Intervista a Antonio Fusco

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Antonio Fusco è nato nel 1964 a Napoli. Laureato in Giurisprudenza e Scienze delle pubbliche amministrazioni, è funzionario nella Polizia di Stato e criminologo forense. Ha lavorato a Roma e a Napoli. Dal 2000 vive in Toscana, dove si occupa di indagini di polizia giudiziaria. Per Giunti sono usciti “Ogni giorno ha il suo male” (2014, Premio Scrittore Toscano, Premio Garfagnana in Giallo, Premio Apoxiomeno); “La pietà dell’acqua” (2015, Premio Mariano Romiti, Best 2015 nella classifica di iTunes, Premio Furio Innocenti, Trofeo Rinaldo Scheda); “Il metodo della fenice” (2016, Best 2016 nella classifica di iTunes). ” Le vite parallele” (finalista al Premio SalerNoir 2018 finalista con Menzione Speciale al Premio Prunola 2018).

Lo abbiamo incontrato e ci siamo fatti raccontare qualcosa di più del suo personaggio, il commissario Casabona e del suo lavoro.

1. Benvenuto, Antonio. Questo è un nuovo capitolo per il commissario Casabona, dal titolo Alla fine del viaggio, pubblicato da Giunti. Da quale idea sei partito?
A.: L’idea di partenza è stata quella di raccontare come la consapevolezza di essere arrivati alla fine del viaggio su questa dimensione terrena possa influenzare e modificare la nostra scala di valori e, di conseguenza, la gerarchia delle priorità della vita.

2. Gli argomenti che tratti nel tuo romanzo sono tanti, una storia nella storia. Parliamo di quella più intimista: la relazione tra lui e sua moglie, la consapevolezza che, una volta diventati indipendenti i figli, è come svegliarsi dal torpore e doversi confrontare. Hai tratteggiato quello strano meccanismo che scatta quando l’uomo non accetta la separazione e la moglie si sente subito minacciata, tanto da averne paura. Un monito ad affrontare le separazioni con più lucidità e meno accanimento? Quando le donne finiranno di avere paura dell’uomo?
A.: La separazione, tranne rarissimi casi, è sempre un momento altamente conflittuale che può scatenare reazioni anche distruttive. È molto importante sforzarsi di gestire questo inevitabile scontro rimanendo sui binari della civiltà e della legalità. Nel romanzo Casabona, anche se ferito dalla decisione della moglie Francesca di andare via di casa, riesce a farlo. Nella realtà, purtroppo, dobbiamo constatare che a volte ciò non avviene. Credo che questo derivi anche dal fatto che si viene lasciati soli a gestire un dramma che può apparire irrisolvibile in alcuni momenti. Bisognerebbe creare forme di sostegno, soprattutto a favore dei genitori in fase di separazione, sia psicologiche che economiche e logistiche. A volte è proprio la disperazione e il non riuscire a vedere vie d’uscita percorribili che innesca meccanismi di auto distruzione.

3. Casabona in fondo ha due famiglie: una con una moglie e dei figli, l’altra la sua squadra investigativa. Come si fa a farle convivere e a non far prevalere una sull’altra?
A.: La famiglia e la squadra sono mondi diversi, anche se coinvolgono entrambi la sfera emotiva. Io credo che sia sempre la prima a dover prevalere nella scala dei valori di un uomo. Il lavoro è lavoro e serve anche per sostenere la famiglia. Moglie e figli, in genere, questo lo capiscono e imparano ad accettarlo.

4. Si parla anche di assenza, che diventa quasi una presenza, non un concetto astratto. La definisci con una propria dimensione fisica, tangibile. Con il tempo diventa una compagna fedele. Sembra qualcosa di diverso dalla solitudine… o no? Come si fa ad abituarsi a un’assenza?
A.: L’assenza attiene alla dimensione dei ricordi. È un modo per sfuggire al vuoto della solitudine popolandolo con quel che resta dei buoni sentimenti del passato.

5. Il caso da affrontare, dove senza fare spoiler parliamo di pedofilia. Perché hai voluto affrontare un argomento così difficile? Anche questa volta una trama complicata e contorta, con un finale assolutamente sorprendente.
A.: L’intreccio investigativo è fondamentale in un giallo/noir. Ci tengo molto a non scrivere trame banali o che sanno di cose già viste. Si tratta di una forma di rispetto verso i lettori che trovo imprescindibile.

6. Si parla ancora troppo poco di deep web, dark web, surface web: mi ha colpito il fatto che il web che noi conosciamo è come se fosse la superficie dell’oceano. Mentre c’è un web sommerso… Come ti sei documentato? È stato facile reperire le informazioni?
A.: Molte cose le conoscevo già, fa parte del mio lavoro. Ma chiunque voglia approfondire questo argomento trova molto materiale in rete. Molte informazioni sono reperibili anche sul sito della Polizia di Stato.

7. Si parla sempre di social e di influencer: come te li immagini nel futuro? Parlavo con un autore del male esistente nella società prima dell’avvento di internet. Pensi che il progresso lo aumenti o, semplicemente, lo mette più in evidenza?
A.: Credo che il male, essendo connaturato alla natura dell’uomo, sia immutabile nel tempo. Sicuramente la comunicazione globale e in tempo reale dell’era moderna lo rende più immanente. A volte ci sentiamo circondati dal male anche se i fatti che hanno generato questa percezione sono avvenuti a centinaia o migliaia di chilometri di distanza da noi.

8. Sempre a proposito del male, tu scrivi: “Il male è evanescente. Svanisce subito, non segna le persone rendendole riconoscibili o diverse dalle altre. È solo un fugace incontro tra i peggiori istinti di una persona e l’irresistibile opportunità di metterli in pratica.” Com’è stato il tuo incontro con il male, quello reale e quello letterario?
A.: La letteratura è una forma di trasposizione della realtà: “nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu”. Le idee ci arrivano sempre attraverso i sensi, anche se la mente ha la capacità di crearne di nuove, scomponendo e ricomponendo quelle esistenti. Il male lo vediamo, lo facciamo e lo temiamo dalla nascita, è insito nella natura dell’uomo. Come il bene, per fortuna.

9. Molti chiedono agli scrittori poliziotto: quanto ha inciso il tuo lavoro nella scrittura? Io vorrei chiederti invece quanto ha inciso il tuo lavoro di scrittore nella tua professione di poliziotto. Pensi che per entrambi ci voglia dedizione?
A.: Credo che fare il poliziotto sia una cosa molto più seria che scrivere romanzi polizieschi. La dedizione e l’impegno sono necessari per far bene questo lavoro, scrivere è un vezzo, quasi un gioco, al confronto.

10. Cosa pensi delle fiction che sono state tratte dai romanzi di Antonio Manzini e Maurizio de Giovanni? Lo vedresti un commissario Casabona in tv?
A.: Certo che lo vedrei e non è detto che ciò non avvenga a breve.

Intervista a cura di Cecilia Lavopa