Intervista a Hans Tuzzi

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Hans Tuzzi è l’apprezzato autore – oltre che di saggi sulla storia del libro e sul suo mercato antiquario, e del romanzo Vanagloria (2012) – dei celebri gialli ambientati a Milano che hanno come protagonista il commissario Melis: Il maestro della Testa sfondata (2002 e 2016), Perché Yellow non correrà (2005 e 2016), Il principe dei gigli (2005 e 2012), Casta Diva (2005 e 2013), Fuorché l’onore (2005 e 2017), La morte segue i magi (2009 e 2017), L’ora incerta fra il cane e il lupo (2010 e 2017), Un posto sbagliato per morire (2011), Un enigma del passato (2013 e 2017), La figlia più bella (2015), La belva nel labirinto (2017), La vita uccide in prosa (2018) e Polvere d’agosto (2019). È autore anche della trilogia dedicata all’agente segreto Neron Vukcic: Il Trio dell’arciduca (2014), Il sesto Faraone (2016) e Al vento dell’Oceano (2017). Tutti i suoi libri sono pubblicati da Bollati Boringhieri.

Lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del suo romanzo intitolato “La notte, di là dai vetri”, pubblicato sempre da Bollati Boringhieri.

1.Benvenuto su Contorni di Noir e grazie per avere accettato il nostro invito. Ti chiedo subito di Norberto Melis, probabilmente, il commissario più originale, pacato e riflessivo comparso negli ultimi anni nella narrativa italiana, da dove nasce questo personaggio e a chi ti sei ispirato per dargli vita e voce?
H.: In Melis, nel suo carattere e nella sua storia famigliare, convergono in misura diversa alcuni funzionari della Repubblica Italiana conosciuti molto bene da giovane, che per qualità umane furono molto al di sopra delle strutture della società che servirono: rappresentanti di un’Italia minoritaria e degna di un’Italia migliore.

2. Il tuo ultimo lavoro letterario parla di una Italia degli anni Ottanta dove tu catturi meravigliosamente il mood del tempo e lo riporti al lettore quasi intonso. Quale è il tuo legame con quegli anni e con la Milano di quegli anni?
H.: Negli anni Ottanta ero “nel mezzo del cammin” della mia vita, però avevo la sensazione che il meglio – per il Paese e forse anche per me – fosse già alle spalle: avvertivo chiaramente come, una volta di più, gli italiani non sapessero cogliere un’occasione e sentivo sottopelle l’inizio di una disgregazione delle già fragili fondamenta sociali etiche e culturali italiane che, paradossalmente, gli anni di piombo al confronto avevano soltanto scalfito.

3. Sempre a proposito del tuo ultimo romanzo La notte, di là dai vetri, il lettore si trova davanti tre episodi differenti, che vanno dal mondo degli ultras, alla ricerca di una verità scomoda e antica, non hai avuto timore che i lettori potessero un po’ “perdersi” nella narrazione e non comprendere bene quale fosse il fil rouge di tutto il lavoro?
H.: No, ho fiducia nei miei lettori, e il romanzo breve si presta alla variazione sul tema. Ma qual è il tema? Custos, quid noctis? A che punto è la notte, si chiedeva un giallo di F&L uscito giusti quaranta anni fa. Perché, per noi animali programmati per la diurna vita di branco, la notte si pone come spazio ignoto e minaccioso. Ma, in quanto esseri pensanti forniti di pollice opponibile, la notte – si pensi a Michelangelo – è anche lo spazio silenzioso pronubo alla creazione. La notte è duplice, minaccia e raccoglimento, morte e vita, e nelle tre inchieste del libro questi due aspetti convivono.

4. Accanto all’insolito personaggio di Melis tu hai creato anche quello di Neron Vukcic, un agente segreto asburgico che con il commissario milanese non ha proprio nulla a che vedere, né come età anagrafica né come personalità. Tu a chi dei due sei più affezionato e perché?
H.: Vukcic occupa la scena di una trilogia che mi ha appassionato per il periodo storico (dal giugno 1914 alla primavera 1926), per le ambientazioni esotiche e la trama. Melis (il cui primo romanzo è ambientato nel febbraio 1978 mentre la serie chiuderà fra due volumi nel novembre 1994) è al tredicesimo titolo per un totale di diciassette inchieste. Inoltre, al contrario di Vukcic, non è un “cavaliere solitario”: con lui interagiscono Fiorenza, Kim e i vari colleghi. Tutto questo rende il rapporto autore-personaggio più intenso e profondo.

5. Dai romanzi, ai gialli, ai saggi. I lettori cambiano quasi certamente da un’opera all’altra. Ma come cambia la tua scrittura?
H.: Credo che il mio stile sia peculiare e facilmente riconoscibile: lessico, sintassi, morfologia e struttura della frase, ridotto uso di articoli, ricchezza di aggettivi… Tutto questo rende ben individuabile la mia voce: quello è il registro, cambia l’orchestrazione.

6. Tu in realtà ti chiami Adriano Bon e hai preso lo pseudonimo di Hans Tuzzi da un romanzo di Musil, ambientato nella Vienna degli anni Dieci e che narra l’esistenza di un uomo ideale con tutte le caratteristiche del suo tempo. Però tu sei nato a Milano agli inizi degli anni Cinquanta e a dispetto del titolo del libro di Musil, hai dimostrato di avere più di una qualità, come scrittore e come saggista. Quindi, perché questo pseudonimo?
H.: Nel romanzo di Musil, l’alto funzionario imperiale Hans Tuzzi, allorché sospetta che “l’uomo senza qualità” Ulrich stia mettendo in pericolo la sua felicità coniugale, ne diventa amico, in quanto è più difficile tradire un amico che uno sconosciuto. E questo comportamento così poco italiano mi piace molto. Va poi messo in conto quello stesso esclusivismo fisico e morale che ispirò a Stendhal l’amore per la mistificazione: “Porterò con piacere una maschera, cambierò nome con diletto.”
Senza sottovalutare che mia madre era viennese…

7. Se ti venisse l’incredibile desiderio di scrivere un romano di fantascienza o un romanzo rosa, asseconderesti questo impulso o lo ignoreresti assolutamente?
H.: Non do molto peso alle etichette: Elda Lanza diceva di non scrivere gialli ma “romanzi col morto” e concordo con lei. Amo molto certa letteratura da Bierce a T.E.D. Klein, Ray Bradbury e i film di Cavalcanti e del Toro. E una rivista very selective come “Paragone” ha pubblicato miei racconti-lampo ambientati oltre il misterioso confine dell’ignoto.
E poi, via, Il Maestro e Margherita non è forse, anche, un grande romanzo d’amore?

8. Quale è secondo te la frase contenuta in La notte, di là dei vetri che rappresenta meglio l’intero libro e perché?
H.: Bella domanda! Tre storie assai diverse fra loro che in comune hanno la notte e la volontà di capovolgere, ciascuna, almeno una delle presunte regole del giallo: difficile identificare una sola frase rappresentativa. Forse però
“Le quattro del mattino, l’ora in cui i vecchi muoiono e i bambini nascono.
Avvolta nella trapunta del firmamento, Milano dormiva. Forse. Le tenebre, la luce…”
rende bene il mood sotteso alle tre inchieste.

Intervista a cura di Antonia Del Sambro