Intervista a Paolo Roversi

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Paolo Roversi, eclettico scrittore, giornalista e sceneggiatore. Organizzatore di festival letterari, tra i quali il NebbiaGialla che si svolgerà dall’1 al 3 febbraio 2019, ha pubblicato numerosi libri, per i quali vi consigliamo di andare a vedere la sua biografia completa. In questo articolo parliamo dell’ultimo romanzo, appena uscito per SEM e intitolato “Addicted”. Ci siamo fatti raccontare qualche curiosità e questo è il risultato dell’intervista che vi proponiamo.

1. Com’è nata l’idea di questo romanzo?
P.: D’estate, dopo una cena in una bellissima masseria pugliese, un luogo magico e fuori dal tempo. Ho pensato che prima o poi avrei dovuto ambientarci un libro e adesso l’ho fatto.

2. Perché hai deciso di parlare delle “addiction”, ossia delle dipendenze, delle ossessioni. Credi che sia una delle caratteristiche dell’odierna società?
P.: Una delle principali, purtroppo. Pensateci un attimo: chi tra noi non ha un vizio o una mania? Io, ad esempio, sono addicted delle serie tv e della pizza.

3. La dottoressa Rebecca Stark è un personaggio che conquista immediatamente. Qual è il mix delle sue caratteristiche e qualità, responsabile di questo fatto? Sarà anche perché tra le righe si intuisce un lato in ombra di cui non siamo a conoscenza?
P.: La Stark è una donna che sa quello che vuole, decisa e fiera. Ha lottato e faticato per ottenere quello che ha ed ora lo difende con tutta sé stessa. Ha un lato oscuro come del resto lo hanno anche i suoi pazienti e anche noi lettori. Forse è per questo che ci si immedesima in lei.

4. Come ti sei regolato nella scelta delle ossessioni da attribuire agli “addicted”, ai pazienti della clinica?
P.: Ho cercato di raccontare quelle più comuni nella nostra società o perlomeno quelle che avrebbero reso più credibili e spregiudicati i personaggi.

5. Per mettere a punto il metodo Stark, ti sei documentato su come nella psicologia ci si possa liberare da una dipendenza o hai solo seguito il buon senso?
P.: Entrambe le cose. Ho letto e studiato molto ma mi sono anche preso delle licenze narrative perché questo è un thriller con continui colpi di scena e molta suspence e il mio obiettivo era tenere il lettore con il fiato sospeso fino all’ultima pagina.

6. I pazienti hanno tutti un vissuto interessante. Personalità che catalizzano l’attenzione. Tra loro hai individuato un tuo preferito? E perché?
P.: Nessun preferito: mi piacciono tutti ed è stato stimolante entrare nelle loro vite e raccontare le loro addiction.

7. Sei riuscito a creare un perfetto equilibrio tra il temporale che avvolge e sconvolge la masseria, i suoi ospiti e il precipitare degli eventi. Una similitudine voluta, ma come ci sei riuscito?
P.: Un thriller deve essere un meccanismo perfetto in cui tutti gli ingredienti sono dosati per creare una tensione narrativa che cresce pagina dopo pagina fino a raggiungere un climax finale. Se sono riuscito ad ottenere questo obiettivo ne sono molto felice.

8. Nella forma del romanzo, hai voluto offrire un tributo ad Agatha Christie, a “Dieci piccoli indiani”. Muoverti dentro un meccanismo conosciuto, che io ho trovato stimolante, com’è stato per te? Vincolante o intrigante?
P.: Molto intrigante. Una sfida anche con la mia fantasia per trovare soluzione inaspettate ma credibili. Penso faccia parte del bello di scrivere (e leggere) romanzi gialli.

9. E tu Paolo Roversi, hai delle piccoli e grandi ossessioni? Riusciresti a liberarti dalle tue dipendenze?
P.: La scrittura. E le serie televisive. Non credo riuscirò a liberarmene tanto presto.

10. Sicuramente, una delle nostre dipendenze da lettori, è quella verso i tuoi libri. Quale sarà la prossima storia che ci racconterai?
P.: A fine 2019 dovrebbe uscire il nuovo romanzo con protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi.

Intervista a cura di Federica Politi