Intervista a Dario Correnti

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Dario Correnti è uno pseudonimo. Anzi, un doppio pseudonimo, perché nasconde due autori. Il suo primo romanzo, Nostalgia del sangue, è stato uno dei thriller più apprezzati del 2018. Tradotto in quindici Paesi, è diventato un caso editoriale internazionale e presto diventerà una serie TV.

Patrizia Debicke ha intervistato gli scrittori e oggi vi proponiamo questa piacevole intervista.

1. Buongiorno signori, solo così vi posso chiamare visto che Dario Correnti è un “nom de plume” e siete due persone. Dunque mi pare che la trama decisamente stuzzicante del vostro Nostalgia del sangue abbia funzionato alla grande, ma francamente penso che anche l’azzeccato trucco dell’anonimato – Elena Ferrante docet – abbia funzionato anche meglio. Ora un felice ritorno questo Il destino dell’orso, che concede maggior respiro e un notevole grado di maturazione ai vostri protagonisti? Subito una curiosità: I vostri personaggi sarebbero una specie di autoritratti o magari scrivendo ridete sotto i baffi e vi scambiate di continuo le parti?
D.: No, Ilaria e Marco non siamo noi, non ci assomigliano . Tutt’al più in qualche passaggio gli prestiamo dei sentimenti o delle esperienze che abbiamo vissuto.

2. Perdonerete ma io vado avanti con la mia indagine. Milanesi, o comunque con forti legami con la Lombardia, avete ambientato il vostro primo romanzo nella Bergamasca e il secondo tra la Svizzera, poco lontano, e il giro bene meneghino, di cui mostrate una conoscenza ravvicinata. Più facile scrivere di ciò che si conosce meglio o a conti fatti ormai è dimostrato che un romanzo con cornice milanese tira sempre di più?
D.: Ebbene sì, viviamo e lavoriamo entrambi la maggior parte del tempo a Milano, e per questo la città fa da naturale sfondo alle vicende che raccontiamo. Non è stato un calcolo di marketing. Anche perché, se guardiamo alle classifiche, la “cornice milanese” non sembra tirare di più della cornice siciliana, o napoletana, o dolomitica. Quanto all’Engadina, tutti i mondi si assomigliano, basta poco per capire come funzionano. Dopo “Nostalgia del sangue” tutti credevano che fossimo bergamaschi, invece avevamo solo capito al volo certi meccanismi.

3. Ma ora basta frecciatine, Uno spaventoso incidente con un orso in Svizzera che sbrana un ricco escursionista, un articolo da scrivere affibbiato a Marco Besana per una notizia che divide i lettori ma fa anche scattare subito un click nella testolina di Ilaria Piatti. Perché?
P.: Ilaria ama gli animali, è lei ad aver regalato un cane a Besana che all’inizio non ne voleva sapere, e non riesce a credere che quell’orso sia un assassino. Inoltre, ha preso sul serio le parole della signora poi uccisa da un misterioso scippatore

4. Un imprendibile serial killer che si avvale di una sequela di veleni. Ancora una volta un romanzo che si rifà a delitti di altri tempi e per fermare la falce della morte storia bisogna risalire al ‘700. Sarebbe forse un modo di dire che la storia si ripete, o meglio che della storia si perdono i buoni insegnamenti, ma non i cattivi?
D.: Più che storia, è cronaca dei secoli passati. La figura della Vecchia dell’aceto è un bell’esempio di creatività criminale, perché usava un veleno al tempo difficile da scoprire. E in questo libro, chi cerca di imitarla aggiorna i suoi metodi alle moderne tecniche di analisi tossicologica.

5. Stavolta i vostri due protagonisti escono con prepotenza, vivendo quasi di vita propria, dal forzato incasellamento di un disilluso giornalista avviato al tramonto con matrimonio fallito alla spalle e una giovane e brava reporter perennemente confinata nel precariato. Come si evolve il rapporto tra loro?
D.: In modo non sempre pacifico, ma comunque fraterno. Ilaria sta crescendo umanamente e professionalmente, non è più la timida stagista alle prime armi, in un certo senso è diventata lei l’elemento trainante del tandem, e questo ribaltamento di ruoli produce qualche frizione e perfino qualche litigata, perché Besana in certi momenti si sente un po’umiliato. Ma i due si vogliono bene, e anche gli scazzi sono affettuosi.

6. Ma stavolta il romanzo oltre a una malcelata critica sociale a tutto il quotidiano, descrive a chiare lettere l’attuale panorama giornalistico che non è certo una passeggiata. Siamo veramente arrivati alla frutta? Oppure in questo mondo attuale nato dagli influencer, invaso dai twitter e dai selfie esistono ancora dei giovani come Ilaria Piatti?
D.: Certo che esistono, per fortuna. E noi crediamo che il giornalismo serio, indipendente, impegnato nella ricerca della verità, possa e debba avere un futuro anche nel nostro paese. Perché senza di esso la democrazia sarebbe in pericolo.

7. Ci piacciono, hanno funzionato, funzionano, torneranno lo sappiamo già e quindi diciamo a presto a Ilaria Piatti e a Marco Besana. Volete comunque anticiparci qualcosa sul prossimo romanzo?
D.: Non possiamo anticipare nulla. Ma forse, questa volta, potrebbe non esserci un killer del passato.

Intervista a cura di Patrizia Debicke