Intervista a Antonio Manzini

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Antonio Manzini, scrittore e sceneggiatore, ha pubblicato Sangue marcio, La giostra dei criceti (del 2007, riedito da Sellerio nel 2017). La serie con Rocco Schiavone è iniziata con il romanzo Pista nera (Sellerio, 2013) cui sono seguiti La costola di Adamo (2014), Non è stagione (2015), Era di maggio (2015), Cinque indagini romane per Rocco Schiavone (2016), 7-7-2007 (2016), Pulvis et umbra (2017), L’anello mancante. Cinque indagini di Rocco Schiavone (2018), Fate il vostro gioco (2018), Rien ne va plus (2019) e Ah l’amore l’amore (2020). In altra collana di questa casa editrice ha pubblicato Sull’orlo del precipizio (2015) e Ogni riferimento è puramente casuale (2019). Uscito da poco il suo ultimo romanzo “Gli ultimi giorni di quiete” per Sellerio e noi abbiamo voluto rivolgergli qualche domanda:

1. Bentrovato su Contorni di Noir ad Antonio Manzini e grazie per la tua disponibilità. Iniziamo con quella che è una domanda di rito nelle interviste: da dove viene l’idea da cui è nato questo ultimo romanzo “Gli ultimi giorni di quiete”, edito da Sellerio?
A.: Un viaggio in treno, tanti anni fa, c’erano ancora gli scompartimenti, un signore mi raccontò che sulla tratta Genova Ventimiglia incontrò nel corridoio l’omicida di suo figlio. Questo racconto mi è rimasto dentro per anni, nascosto, ogni tanto tornava su come fanno le maree con i relitti, un giorno ho deciso che era il momento di provare a scrivere questa storia che ormai mi tormentava. Ho provato e mi sono fermato solo alla parola fine.

2. Corrado, il figlio di Nora e Pasquale, è morto durante una rapina nella tabaccheria di famiglia. Ritrovare l’assassino del figlio in libertà ha scatenato reazioni diverse nel padre e nella madre modificando la loro idea di futuro. Ci puoi dire in cosa si trasforma il domani per Nora e Pasquale?
A.: Il domani per Nora e Pasquale ha cessato di essere una proiezione, un’aspettativa, il giorno in cui il figlio è morto nel negozio. I giorni sono diventati una striscia lunga e grigia nella quale sopravvivere senza chiedersi neanche il perché. Finito il loro rapporto, finita la famiglia, finito il futuro. L’incontro con Danilo scatena nei coniugi reazioni diverse. Nora, lucida follia, ha in mente un piano e lo porterà avanti fino all’estrema conseguenza. Pasquale è confuso, la rabbia si mescola alla razionalità, prenderà una strada diversa, nel momento in cui capirà che ormai il suo cammino e quello di sua moglie seguono sentieri divergenti che non si incontreranno mai più.

3. Analizziamo per un attimo il dolore: quello inferto dalla morte di un figlio e quello che scaturisce dallo scoprire che il suo assassino è tornato in libertà troppo presto alimentando la sensazione che giustizia non sia stata fatta. In che modo sono simili o diverse queste due forme di un medesimo sentimento?
A.: Scoprire l’assassino in libertà per Nora diventa quasi una molla per riprendere e dare un senso al suo vivere, per Pasquale un ennesimo guaio che non ha la forza di affrontare. Credo solo che il dolore per la perdita di un figlio non sia commisurabile a nessun altro dolore, fermo restando poi il fatto che per me è impossibile discernere istologicamente le diversità di sentimenti così totalizzanti, annichilenti e traumatizzanti.

4. E collegandomi alle domande precedenti, cosa succede nella vita di una persona quando lo scorrere del tempo non riesce a scalfire il dolore? Le scelte che compie in che misura sono consapevoli?
A.: Vorrei risponderti con una poesia di Giorgio Caproni.
M’ero sperso. Annaspavo.
Cercavo uno sfogo.
Chiesi a uno. “Non sono”,
mi rispose, “del luogo”.

5. Ma mettiamoci per un attimo nei panni dell’assassino, che convinto di aver scontato la pena per il delitto commesso, s’impegna nel costruire una nuova vita. Ma è veramente possibile chiudere i conti con il passato e guardare alle azioni commesse prendendone le distanze?
A.: Non credo che le azioni commesse, almeno per Danilo, riusciranno mai a essere dimenticate. Ci convive, malamente, e cerca di rifarsi una vita. Dal suo punto di vista è stato condannato, ha pagato il prezzo del suo errore, lo hanno rilasciato, dovrebbe avere il diritto di rifarsi una vita, se crediamo nel carcere come luogo rieducativo e non solo punitivo. Questo in un mondo perfetto. Ma sappiamo che la realtà è molto diversa. E comunque Danilo, agli occhi della legge, ha scontato la pena. Ora bisognerebbe andare a raccontarlo a Nora. Non bisogna prendere le distanze dalle azioni commesse. E’ più complicato. Dobbiamo assumerle, identificarle, mai separarcene perché fanno parte di noi, e ammettere l’errore cercando di diventare persone migliori.

6. Un romanzo di dolore questo tuo ultimo, ma anche di Fato. I protagonisti dei tuoi romanzi di solito con il destino finiscono sempre per farci i conti. Tu, invece, sei fatalista o credi molto di più nel libero arbitrio?
A.: Agiamo, viviamo e commettiamo errori per le nostre scelte. I sentieri che percorriamo li scegliamo a volte con intelligenza, altre volte per passione, difficilmente impariamo dai nostri errori, difficilmente ci assumiamo la colpa. Il fato lo relegherei a quegli accadimenti lontani dalla nostra volontà. Se esco di casa per andare al lavoro e mi cade un vaso in testa è sfiga. Si potrà obbiettare: se avessi scelto un altro lavoro… ma entreremo in un dedalo di scelte condizionate e no che farebbe perdere la testa anche a Sant’Agostino.

7) Se dovessi dare un solo colore a Gli ultimi giorni di quiete che colore gli daresti?
A.: Il colore della spiaggia d’inverno, quella adriatica, è un beige scuro.

8) E se dovessi pensare a una colonna sonora, a quale penseresti?
A.: Quella che mi ha accompagnato mentre scrivevo, le suite per clavi di Pachelbel in re maggiore e re minore e the blue noteboks di Max Richter

9) Dove lo hai scritto prevalentemente questo romanzo? Un luogo fisico.
A.: Come gli altri. A casa.

10) Se tu fossi un lettore quale è la cosa che ti colpirebbe di più di questo romanzo?
A.: Difficile rispondere. Posso dire quello che mi piace trovare nei libri. Onestà intellettuale, prima di tutto. Mi piace quando lo stile e l’architettura sono in funzione della storia narrata, che ci siano personaggi credibili, che lo scrittore nasconda il suo io ingombrante e spesso inutile il più possibile, la totale mancanza di retorica e finta poesia, una completa immedesimazione dello scrittore nella storia e nei personaggi narrati, che mi porti in un mondo che non mi appartiene, che mi faccia riflettere, che mi diverta, ridere o piangere, e soprattutto che non parli dell’ombelico di chi racconta. Ecco, questo vorrei trovare in un libro, e vorrei che il lettore lo trovasse ne Gli ultimi giorni… io l’ho letto troppe volte per poter rispondere.

Intervista a cura di Federica Politi e Antonia Del Sambro, “Due nel mirino”