Intervista a Piernicola Silvis

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Piernicola Silvis è nato nel 1954 a Foggia. Alto dirigente della Polizia di Stato, ha lasciato il servizio nel 2017 come questore di Foggia. Con SEM ha pubblicato Formicae (2017), La lupa (2018) e Gli illegali (2019), finalista al Premio Bancarella 2020. I suoi libri sono stati tradotti in diverse lingue.

1. Ciao Piernicola, benvenuto su Contorni di noir. Da dove è partita l’esigenza di raccontare questa storia e, nel dettaglio, la violenza di alcuni militari italiani nei confronti di alcuni loro connazionali innocenti, fra cui donne e bambini?
P.: Grazie a te per la bella occasione che mi dai. Storia di una figlia nasce dal desiderio di mettere a fuoco la violenza nazista durante la seconda guerra mondiale. Sono uno studioso del nazismo, ho sempre cercato di capire cosa abbia potuto trasformare una nazione faro di cultura e civiltà come la Germania in una perfetta e crudele macchina di morte, macchiandosi di quello che forse è il crimine più orrendo nella storia dell’umanità. Non volevo farlo da una visuale storica ben nota, quella dell’Olocausto ebraico, ma da un’altra angolazione, quella della ferocia con cui le SS, aiutate da collaborazionisti italiani, si sono scagliate sulle popolazioni inermi dei nostri paesini dopo l’8 settembre del ’43. Chiunque legga delle stragi di Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema non può non restare sconvolto. La storia di Anna è nata da questo istinto, che definirei irrefrenabile. Ma c’è un’altra motivazione: quanti italiani sono al corrente delle 15.000 vittime innocenti, donne, anziani, ragazzi, bambini, fucilate, bruciate vive, fatte esplodere, mutilate dai nazisti? Quanti sanno che fra le fila delle SS c’è stata una Legione SS italiana con 20.000 volontari che hanno sparso violenza crudele contro i connazionali nella pianura padana e nella risiera di San Sabba, a Trieste, l’unico lager nazista in Italia? Credo pochissimi. Ho la fortuna di poter scrivere e pubblicare libri, perciò ne approfitto per consentire al lettore delle riflessioni. In questo caso sulla nostra storia nazionale ancora sconosciuta

2. Secondo te a cosa è dovuto il fatto che nel 2020 ci sono ancora molti che possiamo definire nazi-fascisti, simpatizzanti di quelle idee e di quel modo di intendere la società? Io credo che l’ignoranza e la frustrazione abbiano un peso rilevante in questo fenomeno. Sei d’accordo?
P.: Assolutamente sì, basta ascoltare le notizie dei tg. Il razzismo travestito da idee politiche impera, e questo mi indigna. E il razzismo, unito a una cultura antidemocratica e violenta, porta alle camere a gas. È successo nove anni prima che io nascessi, non nel 1000 DC. Può ricapitare tranquillamente domani mattina, è bene saperlo. Perciò bisogna tenere la guardia altissima per evitarlo.

3. Che rapporto hai con la religione e con la Chiesa? La prospettiva di esse che ci mostra il tuo romanzo è totalmente frutto di fantasia o c’è almeno una piccola parte che proviene da una considerazione personale?
P.: Sì, è così. Soprattutto dopo aver studiato il nazismo, mi sono posto le stesse domande che si pone la protagonista del romanzo, e mi sono dato le sue stesse risposte. Secondo alcuni filosofi, Auschwitz e il suo milione circa di persone uccise senza motivo sono la dimostrazione che la religione è nata da un bisogno dell’uomo di sentirsi aiutato da un essere superiore. Ma nessun essere superiore avrebbe potuto consentire o accettare i fiumi di sangue e di crudeltà lasciati scorrere nei vernichtungslager, le “zone di annientamento”, come i tedeschi chiamavano i campi di sterminio

4. Ho trovato questo romanzo molto interessante perché tratta diverse tematiche e tutte molto interessanti, dalla storia alla scienza. A proposito di quest’ultima, che idea ti sei fatto sulla “memoria genetica”? Quando se ne saprà di più sul dna degli esseri umani immagini un mondo in cui i ricordi possono essere tramandati? È uno scenario tanto interessante quanto, per certi punti di vista, terrificante.
P.: La possibilità di tramandare le memorie da un umano all’altro è una mia creazione, che ho chiamato “memoria genetica”. Utilizzai questo affascinante stratagemma narrativo nel mio primo romanzo, Un assassino qualunque, e, avendone il copyright, l’ho riutilizzata in Storia di una figlia. Se in pura teoria il fenomeno è possibile, non vi sono mai stati però dei riscontri empirici. Tutto nacque anni fa, osservando mia figlia appena nata: a un mese di vita dormiva sorridendo. Mi chiesi “Ma cosa può mai far sorridere una bambina che non ha memoria di nulla? La sensazione del ventre materno? Dei ricordi piacevoli della madre?” A questo punto la lampadina dell’autore di fiction si accese e non si spense fino a quando non studiai attentamente come condire e strutturare questa idea grezza che avevo avuto. La “memoria genetica” nacque in questo modo

