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Giorgio Ballario, è nato a Torino nel 1964, è giornalista e lavora a La Stampa. Ha pubblicato racconti in svariate antologie giallo-noir, tra cui, per Edizioni del Capricorno, Porta Palazzo in noir (2016) e Il Po in noir (2017), e sei romanzi: Morire è un attimo (2008), Una donna di troppo (2009), Il volo della cicala (2010), Le rose di Axum (2010), tutti appartenenti al ciclo del maggiore Morosini; Nero Tav (2013) e, per Edizioni del Capricorno, Il destino dell’avvoltoio (2017). Nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. Con Vita spericolata di Albert Spaggiari, biografia di un famoso ladro francese degli anni Settanta (2016), è stato finalista al Premio Acqui Storia. Fuori dal coro (2017) è una galleria di personaggi irregolari e controcorrente del Novecento. Dal 2014 è presidente di Torinoir, sodalizio di scrittori torinesi malati di noir.
Lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo, Le nebbie di Massaua, per Edizioni del Capricorno e questo è quello che ci ha raccontato.
1.Benvenuto, Giorgio. E’ appena uscito il tuo romanzo. Come è nata l’idea?
G.: Il romanzo arriva dopo i primi tre della serie “coloniale”, quindi è un seguito ideale – anche se del tutto autonomo – delle precedenti indagini del maggiore Morosini. E’ un’ulteriore evoluzione del personaggio e dell’ambientazione africana che negli anni precedenti aveva suscitato parecchio interesse da parte dei lettori.
2. Da dove proviene questo tuo forte interesse per il colonialismo italiano nell’Africa Orientale, che fa da sfondo alla vicenda?
G.: In parte da interessi personali, quasi familiari, legati al tempo lontano delle colonie africane. In parte dalla valutazione che si tratta di un periodo storico (e di un fenomeno sociale) poco conosciuto anche se, al tempo stesso, ha disseminato tanti ricordi nelle famiglie italiane. Molte delle quali hanno avuto lontani parenti che sono andati in Africa, in guerra o per altri motivi. Mi sembrava una cornice – storica, umana e paesaggistica – ideale e originale per ambientare storie gialle e noir. Anche perché quando ho scritto il primo romanzo (Morire è un attimo, del 2008) Carlo Lucarelli non aveva ancora avviato la sua serie che si svolge appunto in Eritrea, sia pure una quarantina d’anni prima rispetto alla mia.
3. Il personaggio più bizzarro ed estroverso del romanzo è Henry de Monfreid, uomo che basa la sua vita sulla libertà; il suo motto è: “La vita è ben poca roba: nasci, cresci, fai alcune cose, invecchi e muori. L’unica differenza tra un uomo e un altro sta nelle cose che ha fatto o che non ha fatto.” Qual è il tuo concetto di libertà? Hai sempre la sensazione di riuscire a fare tutto ciò che vorresti?
G.: Henry De Monfreid è un personaggio veramente esistito, molto affascinante. La frase che citi è mia, ma avendo letto alcuni suoi libri penso che avrebbe potuto veramente pensarla o scriverla. In effetti risponde abbastanza fedelmente al mio concetto di libertà e ancor più allo stile con il quale penso si dovrebbe affrontare la vita. Che poi si riesca è tutto un altro discorso e non sempre dipende solo da noi.
4. Passiamo a Suor Gianna, figura inizialmente ambigua che poi svela la sua natura caritatevole. Come definiresti il tuo rapporto con la Chiesa e con la religione, in generale? Credi nelle missioni umanitarie?
G.: Ho con la religione un rapporto complicato, per usare una definizione proprio di Morosini in un altro romanzo mi definirei è più “sperante” che “credente”. E non amo le confessioni e le chiese, in linea di massima. Ciò non mi impedisce di ammettere il valore di certi interventi missionari della Chiesa cattolica: sono stato in Africa, anche in altri Paesi rispetto all’Eritrea, e ho avuto modo di osservare l’importanza del ruolo svolto da certi ordini religiosi in materia di salute ed educazione, senza entrare nel tema confessionale. Però ho l’impressione che in materia di “missioni umanitarie” prevalgano ormai grossi interessi economici e anche politici. Quindi non ne sono un estimatore, soprattutto se consistono nel trasferimento di mezza Africa in Europa.
