Intervista a Håkan Nesser

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Håkan Nesser è nato nel 1950 a Kumla, in Svezia. Dopo aver insegnato lettere in un liceo, da anni si dedica esclusivamente alla scrittura. Della serie che ha per protagonista il commissario Van Veeteren, Guanda ha pubblicato: La rete a maglie larghe, Una donna segnata, L’uomo che visse un giorno, Il commissario e il silenzio, Carambole (premio Glasnyckeln), Un corpo sulla spiaggia, La rondine, il gatto, la rosa, la morte, Il caso G, Il commissario cade in trappola e Il dovere di uccidere. Della serie dedicata all’ispettore italo-svedese Gunnar Barbarotti sono usciti: L’uomo senza un cane, Era tutta un’altra storia, L’uomo con due vite, L’uomo che odiava i martedì e Confessioni di una squartatrice. Nel catalogo Guanda sono presenti anche Il ragazzo che sognava Kim Novak e Morte di uno scrittore.
Da Morte di uno scrittore e La nemica del cuore sono tratti i primi due film della trilogia Intrigo, per la regia di Daniel Alfredson.

Lo abbiamo incontrato in occasione del Noir in Festival, che si svolge annualmente tra Milano e Como ai primi di dicembre e ci siamo fatti una bella chiacchierata. Ecco cosa ci ha raccontato.

1.Benvenuto, intanto. E’ appena uscito per Guanda il nuovo romanzo La Confraternita dei mancini. Può raccontarci il giorno, l’evento, che le ha ispirato la storia?
H.: Sono stati più di una di scintilla che mi ha fatto venire in mente questo libro: volevo far tornare il commissario Van Veeteren e Barbarotti, volevo farli tornare sulla scena ancora una volta. Ma avevo bisogno di una storia in cui potessero agire entrambi, molto complessa, di lungo respiro, però mi ci sono voluti un paio di anni per metterla giù. Avevo delle idee da cui partire, è una storia molto lunga, piena di colpi di scena e si svolge in un arco di tempo molto lungo. Comincia negli anni ’50 e continua nel presente.

2.Prima che un thriller psicologico, sul mistero “congelato” per 21 anni e il cold case, La Confraternita dei Mancini appare subito come un romanzo sul tempo. Il passato non ha chiuso i suoi conti? Leggendo il libro si ha la sensazione che in questo romanzo lei abbia fatto un bilancio su vita, scrittura, world building e letteratura. Cosa ne pensa?
H.: Nel libro Van Veeteren festeggia il suo settantacinquesimo compleanno e lui ha un problema a invecchiare, questa cosa lo infastidisce abbastanza. E poi non vuole più fare il poliziotto, ma in questo libro c’è un cold case che torna a galla dal 1991 nel quale lui aveva commesso un errore. Quindi ventun anni dopo lui decide di colmare questo errore e contro la sua stessa volontà decide di rimettersi a lavorare su questo caso. Sua moglie è quella che lo spinge, lo incoraggia a continuare nella giusta direzione.

3.Van Veeteren è un grande osservatore d’animi umani, Barbarotti è un uomo tra due mondi. Se uno scrittore è qualcosa dei suoi eroi cosa ha donato Hakan Nasser ai suoi protagonisti?
H.: Penso che si finisca per farlo, che ci piaccia o no. Ma Van Veeteren è un po’ un mistero anche per me, non lo capisco fino in fondo, mentre Barbarotti è un po’ come il mio fratellino minore.

4.Al capitolo 32 leggiamo una lunga confessione che sembra un romanzo nel romanzo, una finestra su un altro mondo quasi, altra etica e società. Emerge spesso una Svezia puritana che poi esplode dai suoi romanzi. Quanto è cambiata la società svedese e se è cambiata davvero, secondo lei?
H.: Non sono tanto sicuro dell’inclinazione puritana della Svezia, non metterei tanto in collegamento questo libro con la Svezia, perché anche nel resto dell’Europa ci sono gli stessi problemi che abbiamo noi, io non scrivo della società, ma dei singoli esseri umani.

5.In confessioni di una squartatrice, si parlava della perdita, del lutto e su come si affronta la perdita di chi si ama. Ne La nemica del cuore e anche in Morte di uno scrittore, questi temi anche se in forme diverse, ritornano. C’è un’attenzione particolare sull’argomento?
H.: Con molta probabilità lo uso spesso, perché è ovviamente uno dei temi importanti della vita il modo in cui ci rapportiamo con la perdita e con la morte, il lutto e poi comunque riuscire ad andare avanti con la propria vita.

6.In Morte di uno scrittore lei affronta temi come il tradimento, la vendetta e la consapevolezza, la fuga e segreti di famiglia da nascondere a ogni costo. Perché le sono così cari?
H.: Prima di tutto perché creano una bella storia, c’è un segreto e si cerca di tenerlo nascosto e può stare lì per anni, ma a un certo punto qualcuno lo scopre e da quel momento può succedere qualsiasi cosa.

7.«Dico che vorrei sentire una storia, non un sacco di fumoso filosofare.»
Questa frase così incisiva sembra parte di una poetica, magari propria dello scrittore thriller e poliziesco di qualità. Cosa può dirmi?
H.: Si può essere un filosofo, ma anche qualcuno che sa scrivere bene una storia. Ci sono scrittori bravi e meno bravi, questo è il discrimine (ride).

8. Sulla stampa italiana a volte emergono notizie di violenza criminale rilevante dalla Svezia, dell’uso di armi automatiche, di gangs ed esplosioni. Questo fenomeno relativamente nuovo in Svezia cambierà il crime svedese? E il suo?
H.: Io non cambierò il mio modo di scrivere, ma penso che visto il numero più frequente di attentati e di bombe che esplodono, i miei colleghi scrittori avranno occasione di scriverne.

9. Ci può dire qualcosa sui suoi progetti futuri?
I miei piani futuri saranno di occuparmi dei miei cavalli nell’isola di Gotland, nel Mar Baltico, cosa che faccio tutti i giorni, oltre ai miei cani e alle mie anatre. E forse nel tempo libero cercare di scrivere un’altra storia, è una cosa in cui mi sono trovato e sembra che ne sia capace.

Intervista di Cecilia Lavopa a cura di Antonio Vena