Intervista a Luca Crovi

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(c) Enrico Pandiani, 2016

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Luca Crovi è redattore alla Sergio Bonelli Editore, dove cura attualmente le serie del commissario Ricciardi e di Deadwood Dick. Ha collaborato con diversi quotidiani e periodici tra cui “il Giornale”, e realizzato la monografia Tutti i colori del giallo (2002), divenuta nel 2003 trasmissione radiofonica su Radio2. Ha sceneggiato storie a fumetti da testi di Massimo Carlotto, Carlo Lucarelli, Andrea G. Pinketts e Joe R. Lansdale. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Noir. Istruzioni per l’uso (2013) e Giallo di rigore (2016). L’ombra del campione è il suo primo romanzo, pubblicato da Rizzoli nella Collana Nero Rizzoli.

Lo abbiamo incontrato al Festival Giallo Pistoia 2019 e ci siamo fatti raccontare qualcosa sul libro.

1) Com’è nata l’idea del romanzo e quella di appropriarti del commissario De Vincenzi di Augusto De Angelis? E perché hai scelto il 1928 come anno di riferimento?
L.: E’ nato da una richiesta di Franco Forte che voleva fare un’antologia sul giallo legato al calcio che si chiama “Giallo di rigore”. Mi telefonò e mi chiese di scrivere un racconto sull’Inter. Il problema è che a casa mia son tutti milanisti. Quando sono andato a vedere il concerto di Springsteen allo stadio leggendo il nome di Meazza ho capito che potevo scrivere una storia ambientata nel mondo dell’Inter raccontando quella del campione. Le prime cose che ho scoperto su di lui è che era un ragazzo orfano di padre e che sua madre lavorava all’ortomercato. Ho pensato che se scrivevo una storia con l’occhio povero della città poteva nascerne qualcosa di originale. Ho cominciato ad indagare sulla parte di Meazza degli esordi e quando mi sono trovato a fare il conto delle date mi sono accorto che l’anno migliore in cui lo potevo raccontare era il 1928 perché lui entra nell’Inter che cambia nome in Ambrosiana. Dovevo trovare un occhio investigativo sulla storia. Siccome in assoluto uno dei personaggi del poliziesco italiano che a me è sempre piaciuto e che ho studiato negli anni è stato il commissario De Vincenzi di Augusto De Angelis, la scelta è stata quasi obbligata. Quando ho finito il racconto però, Franco Forte, voleva un romanzo. L’ho lasciato lì a decantare fino che non ho trovato tantissimi elementi che ampliavano il discorso del 1928: cambia il sistema di polizia a Milano, viene messa la bomba a Piazzale Giulio Cesare, nascono i nuovi tram con vettura a carrello di legno che sono quelli che ci sono ancora oggi e tutto si è concatenato in una storia che si è ampliata.

2) Nelle pagine che hai scritto c’è un perfetto equilibrio tra storia e finzione che danno a questa storia le tinte di una commedia nera ma anche il sapore di una novella. Qual è la parte che è stato più gratificante o stimolante scrivere, quella storica o quella immaginata?
L.: Diciamo che il novanta per cento del libro è reale perché tutti i fatti criminali che racconto sono veramente successi. Il gioco vero è stato quello di incrociare la struttura di romanzo che doveva essere un racconto di immaginario e di finzione con una realtà storica che era già narrativamente forte. Per me è stato divertente mescolare tutti questi elementi reali. Ho tenuto un sottofondo musicale che è quello delle canzoni classiche di Iannacci, di Gaber, di Cochi e Renato che raccontano la città, mantenendo un ritmo di allegria e di humour che è tipico della milanesità. Ho fatto in modo che anche le storie più tristi avessero sempre una possibilità di redenzione e che ci fosse una battuta anche alla fine di alcuni fatti tragici mentre tutta la parte che riguarda la strage, i funerali, le vittime e le indagini che vennero fatte all’epoca è una parte di cronaca reale sulla quale non sono intervenuto in nessun modo, né nell’aumentare il tono drammatico né nel metterci una possibilità di una battuta.

