori città. Restano 61 ore all’evento, e l’intera cittadina è in fibrillazione. Il timore principale è che l’unica testimone del processo, un’anziana bibliotecaria, possa essere uccisa prima di poter fornire le sue preziose informazioni al giudice. E una rivolta nel carcere rischia di distogliere la polizia dalla protezione della donna. Ma le domande che si pone Jack sono tante, prima fra tutte cosa si nasconde veramente in un edificio costruito più di cinquant’anni prima in mezzo alla neve e al nulla, un edificio solo apparentemente abbandonato, ma in realtà custode di un segreto spaventoso.
“Attento a ciò che desideri. Lì la vista è migliore, ma il rischio maggiore.”
Jack Reacher, figlio di un ufficiale di carriera, nato a Berlino, sballottato dappertutto tra basi militari o alloggi modesti. Un uomo che non ama la stabilità e che si sposta in continuazione per il Paese, con qualsiasi mezzo a disposizione. Un personaggio duro, contraddittorio, ma anche astuto e intuitivo. “Aveva detto quello che bisognava dire senza curarsi delle persone a cui lo diceva. (..) Aveva preso scorciatoie e tagliato teste.(..) Era come se ti arrivasse addosso un rullo compressore.”
Per caso viaggia su quel pullman guardato di sottecchi – l’unica persona senza bagaglio – dagli anziani e, d’improvviso, si ritrova a proteggere una simpatica vecchietta, Janet Salter, settantenne cittadina di Bolton, insegnante e bibliotecaria, ligia al proprio dovere e unica testimone di uno scambio di metanfetamine tra un pezzo grosso di Chicago e il capo di una banda di bikers.
La nascita di un penitenziario vicino alla cittadina, ha creato nuove occupazioni, contribuendo così a non spopolare un luogo in cui potrebbero abitare solo in pinguini. Ma la contropartita è piuttosto pesante e l’impegno da parte della polizia è a dir modo eccessivo. Ad ogni suono della sirena del carcere – che voleva significare un’evasione o altro – le forze dell’ordine dovevano dirigersi all’istante e dimenticare ogni incombenza, compresa la protezione della donna, lasciandola in balìa degli eventi.
Jack Reacher non ha paura di niente e ha la capacità di gestire ogni situazione freddamente, tranne forse quando cerca di farsi dare una mano da Amanda – alias Susan Turner – sua sostituta alla sezione della 110a, dalla voce incantevole e sexy.
Il ritmo serrato e il continuo rammentare quante ore mancano al processo, hanno reso il romanzo alla stessa stregua di un film di Bruce Willis, in cui un solo uomo fa la differenza.
Romanzo letto in due giorni. Jack Reacher può piacere o non piacere, ma perché non sognare pensando che, almeno sulla carta, l’eroe vince sempre?
Lo scrittore:












