Intervista a Valerio Varesi

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Valerio Varesi è uno dei più amati scrittori italiani, e il commissario Soneri, protagonista dei polizieschi che hanno venduto centinaia di migliaia di copie e che ha ispirato la celebre serie televisiva Nebbie e delitti, può ormai essere definito come un antesignano della moderna figura dell’investigatore letterario. Nato a Torino nel 1959, Varesi vive a Parma e lavora nella redazione de “la Repubblica” di Bologna. I suoi romanzi, tra i migliori esempi europei di “noir sociale”, sono tradotti in Inghilterra, Germania, Polonia, Spagna e Francia, dove è stato definito “il Simenon italiano”. Parallelamente, Varesi ha iniziato la propria ricognizione della recente Storia italiana con tre romanzi generosi e appassionanti: La sentenza, Il rivoluzionario e Lo stato di ebbrezza, recentemente raccolti nel volume Trilogia di una Repubblica.

I suoi ultimi romanzi sono Gli invisibili (Mondadori, 2019) e L’ora buca (Frassinelli, 2020).

Gli abbiamo voluto fare qualche domanda in occasione dell’uscita del suo nuovo libro “Reo confesso”, pubblicato da Mondadori e queste sono le sue risposte:

1. Benvenuto su Contorni di noir e grazie per la tua disponibilità. Iniziamo con la domanda di rito che apre ogni nostra intervista. Da quale spunto o idea nasce la storia attorno alla quale ruota e si dipana il tuo ultimo romanzo “Reo confesso”, edito da Mondadori?
V.: Mi sono chiesto se la soluzione sempre positiva dei casi in letteratura sia qualcosa che contrasta con la realtà in cui buona parte di questi ultimi non trova un colpevole, a partire dalle grandi stragi della cosiddetta ‘strategia della tensione’. E siccome ritengo che il giallo-noir debba essere il romanzo della realtà, tutto ciò appare come una contraddizione. Allora ho pensato che forse era necessario scrivere un romanzo in cui chi indaga non arriva a una conclusione. Magari la intuisce o la individua, ma non sotto il profilo strettamente procedurale e giudiziario. In altre parole, l’investigatore capisce chi è colpevole, ma non può o non riesce a provarlo. In questo senso un grande esempio è ‘La promessa’ di Dürrenmatt, libro che ho ammirato e che, non a caso, ha come sottotitolo ‘requiem per un romanzo giallo’.

2. Dopo tanti romanzi con protagonista il commissario Soneri, in cosa lo trovi uguale e in cosa cambiato rispetto ai primi libri che hai scritto?
V.: L’ambientazione è la stessa: c’è Parma, c’è la nebbia, ci sono i luoghi consueti che il commissario frequenta. Semmai il cambiamento è nel suo modo di porsi di fronte alla realtà. E’ cresciuta la rabbia di Soneri in proporzione alla frustrazione di poliziotto sempre più convinto dell’irredimibilità del genere umano alle prese con l’assenza di una prospettiva ideale o perlomeno consolatoria tra il fallimento della politica e il mondo scristianizzato”.

3. I tuoi romanzi vengono considerati “tra i migliori esempi europei di “noir sociale”. Qual è lo spirito con cui ti disponi alla scrittura e quale l’obiettivo che affidi alle pagine dei tuoi romanzi?
V.: Da sempre sono convinto che il noir abbia come compito quello di mostrare i mali del nostro mondo scavando dentro un delitto come sintomo di una malattia profonda. E’ la strada che mi hanno insegnato i grandi scrittori che hanno usato questo strumento narrativo, come Sciascia e Scerbanenco per fare due esempi italiani. Al di fuori di ciò si può scrivere quello che si vuole, ma si sconfina nell’intrattenimento, cosa che mi pare molto utile ai fini delle vendite, ma poco proficua in prospettiva. In definitiva, considero il noir una letteratura d’impegno e non d’evasione come purtroppo viene percepita confinandola nella serie cadetta. Chi scrive testi di questo tipo contribuisce a mantenere questa classificazione”.

4. La città di Parma, oltre ad ambientazione si eleva a protagonista nelle tue storie. Come la descriveresti a chi non c’è mai stato e a chi non ha mai letto i tuoi romanzi e quali sono i suoi punti in luce e quelli in ombra?
V.: Una città padana ricca e rappresentativa del nord produttivo. Una città-laboratorio politico, basti pensare che è stata la prima (con Piacenza) a rompere le giunte frontiste Pci-Psi che hanno segnato il dopoguerra emiliano. Inoltre è stata il primo capoluogo di provincia a eleggere un sindaco grillino. E’ una città mezzo emiliana e mezzo lombarda per composizione economico-sociale. Ha una imprenditoria basata su famiglie dov’è quasi assente il fenomeno cooperativo che invece impronta la vicina Reggio. Mantiene e ha accentuato negli anni uno spiccato individualismo e un’indifferenza verso l’impegno politico come si evince dall’assenza di vere personalità in questo senso. Ha avuto un passato glorioso di resistenza, tanto che fu l’unica a respingere le squadracce di Balbo nel ’22 poco prima della marcia su Roma e negli anni ’70 è stata al vertice del welfare applicando, unica con Trieste, la legge Basaglia, svuotando i brefotrofi e collocando al lavoro i ragazzi con handicap. Oggi conserva un buon grado culturale e una gradevole qualità di vita, ma è troppo rinchiusa in se stessa ritenendosi ‘petite capitale’ e per questo ponendo le condizioni per il suo decadimento”