3) Hai trovato difficoltà nel muoverti in un periodo così lontano dal presente dove esistevano usi e costumi ma anche leggi diverse? O trovi che per certi aspetti la storia tenda a ripetersi?
L.: E’ stato facile perché è tutto documentato e soprattutto ho avuto la fortuna di avere accesso al Corriere in maniera totale. In più avevo tutti i ricordi dei nonni e dei bisnonni. Questo mi ha permesso di muovermi in maniera libera. Ho dovuto documentarmi ma mi è bastato anche alzare gli occhi e riguardare i palazzi in un altro modo, vivendoli come se non fossi nel duemila ma nel 1928 e ritrovarne l’aria. La cosa più pazzesca è stata vedere cosa è stato cancellato dalla città ma anche scoprirne le motivazioni, non sempre estetiche o politiche ma legate alla speculazione edilizia.

4) Se dovessi introdurre il commissario De Vincenzi a qualcuno che non ha ancora letto il tuo libro né conosce l’autore che lo ha creato, come lo descriveresti?
L.: E’ una persona che conosce molto bene l’animo degli altri e che è capace di ascoltare stando in silenzio. Parla poco. E’ molto sensibile. Non è troppo alto. Non è appariscente. Non ha dei vestiti che si notano. Ha uno sguardo intenso e quando parla lo fa sempre a proposito. I lettori se lo possono immaginare con il volto di Paolo Stoppa che lo interpretò in televisione ma io me lo immagino come mio nonno, fisicamente piccolino con lo stesso spirito. La cosa bella è che noi sappiamo che sentimenti ha e come si muove anche dalle letture che fa: Platone, Santagostino, Freud ma anche cataloghi d’arte e libri che vengono pubblicati in quel periodo.

5) Hai saputo raccogliere diversi aneddoti e personaggi particolari in questo romanzo. Ce n’è uno in particolare che ti sta più a cuore e del quale magari ci puoi raccontare qualche curiosità in più?
L.: Tra i personaggi che mi sono più vicini c’è la portinaia, che è la mia bisnonna. Si sente la sua umanità ma anche quella del materassaio, Giovanni Massaro che racconta al commissario quello che vede per strada e può parlare con persone con cui De Vincenzi non potrebbe. Anche Massaro non me lo sono inventato ma abita al piano sopra casa mia. Fa ancora questo mestiere. Gli altri due per i quali ho una particolare predilezione sono l’Armando e il Pierino che fanno i becchini e mi permettono di raccontare il rapporto che aveva con la morte ma anche con la vita, la città.

6) L’ombra del campione, per te è più il filo conduttore della romanzo o il pretesto per introdurre tutte le storie che contiene che a mio avviso sono anche più preziose?
L.: “L’ombra del campione” è un titolo che gli ha dato Rizzoli. Io mi sono trovato ad avere questa immagine di Meazza che guardava la città attraverso la nebbia e quindi l’idea che loro mi hanno dato di ombra, l’ho accentuata. In realtà tutte le altre storie sono una ballata su Milano e funzionano anche per chiarire il valore e il senso che aveva un personaggio del genere. Volevo costruire un libro corale che raccontasse la città dove il giocatore numero uno era Meazza però tutti gli altri comprimari fanno parte della stessa squadra e ogni capitolo diventa un tassello in più per raccontarla. Per cui il libro è in crescendo e ho evitato di avere in ogni capitolo per forza il Campione sennò se avessi raccontato solo lui e De Vincenzi, sarebbe stato un romanzo a due e non un romanzo sulla città.

