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Pierre Lemaitre, nato a Parigi, ha insegnato per molti anni letteratura e ora è scrittore e sceneggiatore. Con i suoi romanzi, tutti premiati da critica e pubblico, si è imposto come uno dei grandi nomi della narrativa francese contemporanea. Le sue opere sono tradotte in più di venti lingue e i diritti sono stati acquistati dal cinema. Mondadori ha pubblicato la serie noir del commissario Verhoeven, Irène, Alex, Camille e Rosy & John, nel 2014 il romanzo Ci rivediamo lassù, e nel 2016 Tre giorni e una vita.
Il 21 settembre è venuto a Milano per la presentazione del suo ultimo romanzo, I colori dell’incendio, uscito per Mondadori il 4 settembre e questa è l’intervista che è stata reallizzata:
1.Come ha pensato a una donna come Madeleine, una figura così diversa da quelle del suo tempo?
P.: Madelaine è una donna privilegiata come tante e con le idee proprie della sua epoca. Ha accettato la sua condizione femminile senza discutere. E’ una fortuna per un romanziere partire da un personaggio banale e crearne uno straordinario.
La mia scelta di Madeleine come protagonista è stata dettata dalla conclusione di Ci rivediamo lassù, e non mi sono ispirato a personalità reali.
2. Parliamo dell’epoca in cui è ambientato il romanzo, caratterizzata dal una certa oscurità, una certa freddezza di emozioni e di cattiveria, tipica anche dei nostri tempi. E’ corretto?
P.: Sono d’accordo con lei che sia un periodo grigio, sì. Ma ho l’impressione che le persone vivessero le proprie emozioni, non lo definirei un periodo freddo. Ci si innamorava, ci si odiava, un periodo comunque dominato dall’incertezza. Cosa diventerà l’Europa? Cosa diventerà la Francia? In quale direzione stiamo andando? Sono queste le domande che caratterizzano questo tempo.
Colpisce il fatto che alla fine della prima guerra mondiale tutti sapessero in che direzione si stesse andando, e l’idea che dominava in tutta Europa fosse “mai più una guerra come questa”. Ed è esattamente questa volontà a determinare il nuovo conflitto. Ho tentato quindi di scrivere un libro proprio su questa incertezza.
3. Nei suoi romanzi, soprattutto in “Ci rivediamo lassù” e in “I colori dell’incendio”, ho trovato spesso dei paradossi positivi: pensiamo a Paul, che crediamo morto nelle prime pagine e condannato a una vita da infelice in quelle immediatamente successive, e che invece diventerà una figura di spicco, e un vero e proprio genio del marketing – proprio lui, che rischiava di non riuscire a comunicare!
P.: No, anzi, ha ragione! Questo romanzo è stato concepito come una variazione sulla resilienza. Ci sono molti personaggi che riusciranno ad avere successo nonostante la caduta.
Il successo di Paul è una di queste figure della resilienza. Tutti erano convinti che morisse, invece non solo vive, ma anche con successo. Si ritrova anche in Madelaine, in Vladi, in Solange. Con questi ritratti femminili, mi sono divertito a presentare quattro immagini della donna degli anni Trenta e, attraverso gli altri personaggi, delle figure della resilienza. Questo è un po’ il doppio progetto del romanzo.
4. I colori dell’incendio è il secondo volume di una trilogia, ma vista la complessità del romanzo (e del precedente), era questo il suo progetto sin dall’inizio? O è qualcosa che è venuto dopo?
P.: L’idea di una trilogia è nata quando ho iniziato a riflettere sulla possibilità di dare un seguito a Ci rivediamo lassù. Solo chiedendomi che tipo di seguito volessi farne, ho capito che attraverso la trilogia avrei potuto realizzare una sorta di fotografia del periodo tra le due guerre.
Mi rendo conto di creare storie complicate, e io stesso, qualche volta, sono preso dal panico di fronte a esse. Perché le storie complicate fanno nascere romanzi complicati, e il mio lavoro consiste nel renderle di facile comprensione. Capisce il livello di angoscia che l’autore ha di fronte a un progetto come questo? La soluzione sarebbe scegliere storie semplici, ma non ne sono capace.
5. Parlando dei suoi personaggi e di alcuni temi molto significativi contenuti all’interno del romanzo, quali potere e soldi, creare dei conflitti permette di strutturare meglio la storia?
P.: Sono uno scrittore che ha la reputazione di essere molto cattivo nei confronti dei miei personaggi, ed è una reputazione che merito. Ma lo faccio per delle ottime ragioni. Infatti, se ne facessi economia, se non facessi accadere loro nulla di troppo doloroso o difficile da superare, non sarebbe possibile ai lettori identificarsi in loro, e provare empatia nei loro confronti.