5. Personaggio principale è Anna: una donna forte, caparbia e impavida. Per raggiungere il suo scopo, però, si è dovuta servire di bugie a fin di bene e di segreti. Allora è proprio vero che a volte sono necessari?
P.: Sì, sono necessarie anche le bugie, se servono a fare giustizia. Anna è un personaggio che adoro. Donna forte, tosta, giusta, una donna che attraverso una dolorosa catarsi personale riesce ad affrancarsi dal proprio passato per diventare un’altra

6. Voglio farti i miei personali complimenti per il finale del romanzo, l’ho trovato potente e in un certo senso molto romantico, senza essere smielato e banale. Cosa ti ha portato a immaginare proprio quel futuro per Anna, la protagonista del romanzo?
P.: Ti ringrazio e ti racconto una cosa intima. Quel romanzo è stato scritto nel 2013, e l’ho riletto non so se trenta o quaranta volte, ebbene: non riesco ad affrontare le ultime venti pagine senza provare emozioni violente e commuovermi. È una cosa abbastanza bizzarra, perché l’ho scritto io e quelle pagine le conosco a memoria, ma il finale ce l’ho talmente nell’anima da continuare a scuotermi ogni volta che lo affronto. Il passaggio di Anna da ragazza frivola a guerriera del bene non l’ho immaginato, ce l’ho dentro. Non credo di dover spiegare di più, è chiaro che la mia identificazione in Anna Sartori è totale

7. Ho letto che tuo padre ha fatto la guerra ed è stato prigioniero dei tedeschi dopo l’armistizio e lo hanno mandato a lavorare in una fabbrica di birra. La tua scelta di entrare in polizia o di scrivere questa storia è stata influita in qualche modo dalla sua esperienza?
P.: La scelta di entrare in polizia è dipesa, appunto, da quanto di Anna c’è in me. La vicenda di mio padre invece ha influito nella scelta di scrivere questo romanzo. Lui spesso raccontava di quando era prigioniero in Germania, però una volta adulto mi sono chiesto se mi avesse raccontato la verità o se, invece, si fosse macchiato di collaborazionismo con i nazisti. Chiesi al ministero della Difesa notizie sul suo passato in guerra, ma davanti a me si alzò un muro di gomma: fra rimpalli, atti mancanti, archivi in ristrutturazione, il ministero non mi disse nulla. Capii che questo “distraiti, pensa ad altro” non nasceva da disorganizzazione burocratica, ma da una precisa volontà di non svelare ciò che avevano fatto i nostri soldati in guerra. E questo è un altro dei molteplici aspetti del romanzo. Qualche anno dopo, comunque, riuscii a saperne di più e appresi che mio padre era stato effettivamente prigioniero in Germania. Ma intanto il mio cervello si era rimesso in moto, e nacquero Anna Sartori e la sua indagine sul passato del padre.

8. L’Italia è carica di ombre su storie che forse non troveranno mai risposta, vuoi per chi le nega ancora, vuoi per i tanti segreti che non possono e non vogliono essere rivelati dai governi che si sono susseguiti. A quali critiche ti sei esposto con questo romanzo?
P.: Ovviamente, ma me lo aspettavo, non sono mancate le domande polemiche del tipo “perché i nazisti sì e i comunisti no?” La mia risposta è: “per ora mi occupo delle SS, per i gulag vedremo”. E comunque c’è gente che si offende se si “criticano” le SS, un corpo formalmente e storicamente definito “organizzazione criminale dedita a crimini contro l’umanità”. Questa gente per me non esiste, non merita neanche risposta

9. Pensi che questo romanzo rimarrà uno stand alone o, una volta aperto il varco, vorresti proseguire in questo percorso?
P.: Due grandi emozioni che ho avuto con “Storia di una figlia” sono state l’invito, da parte del comune di Brescia, a partecipare al festival internazionale della Pace, che si sarebbe dovuto tenere a ottobre, e l’invito del comune di Sant’Anna di Stazzema. Ovviamente entrambi gli eventi sono saltati a causa del Covid, ma confido che, non appena saremo liberi da questo incubo, vi potrò partecipare, anche se l’idea di parlare in pubblico a Sant’Anna mi crea un’emozione bloccante, potrei non reggere. Per venire alla tua domanda, molti lettori mi hanno dato grandi soddisfazioni personali a proposito di “Storia”. Alcuni mi hanno anche spronato a continuare nel filone storico. Il romanzo non rimarrà comunque, in tutto e per tutto, un pezzo unico. Certo, ad Anna Sartori non posso dare un seguito, da un lato sarebbe difficile tecnicamente, ma soprattutto è qualcosa che non desidero. Anna è il mio “gioiello” e deve restare un pezzo unico. Però ho allo studio un personaggio alternativo a Renzo Bruni, il poliziotto che credo qualcuno ormai conosca e che tornerà presto. Sarà un personaggio più sulla scia di Storia che non dei thriller di Bruni. Poi vedrò cosa fare, scrivere è bellissimo ma anche terribilmente faticoso, sia fisicamente che mentalmente. Se il pubblico mi seguirà continuerò, di progetti ne ho. Altrimenti non so, vedremo nei prossimi mesi cosa fare. Buon anno a tutti voi!

Intervista a cura di Vincenzo Stamato