7) Un grande spazio è occupato dalla tradizione che ruota attorno al cibo, da l mondo da cui provengono certi piatti tipici e dal modo in cui erano preparati. Ce ne vuoi parlare.
L.: Erano i piatti della tradizione povera. Ognuno di questi è una specie di piccola madeleine che porta nella memoria non solo quando io li ho mangiati ma anche il perché venivano cucinati. La Cassoeula è un piatto a base di verza, con gli scarti della carne di maiale. Della cucina degli avanzi fanno parte anche le polpette, il minestrone e la torta di michelacci. Il commissario De Vincenzi è molto goloso di questa cucina e trova che, spesso, toccano a lui anche gli avanzi di indagini di altri da risolvere. La tradizione gialla italiana parla molto di cucina e la usa per caratterizzare i personaggi e il mondo in cui vivono. L’idea è anche quella di avere piatti che creino condivisione permettendo ai nostri protagonisti di incontrarsi dentro una portineria. Nel prossimo romanzo che scriverò non ripeterò i piatti che i lettori hanno già assaporato in questo. Ci saranno, tra gli altri, il pancotto e il riso al latte.

8) “La fame spinge a commettere brutte azioni. E non è colpa di nessuno.” Sicuramente c’era del vero in questa affermazione ma poteva anche divenire un pretesto?
L.: No, perché nessuno si giustificava per aver rubato. Erano talmente poveri che un piatto di minestra era quello a cui aspiravano. Molta gente aveva anche il problema di trovare una casa. Nessuno condannava il crimine spicciolo del portare una pagnotta a casa. L’avvento del fascismo porterà un cambiamento nei rapporti tra criminali e poliziotti perché in realtà finiranno in prigione quelli che sono considerati nemici politici ma ci sarà anche una stretta nei confronti delle fasce basse della popolazione perché meno accetteranno il fascismo, protesteranno di più, mentre la piccola borghesia e i nobili di Milano saranno molto più vicini a questa nuova realtà.

9) Il linguaggio chiaro e preciso che hai usato è abbellito e arricchito dal dialetto milanese. Hai mai avuto il dubbio che potesse essere un freno per una parte di lettori?
L.: Quando mi hanno telefonato da Foggia, da Salerno, da Napoli ho capito che avevo fatto la cosa giusta perché hanno capito tutto aggiungendo quanto fosse bello. Per i milanesi usare il dialetto è viaggiare nel tempo perché non lo senti parlare quasi più mentre quando io ero bambino lo parlavano tutti. Adesso si parlano i dialetti del mondo perché siamo un paese multietnico. Il dialetto all’epoca non era uno scoglio per quelli che arrivavano dal sud Italia, per esempio, ma diventava un identificativo per comunicare con gli altri.

10)Hai in cantiere un nuovo progetto? E se sì ci puoi dare qualche anticipazione?
L.: Dell’universo di De Vincenzi sono già usciti sei racconti sul Giornale. Sulla richiesta che mi ha fatto Rizzoli per ora i romanzi sono tre. Il prossimo sarà ambientato tra il ’29 e il ’31, mentre il terzo non andrà oltre il 1935 per motivi legati all’arrivo delle leggi razziali e al cambio dei sistemi giudiziari nella mia città.
Il prossimo romanzo avrà due temi principali: la chiusura dei navigli e la nascita della grande canzone milanese che nasce come opposizione agli inni e alle canzoni fasciste e come reinvenzione, in parte, della canzone napoletana che all’epoca era la più amata e la più conosciuta ma che a Milano assumerà una sua identità specifica con tanto di motivazioni nostalgiche e sentimentali .
Oltre a questi romanzi ma anche ad una probabile antologia di racconti, c’è una piccola storia che uscirà a settembre e che riguarda un personaggio, Umberto Nobile che partì con il dirigibile da Baggio per andare al Polo Nord. Racconterò quello che successe la notte in cui attraversò le Alpi. Uscirà per il festival della letteratura e verrà illustrato da Paolo Barbieri.

Intervista a cura di Federica Politi