Intervista a Giampaolo Simi

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Giampaolo Simi ha pubblicato Il corpo dell’inglese (2004) e Rosa elettrica (2007). I suoi libri hanno ricevuto vari premi e sono stati tradotti in Francia (nella «Série noire» di Gallimard e presso Sonatine) e in Germania (Bertelsmann). Soggettista e sceneggiatore di serie come «RIS» e «Crimini», è autore della fiction «Nero a metà». Con questa casa editrice ha pubblicato Cosa resta di noi (Premio Scerbanenco 2015), La ragazza sbagliata (Premio Letterario Chianti 2018), Come una famiglia (2018) e I giorni del giudizio (2019).

Incontro Giampaolo in occasione dell’ultima edizione del Pisa Book Festival e dopo avere atteso, come di consuetudine, che finisse il firmacopie e facesse le foto con i suoi lettori ci mettiamo da una parte per l’intervista. Scopro così che anche se è stanco e ha altri impegni che lo attendono, è un autore che parla molto volentieri di sé, del suo lavoro e delle sue passioni. E questa è la cosa più bella che possa capitare in una occasione come questa: perché di libri parlano tutti, ma parlare di autori…parlarne veramente, è più un regalo ai lettori. Di seguito, tutto quello che Giampaolo Simi ci ha raccontato.

1.Giampaolo, il tuo ultimo lavoro I giorni del giudizio, ricorda molto un racconto del 1954 diventato poi un famoso film del 1957 con Henry Fonda. E anche nel tuo libro, come nel film, c’è una umanità variegata e sfaccettata che rappresenta molto la società del momento. Quindi ti chiedo se ti sei ispirato a tutto questo per scrivere il tuo libro?
G.: Io sono partito dal fatto che quando si parla di giuria, anche se poi in Italia le cose stanno diversamente dato che abbiamo piuttosto giudici popolari, la memoria dei più va proprio a un film dell’America degli anni 50. E quindi se il riferimento va sempre a qualcosa di così lontano ho compreso che in Italia questo argomento non era mai stato affrontato davvero in sessanti anni di tempo. O almeno non in letteratura. Così ho pensato di dare vita a I giorni del giudizio avvalendomi anche di tutti i vantaggi che derivano dal nostro sistema. Nella famosa pellicola i giurati, infatti sono dodici e per me sarebbe stato impossibile o quantomeno difficile seguire la vita e le storie di tutti. Tanto che anche nel film del 1957 alla fine il vero protagonista è solo Henry Fonda. In Italia i giudici popolari sono solo sei quindi ho avuto il vantaggio di seguire solo sei storie, solo sei udienze, solo sei tappe del processo nel mio romanzo e questo mi ha agevolato moltissimo nella stesura e nel racconto.

2. A questo punto ti chiedo: c’è un personaggio de I giorni del giudizio che ami di più e uno che ti piace di meno?
G.: I miei personaggi fanno tutti benissimo quello che devono fare, come se fosse una band dove ognuno esce con l’assolo nel momento giusto, nel momento che non ti aspetti. È un equilibrio che segna la mia equidistanza da tutti loro. Il mio sguardo tenero e insieme spietato che ho per ciascuno di essi.

3. Tu sei un noirista di successo, molto amato dai tuoi lettori e che ha ricevuto anche molti riconoscimenti, come il Premio Scerbanenco. Ma come si diventa dei giallisti così bravi vivendo in una città solare, vacanziera e patria del carnevale come Viareggio?
G.: Non è molto difficile. La Versilia e Viareggio sono teatri di alcuni degli eventi di cronaca nera che hanno segnato per lungo tempo l’immaginario popolare. Per cui accanto alla meta delle vacanze e alla città del carnevale e della spensieratezza, la Versilia ha sempre avuto anche questa immagine di dark side, che certo non aveva bisogno di essere scoperta da un giallista come me e a cui io finisco con l’ispirarmi. Si parte ad esempio dal ‘69 con il delitto Lavorini che è diventato una pietra miliare della cronaca nera italiana, fino ad arrivare al caso della “Circe della Versilia” di cui, 20 anni dopo, si leggono molto bene e dinamiche di costume e società che hanno attraversato il nostro paese; fino ad arrivare al 2009 quando esplode un carico di gas infiammabile alla stazione di Viareggio. E così anche i viareggini e molti altri italiani si rendono conto di cosa vuol dire la globalizzazione e i rischi della stessa. Rischi e pericoli che possono colpire ovunque e generare morte e disperazione. Quindi nella Versilia c’è tanto sole, tanta vitalità ma quella parte di dark side è sempre stata presente.

4. Tu sei trai i pochissimi scrittori di noir italiani pubblicati in Francia. Come ti fa sentire tutto questo, quale è il tuo rapporto con i lettori di oltralpe e se ne esiste uno?
G.: La soddisfazione che provo è tanta, ma ovviamente là ti confronti con una produzione indigena francese davvero potente e strutturata perché quando si parla del noir francese si parla della série noir fondata nel secondo dopoguerra e che continua le sue produzioni anche oggi con grande successo. Noir d’altra parte è una parola francese e quindi è come se si andasse sempre a confrontarsi con i maestri di questo genere, tanto in letteratura che in cinema. I rapporti con i miei lettori d’oltralpe sono interessanti perché i rapporti tra italiani e francesi sono come rapporti tra cugini alla fine. È un rapporto di perenne confronto tra simili, con tradizioni culturali simili con cui si può interagire. La notte alle mie spalle, ad esempio, è stato il mio romanzo in cui il mio inganno di autore è stato meno apprezzato dai lettori italiani e molto più da quelli francesi, che invece hanno amato, per così dire, essere ingannati per un centinaio di pagine e oltre dallo scrittore.

