Petra Reski – Palermo Connection in blogtour

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Petra Reski, giornalista e scrittrice tedesca, vive da molti anni a Venezia. Nota per il suo impegno contro la mafia e le sue ramificazioni, ha scritto diversi saggi al riguardo. Palermo Connection è il suo primo romanzo, al quale sono seguiti due volumi con la stessa protagonista. Pubblicato da Fazi Editore nella collana Darkside, disponibile dal 31 ottobre 2018, parte oggi il blogtour su Contorni di noir con un estratto del romanzo:

Prologo
Li aveva visti arrivare dallo specchietto retrovisore della sua vecchia Renault: nessun motociclista oltre a loro portava il casco integrale. Aveva sperato di sbagliarsi, ma già le prime pallottole penetravano nella lamiera, con un rumore simile a quello di petardi. L’avevano superata, il tipo sul sellino posteriore mirava di nuovo a lei. Sterzò, l’auto cominciò a sbandare e finì a tutta velocità fuori strada. Balzò fuori dall’auto, corse giù per il pendio, attraverso un campo di papaveri, le spararono alle spalle, ma lei continuò a correre, mirarono alle sue gambe, cadde sulle ginocchia, sul viso, sentì l’odore della terra, ma si rialzò. Riuscì ancora a correre. Riuscì a saltare. Saltava come se avesse le molle sotto ai piedi, saltava sempre più in alto, sopra campi, strade e montagne, continuava a correre nell’aria e guardava in basso, dove ogni cosa diventava piccolissima, finché all’improvviso si sentì risuonare un grido.

Le imposte erano ancora chiuse, le grida dei gabbiani l’avevano svegliata. Al mattino presto, quando ritiravano la spazzatura, facevano un baccano infernale, gridavano come bestie selvagge, un chiasso come nel cuore dell’Africa, come se contemporaneamente si fossero svegliati leoni, elefanti e ippopotami. Si sedette sul letto e afferrò il bicchiere d’acqua sul comodino.
Quando dormiva c’erano i morti ad aspettarla. Il collega che aveva cercato di sfuggire ai suoi killer – su un campo pieno di papaveri –, i quali alla fine lo avevano abbattuto con un colpo alla nuca, il poliziotto ucciso al bancone del caffè dove era solito andare, da dietro, l’imprenditore che non voleva pagare il pizzo, la madre dilaniata dalla bomba pensata in realtà per un sostituto procuratore, le guardie del corpo saltate in aria insieme al loro giudice. Parti dei loro corpi furono ritrovate ancora nei giorni successivi. Masse cerebrali su di un albero. Frammenti ossei su un balcone. Quel che rimase di loro fu messo nelle bare dentro ai sacchi della spazzatura.

Il giudice sapeva che sarebbe stato il prossimo. Serena si ricordava ancora del pomeriggio in cui aveva iniziato a piangere davanti a loro – lui, che non aveva pianto neppure al funerale del suo migliore amico che la mafia aveva fatto saltare in aria cinquantasette giorni prima di lui. Serena sedeva con un collega nel suo ufficio, parlavano delle indagini, quando il giudice improvvisamente si alzò nel mezzo del discorso, camminò intorno alla scrivania, si sedette sul divano, batté le mani davanti al viso e disse: «Un amico mi ha tradito, un amico mi ha tradito». Piangeva, nella stanza non si udivano altro che i suoi singhiozzi e il suo respiro. Né Serena né il suo collega ebbero il coraggio di fare domande. Si convinsero che si trattasse di qualcosa di personale. Non volevano essere invadenti. Avevano paura. Ora Serena sapeva che era stato un generale dei carabinieri ad averlo tradito.

Per lungo tempo era riuscita a dormire solo grazie ai sonniferi, all’inizio erano bastate dieci gocce all’essenza di fiori d’arancio, poi le aumentò, finché alla fine non andava più affatto bene, e ci vollero mesi per liberarsi di loro. Per un po’ era stata meglio, si era convinta di essere riuscita a guardare ai fatti – se gli attentati si potevano chiamare fatti – con una certa distanza, quasi con freddezza. Ma ora, da quando era iniziato il processo, la rabbia era ritornata, come se da allora fosse trascorso solo un giorno. Sì, conduceva una vita del tutto normale. La vita di una mutilata di guerra.

Prossime tappe del blogtour: