Arthur Machen – Il Grande Dio Pan

1620

Editore Adiaphora
Anno 2018
Genere Horror
190 pagine – brossura e ebook
Titolo originale The Great God Pan
Traduzione di M. Zapparelli Olivetti


La letteratura è stata, fin dal principio, uno dei miei primi compagni di viaggio, uno dei modi con cui potevo trovare spazi, luoghi e personaggi speciali e nei quali indulgere al solo sfogliar di una pagina. In particolare quella fantastica – nella sua accezione più ampia – mi ha accompagnato dal momento in cui ho iniziato a leggere Verne, poi Salgari, ma anche quando mi sono imbattuto nella prima serie dei Gialli dei Ragazzi Mondadori – avevo una cotta letteraria per Nancy Drew – fino all’apoteosi con il ciclo di Lovecraft e i suoi sodali. Tra questi incomparabili Arthur Machen era uno di quelli cui Lovecraft stesso tributava, nel suo saggio “Supernatural Horror in Literature” del 1927, la capacità “innalzata al massimo grado” quale creatore di paura cosmica, nonché di instillare la presenza dell’orrore nascosto e del terrore incombente con una “finezza realistica quasi incomparabile”.

Per capire la fascinazione di Machen per la classicità dobbiamo partire dal paese in cui è nato e cresciuto, Caerleon-on-Usk (Caerlilion in gaelico), villaggio a nord di Newport, nel Galles. Caerleon reca sulle sue spalle un portato storico non indifferente: il nome gallese lo definisce come “fortezza della legione” (qui infatti si trova un fortilizio romano in cui stanziò la Legio II Augusta) e qui – se andaste a visitarlo – potreste trovare non solo i resti romani del castrum, ma anche un superbo anfiteatro militare. Bene, per dare manforte a tutto questo considerate che la storicistica arturiana vede in Caerlon l’antica Camelot e nell’anfiteatro l’origine della leggendaria Tavola Rotonda. Come vedete di suggestioni ce ne sono in abbondanza, quindi non è poi così peregrino che il giovane Machen rimanga folgorato da un ornamento – di certo romano – infisso sul muro di una casa moderna di Caerleon il quale ritrae i lineamenti lascivi di Fauno. Questa fascinazione, assieme agli echi degli ancestrali culti pagani che si consumavano secoli addietro ad Isca Silurum (la Caerleon romana), lo accompagnerà a lungo e sarà uno dei fondamenti della sua produzione letteraria.

In questo racconto la divinità latina di Fauno – Pan – torna sì con l’accezione di pura forza della natura, ma con l’alterazione diabolica che la versione cristiana gli ha affibbiato – il Capro – quale simbolo del demonio, aspetto che Machen rimarca mettendolo in correlazione con il dio celtico Nodens, signore dell’Abisso.
La modernità del racconto di Machen sta nel creare una trama molto complessa, ma perfettamente articolata e dotata di soluzioni non comuni. Forse fu proprio questa sua modernità – le situazioni ed i personaggi si avvicendano tra un capitolo e l’altro per poi ricongiungersi con precisi incastri fino alla fine della vicenda – a non dare a questo romanzo il giusto successo a suo tempo dove il lettore medio era abituato a libri con situazioni molto lineari. Inoltre, un altro aspetto che di certo ha inviso la critica di allora, fu un uso molto franco della parola, ma soprattutto delle situazioni: la pudicizia inglese non tollerava di certo le descrizioni troppo esplicite, anche quando queste non avevano nulla di erotico, ma di macabro.

Machen, fedele alla scelta fatta, descrive Pan come una figura potentemente oscura e malevola che ha la capacità di portare le sue vittime alla follia ed alla totale autodistruzione al solo udirne il nome o al solo vederne anche solo la sagoma. Chiunque lo incroci ne resta segnato a vita. Eccovi allora raccontati strani ed inspiegabili omicidi che segnano le campagne gallesi, ma anche la Londra d’inizio secolo, recanti un nero filo conduttore: il viso stravolto da un terrore indicibile delle loro vittime. Il dio Pan di Machen diventa così una delle forze oscure di portata cosmica, ovvero forze senza tempo in grado di recare morte e distruzione tra gli uomini che vengono usati dalle stesse come facilitatori dei loro scopi malvagi.

Al termine della lettura scoprirete come la “finezza realistica quasi incomparabile” di instillare la presenza dell’orrore nascosto e del terrore sia tale, ma soprattutto avrete tra le mani un’ottima chiave di lettura del mondo attuale: il romanzo ci pone dinanzi alla natura egoistica ed irrazionale dell’essere umano il cui egocentrismo votato alla sola soddisfazione di sé e dei propri istinti porta l’uomo sempre più vicino a quella bestia da cui genera e sempre più lontano da quell’intelletto che l’ha elevato. Adiaphora – con una pubbilcazione del 1 di Aprile, quasi a smarcarne l’effetto – riporta il libreria questo capolavoro. Badate bene, il termine non è usato a sproposito, poiché davvero si tratta di un testo dirompente se consideriamo il periodo in cui è stato scritto. L’ultima edizione risale al 2016 grazie alla Tre Editori che già allora fece un ottimo lavoro. Adiaphora oggi porta di nuovo Machen al pubblico aggiungendovi la possibilità di gustare il romanzo con testo inglese a fronte.

Michele Finelli

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Lo scrittore:
Arthur Machen (1863 – 1947) è stato uno dei precursori del genere horror nella sua accezione più legata al soprannaturale e al fantastico. Grande appassionato di antichità romane, galliche e medievali, accolito della Golden Dawn (società esoterica dell’inizio del novecento nella quale confluirono diversi artisti), scrive alcuni testi con lo pseudonimo di Arthur Llewellyn Jones. Viene ricordato – insieme a Lovecraft, Blackwood e M.R. James – come uno dei fondatori della letteratura dell’horror fantastico soprannaturale. Per una completa biografia e bibliografia si rimanda alla pagina di Wikipedia.