5. In questa storia l’attenzione viene focalizzata sull’indifferenza che dilaga tra le persone che sono sempre più orientate all’individualità che alla collettività. Pensi che sia un indirizzo da cui non c’è ritorno o esiste una formula alla quale fare affidamento per riuscire a riportare la nostra attenzione fuori dal nostro io verso gli altri?
V.: L’imposizione negli anni ’80 del liberismo economico statunitense con lo slogan ‘più mercato meno Stato’, ha prodotto quello che siamo: individui votati solo alla propria affermazione con qualsiasi mezzo, volti a considerare l’altro come strumento e non come fine, dediti all’accumulo egoistico e alla religione del profitto. Quella degli anni ’80 è stata una sconfitta culturale subita dalla sinistra in tutto il mondo occidentale. Questo capitalismo, nel frattempo mutato come un virus verso la finanziarizzazione, ci ha portato non solo al disastro economico e ambientale, ma alla disumanizzazione. Il liberismo economico tira fuori il peggio dall’uomo e una delle manifestazioni è la violenza. Non era mai capitato che lavoratori venissero licenziati con un sms o una mail. Anche questa è violenza. Purtroppo non vedo un vero cambiamento a breve per il semplice fatto che non è nata un’altra visione del mondo che non abbia al centro il mercato. L’unico germoglio visibile è l’ecologismo dettato dal fatto che il pianeta sta corrompendosi fino al punto di non ritorno. Porsi dei limiti, vivere in un modo non oltraggioso per la natura, cambiare le fonti di energia, non avere l’ambizione di uno sviluppo illimitato, forse è questo che autorizza un minimo di speranza, ma non certo in tempi brevi malgrado l’urgenza di mutare il nostro stile di vita.

6. Valerio, nonostante la modernità dei temi che tratti la tua narrazione ricorda in qualche modo la nostra narrativa più classica. Tu ritieni di essere stato influenzato in qualche modo dagli autori italiani del ‘900, e se sì in cosa?
V.: Non c’è dubbio che ogni scrittore sia influenzato dalle sue letture e tra le mie ci sono anche i classici. Non mi dispiace averli assimilati perché penso che forse bisognerebbe ripartire da loro per una letteratura più ponderata all’interno di una produzione spesso poco consapevole, priva di originalità e ingenuamente protesa a scimmiottare i serial americani propagandando un modello enigmistico che, a mio parere, non ha più senso nel mondo complesso e indominabile di oggi.

7. Hai mai pensato di cambiare genere, di provare a scrivere anche qualcos’altro che non sia un noir e a cosa ti piacerebbe approcciarti nel caso?
V.: L’ho fatto spesso scrivendo romanzi storico-politici come quelli contenuti in “Trilogia di una Repubblica”, romanzi esistenziali (Le imperfezioni), di denuncia sociale (Il paese di Saimir) o distopici come il recente “L’ora buca”. L’intento è comunque sempre di raccontare la realtà. La letteratura è la nostra vita in distillato. Certe storie possono essere narrate utilizzando il noir, mentre altre richiedono un diverso registro. Io ho la pretesa di essere eclettico”.

8. A parte Soneri hai mai pensato di dare vita anche a una protagonista femminile ugualmente forte e ben definita?
V.: Ci sto pensando. L’agente Vicini, che ho introdotto di recente in “Reo confesso”, potrebbe fare carriera e diventare almeno una coprotagonista”

9. Ce l’hai un posto del cuore dove solitamente ti metti a scrivere o semplicemente a raccogliere le idee?
V.: Purtroppo no. Sono uno zingaro e vivo tra Bologna e la mia casa sulle colline di Parma. I miei giorni sono un continuo movimento perciò scrivo dove posso. E’ una necessità”.

10. Reo confesso è praticamente “fresco di stampa”, stai già pensando a una nuova storia o ti godi il riposo dello scrittore?
V.: Penso sempre a nuove storie. In questo momento sono affascinato dalla figura di Teresa Noce, una costituente, una femminista e una grande donna non sufficientemente conosciuta a torto essendo stata una delle più grandi personalità del nostro dopoguerra”.

Intervista a cura di Federita Politi e Antonia Del Sambro, “Due nel mirino”.