5. Il tuo romanzo è ricco anche di citazioni filosofiche e non, con accenni continui al “De tranquillitate anime” di Seneca. Questo ad un lettore, in generale, non può che far aumentare il piacere durante la lettura. Come mai proprio Seneca come mentore? Hai una particolare passione per la letteratura classica?
G.: Ho una formazione classica, anche se nell’attualità preferisco altre letture. Ma nella cultura classica affondano le nostre radici di italiani ed europei, si tratta di autori dai quali non è possibile prescindere. E Seneca è un filosofo che ancor oggi ha tanto da insegnare, per cui lo uso a man bassa per aiutare Morosini (e quindi il lettore) a fare certe riflessioni che mi piacciono ma servono anche all’economia del racconto.
6. Da italiano, pensi che tutti dovremmo avere maggiore coscienza e conoscenza di quel periodo storico? Ho l’impressione che ne sappiamo davvero troppo poco e più passa il tempo, minori fonti e testimonianze restano per cui la strada indicata sembra quella contraria alla memoria.
G.: Penso di sì, anche perché in materia l’istruzione pubblica ha lasciato un vuoto. Però mi rendo anche conto che il fenomeno del colonialismo, che pure è durato complessivamente una settantina d’anni e non è circoscritto solo al periodo fascista, è ancora un argomento tabù, in grado di scatenare rivalità da derby abbastanza stupide e superficiali. C’è chi lo difende per partito preso e chi, sempre per partito preso, lo detesta senza neanche conoscerlo. Pochi in realtà hanno la profondità o la curiosità di provare ad andare al di là delle etichette e delle ideologie.
7. Mi è bastato poco per essere affascinato dalla figura del Maggiore Morosini, sempre lucido anche nei momenti di maggiore incertezza. Non credo di essere l’unico, per cui ti chiedo: continuerà a condividere le proprie esperienze con noi lettori?
G.: Per il momento non ci sono nuove indagini in cantiere, ma ci sto pensando. Anche perché me lo chiedono in tanti.
8. A quale figura, tra quelle che più ti hanno colpito nel mondo della letteratura o del cinema, avvicineresti il nostro protagonista Morosini? E perché?
G.: Della letteratura non saprei, invece ho provato molte volte a immaginarmi Morosini sul grande schermo oppure in una serie televisiva. Visto il personaggio e il periodo si potrebbe pensare a un attore dei vecchi tempi, ad esempio Gary Cooper, anche se forse un po’ troppo belloccio per interpretare il maggiore. Ma se devo immaginare un attore italiano contemporaneo che potrebbe vestire i suoi panni, magari un tivù, mi vengono in mente due personaggi molto diversi fra loro, ma entrambi azzeccati, a mio parere: Beppe Fiorello e Pierfrancesco Favino.
9. In chiusura, divagando un attimo ma non troppo da Le nebbie di Massaua, ti chiedo di raccontarci l’esperienza di Bardonecchia, dove si è appena concluso “Montagne in Noir”. Cosa ti ha lasciato? Ci sono i presupposti affinché si ripeta e diventi un appuntamento fisso per gli appassionati?
G.: Per Torinoir, associazione che presiedo, è stata la prima esperienza organizzativa di un festival letterario. Ci siamo buttati, in modo anche un po’ sconsiderato, però alla fine è andato tutto bene. Fatte salve alcune sbavature e ingenuità, forse inevitabili in una prima edizione, sono stati tre giorni e mezzo molto intensi, brillanti, interessanti e partecipati. Il Comune di Bardonecchia, che è stato il nostro partner nell’iniziativa, è rimasto soddisfatto e così tutti gli scrittori che hanno partecipato e, spero, anche il pubblico. Ci sono stati incontri di grande livello, abbiamo cercato di andare al di là delle solite presentazioni degli autori e dei romanzi per affrontare temi un po’ più ampi che riguardano la narrativa noir e il mondo editoriale. E’ stato molto importante anche in coinvolgimento delle scuole. Ora stiamo già pensando all’edizione 2019 e speriamo di annunciare presto novità importanti.
Intervista a cura di Vincenzo Stamato