6. Pensando alla complessità dei suoi lavori, quando inizia a scrivere una storia sa già cosa accadrà, e quanto nel dettaglio? Molti autori dichiarano di farsi guidare dai loro personaggi, è così anche per lei?
P.: Il personaggio non mi parla, anzi. Il capo sono io, e sono io a decidere cosa il personaggio faccia. Voglio essere il padrone di casa mia, ma capisco il motivo della domanda: ho letto anch’io un’intervista a Fred Vargas, in cui diceva che “i personaggi sfuggono di mano”, ma per me non è possibile.
Il personaggio è lo strumento di una storia: io so dove va la mia storia e cosa racconta, e il mio lavoro è fare in modo che le azioni dei personaggi raccontino quella storia. Se mi sfuggissero di mano, non saprei più cosa stiamo raccontando. Forse potrebbero lo stesso produrre libri interessanti, ma preferisco deciderne io il destino, anziché lasciarlo determinare al caso.
Ho due massime: diffida della scrittura, e abbi fiducia nella scrittura.
Diffida della scrittura, ovvero non cominciare a scrivere un libro se non ne conosci bene la trama. Altrimenti non sai che libro scriverai, e non padroneggerai l’argomento. Non bisogna pensare che la scrittura faccia il lavoro al posto dell’autore. Devo conoscere almeno la scena di apertura, il finale e i principali eventi: praticamente una sorta di colonna vertebrale del romanzo.
Abbi fiducia nella scrittura, non prevedere un piano troppo dettagliato. Se ci sono dei vuoti, puoi fare affidamento sulla scrittura per fare emergere elementi che ti sorprenderanno.
Per riassumere, è una sorta di equilibrio tra preparazione della struttura e la fiducia che la scrittura porterà i dettagli.
7. Ho letto in una sua intervista precedente che dichiarava esserci tre cose in Francia che cambiano radicalmente la vita di uno scrittore: un colpo di fulmine, un infarto e la vittoria del premio Goncourt. Com’è stato riprendere una storia che le ha dato così tanto? Ha cambiato le sue abitudini di scrittore?
P.: Il colpo di fulmine è fatto, il premio preso, per l’infarto attendo. Grazie di avermelo ricordato (ride)! Dopo un grande successo, rimettersi a scrivere è alquanto difficile. Credo che tutti gli autori che hanno avuto la fortuna di avere un successo così, si siano ritrovati nella stessa situazione. Ti chiedi se hai ancora qualcosa da dire e quanti saranno i lettori che perderai. Al tempo stesso, auguro a tutti un successo pari a quello che ho avuto io, perché le paure del dopo sono paure da ricchi. Resto uno scrittore privilegiato, non voglio lamentarmi, ma al netto dell’oscenità di una lamentela nella mia situazione, ci vuole del tempo per digerire il successo e un po’ di coraggio per rimettersi al lavoro. Ma davvero non è un problema.
8. A tratti la voce narrante sembra strizzare l’occhio al lettore, invece in alcuni momenti non c’è più un dialogo diretto. Meccanismo che troviamo spesso nella letteratura francese “classica”. Sembra una sorta di trappola quella di coinvolgere il lettore… Un invito a stare attenti?
P.: E’ la domanda che è una trappola! Ci sono due livelli diversi per rispondere alla sua domanda: un primo livello puramente letterario. Nei grandi romanzi francesi dell’Ottocento, adoravo il momento in cui l’autore si rivolgeva ai lettori. Alexandre Dumas diceva, ad esempio, «il lettore ricorderà senz’altro che…».
Poiché questo libro è un omaggio alla letteratura francese del XIX secolo, io ricorro al trucco tipico di questa letteratura. Da un altro lato, che definirei più politico, sono un autore che potrebbe essere definito brechtiano. Bertold Brecht diceva: «Io metto in scena il teatro, ma voglio che il pubblico si ricordi sempre di esserci. Non voglio che se ne dimentichi, perché è proprio dimenticando la propria condizione che ci si fa ingannare dal sistema.» Voleva avere spettatori lucidi e consapevoli della loro condizione.
E’ la stessa ragione per cui voglio che i miei lettori sappiano che quella che stanno leggendo è solo una storia, e che non devono credere che sia reale. Non voglio imbrogliarli.
Si ringrazia la collaborazione del blog Devilishly Stylish
Cecilia Lavopa