5. Tu oltre a essere uno scrittore sei anche un soggettista e uno sceneggiatore di serie TV di successo. Come cambia la tua scrittura in proposito e in quale ruolo ti riconosci di più?
G.: Cambia molto tecnicamente perché sono due modi di scrivere completamente diversi. Il romanzo è un ‘opera che tu consegni nella sua forma finita, e c’è solo il tuo nome lì sopra, tu sei il responsabile di tutto quello che viene letto. Una fiction, invece, è un lavoro dove allo sceneggiatore non pensa quasi nessuno, per cui se una serie è bella gli spettatori diranno: ah interessante quella fiction con Claudio Amendola …e non diranno mai: bella quella fiction scritta da Simi, e così anche al contrario se la serie non piace. Nella fiction la faccia ce la mette qualcun altro nel bene o nel male, tu lavori in funzione di qualcun altro, mentre nel romanzo devi sempre lavorare in funzione di te stesso e sei tu a decidere tutto e apparire con il tuo nome. Una differenza del mio diverso ruolo sta proprio ne I giorni del giudizio e quello che posso scrivere per la televisione. La TV italiana porta noir e polizieschi in video, ma gli stessi sono sempre in qualche modo edulcorati da altro, ironia o sentimentalismo. Invece, non è ancora pronta, secondo il mio parere, a presentare ai telespettatori qualcosa come il noir puro, ovvero come può esserlo il mio romanzo. Spero che questo cambi al più presto ovviamente, ma ora pensare di vedere in televisione una narrazione come quella de I giorni del giudizio non mi sembra possibile.

6. E non è finita: perché oltre che sceneggiatore e scrittore tu suoni anche la chitarra in un gruppo il cui nome prende ispirazione dai Monty Python. Ti chiedo allora quale è il loro film che ti piace di più e se pensi che la loro influenza possa avere ancora una qualche eco nei ragazzi di questa generazione?
G.: Magari i ragazzi di oggi non li conoscono, ma il loro culto ha attraversato davvero molte generazioni, tanto che quando si sono riuniti due anni fa c’è stato subito il pienone dopo qualche secondo perché anche i più giovani erano comunque incuriositi. Loro sono sempre stati sovversivi e spiazzanti e lo sono ancora e questo permette loro di attraversare le generazioni. Perché il loro umorismo non risente di uno specifico momento. A me hanno fatto ridere tanto da giovane e poi da adulto quado ho iniziato a scrivere. In ogni caso, Il senso della vita credo che sia ancora oggi il film che mi fa ridere e che amo di più.

7. Se un giorno impazzissi e ti venisse voglia di scrivere un romanzo rosa asseconderesti questa tua nuova ispirazione o la metteresti subito a tacere?
G.: La asseconderei assolutamente perché io sono convinto, come diceva Gramsci, che le forme della letteratura popolare sono un patrimonio in cui bisogna sporcarsi le mani. Sono codici in grado di parlare e avvicinare moltissime persone. Per cui io credo che vanno presi e affrontati, magari rielaborati senza supponenza. Io credo che questo lavoro in Italia sia mancato negli ultimi anni, soprattutto nel dopoguerra, dove c’erano gli intellettuali che facevano libri impegnati e impegnativi che leggevano in pochissimi, eppoi c’era Scerbanenco che faceva libri da leggere in treno o Lyala che scriveva libri sentimentali e che arrivavano a tanti lettoti. Quindi io penso che i generi, assolutamente, vadano frequentati tutti. Lo diceva Gramsci in secolo scorso e purtroppo è stato abbastanza profetico: senza una letteratura popolare si rischia di generare un disastro culturale. Dagli anni ’90 in poi, tutto questo sembra essere cambiato e esistono molti esempi di contaminazione tra i generi che hanno dato vita a letture più universali, più alla portata di tutti. Una cosa che fa bene a chi scrive libri e a chi li legge.

8. Tu ce l’hai un posto del cuore dove di solito ti metti a scrivere o semplicemente a raccogliere le idee?
G.: Magari ce lo avessi! Ma con la vita che faccio adesso è proprio impossibile. Perciò mi ritrovo a scrivere sui treni, nelle stazioni o negli aeroporti, e mi ci sono abituato abbastanza. Anzi, a volte le idee arrivano proprio così. Magari sei a scrivere una scena e ti manca un personaggio e poi te lo vedi passare davanti in una sala di attesa e scatta l’ispirazione. Per I giorni del giudizio mi ricordo benissimo di avere inviato all’editore le ultime pagine della prima versione mentre ero all’aeroporto di Stoccarda e il mio volo portava un ritardo di tre ore. E questo mi ha dato la possibilità di riguardare e ripensare alle ultime pagine del mio romanzo: quelle che poi ho inviato alla casa editrice. Io ormai scrivo così…e devo dire che non mi dispiace.

Intervista a cura di Antonia Del Sambro