Intervista a Jérôme Loubry

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Jérôme Loubry nato nel 1976, con un passato da restauratore, da qualche anno si dedica interamente alla scrittura. Autore di tre romanzi, tra cui Les Chiens de Détroit, vincitore del premio Plume Libre d’argent 2018, vive in Provenza. Con Perché hai paura (SEM, 2021) si è aggiudicato il premio Cognac per il miglior romanzo francese.

In occasione della sua presenza al Noir in Festival, a Milano dal 10 al 15 dicembre 2021, lo abbiamo intervistato per raccontarci come è nato il suo romanzo,  e qualche curiosità. Leggete un po’ cosa ci ha risposto:

1. Sandrine è il fulcro di un universo di piccoli rifugi, ma anche l’espediente per spostare la riflessione sull’abisso di sofferenze nascoste dietro un timido sorriso. Il tema del rifugio psicologico ha solo lo scopo di portare a galla tematiche scomode o si basa su esperienze che la toccano personalmente?
J.: Il libro non si basa su un’esperienza personale ma piuttosto su una riflessione su come mi comporterei in caso di scomparsa di mio figlio…ho lavorato su questa domanda e sulla paura in quanto padre: sarei morto, mi sarei suicidato o avrei cercato rifugio.

2. I suoi personaggi sono minuziosamente caratterizzati, il loro profilo psicologico si delinea pagina dopo pagina con una spinta emotiva crescente. Si è avvalso di consulenze di professionisti in campo psicologico per plasmare in maniera credibile l’evoluzione dei processi mentali dei protagonisti e allo stesso tempo creare un percorso empatico nel lettore?
J.: Non ho interpellato uno specialista prima della scrittura ma solo a lavoro ultimato per assicurarmi che tutto fosse corretto anche dal punto di vista psicologico. Per quanto riguarda l’empatia lui all’inizio non ha un’idea chiara dei suoi personaggi ma questi si evolvono durante la scrittura. Anche il carico emotivo del personaggio prende forma durante la scrittura, come se imparassi a conoscerlo mentre scrivo proprio come una relazione interpersonale reale. I miei personaggi stanno con me per sei mesi, da quando prendo il primo caffè a quando vado a dormire ed è così, con la conoscenza reciproca cresce l’empatia.

3. Nella narrazione lascia, come lei stesso le definisce, delle boe di segnalazione, dei piccoli “lapsus” che sono dei varchi per capire il labirinto mentale del personaggio. Nella vita reale le è mai capitato di trovarsi davanti a queste boe e di averle utilizzate per tendere una mano a chi le aveva lasciate?
J.: Non uso persone reale come modelli né mi baso su esperienze personali, sono tutti storie e personaggi frutto della mia immaginazione.

4. Il suo romanzo è, a mio parere, un mix tra l’enigmaticità di Frank Thilliez e la forte connotazione psicologica di Sebastian Fitzek. Il romanzo d’esordio di quest’ultimo, “La terapia” è nato da un’esperienza personale vissuta in una sala d’attesa di uno studio medico. Quanto c’è della sua esperienza personale in “Perché hai paura?”, c’è un episodio che le ha dato il via?
J.: Come già detto non sono partito da un avvenimento realmente accaduto ma dal quesito di cosa proverei in caso di scomparsa di mio figlio.

5. Ha riscontrato enorme successo scalando velocemente le vette delle vendite e soprattutto il favore unanime dei lettori (migliaia di commenti positivi sui principali blog dedicati al genere). Qual è la forza di questo libro?
J.: Credo che la forza di questo libro sia il suo valore universale perché tutti usiamo il meccanismo del rifugio, come quando siamo bambini e i genitori scoprono che abbiamo commesso un piccolo guaio e cerchiamo di nascondere la nostra responsabilità. In questo caso è spinto all’estremo, per il crimine commesso e la violenza fisica e psicologica. Le persone che hanno subito gravi traumi usano questo meccanismo mentale, quello del rifugio, per difendersi dalla realtà, dalla presa di coscienza del trauma.

6.: I suoi romanzi che ho avuto il piacere di leggere hanno un’impronta stilistica comune, una sorta di firma, ma sono molto differenti nella scrittura. Questo da un lato spiazza il lettore mente dall’altro regala un’esperienza nuova ad ogni libro. Cosa la spinge ad essere così poliedrico e allo stesso tempo riconoscibile?
J.: A me piace mettere il lettore in una posizione scomoda, con i cambi di narrazione, evoluzione di personaggi e punti di vista. Mi piace che il lettore si senta disorientato e non ritrovi gli stessi personaggi o atmosfere. Soprattutto a me come autore piace sperimentare, confrontarmi con stili e tematiche diverse: con Les chiens de Détroit volevo fare un hard boiled; Le douxieme chapitre volevo una narrazione più dolce, da romanzo vero e proprio. In Perché hai paura? volevo giocare con la psychological suspense; il quarto, De soleil et de sang è un romanzo con anche un tema sociale come il traffico di bambini a Haiti; l’ultimo Les Soeurs de Montmorts è sempre un thriller psicologico ma con richiami al fantastico, alla tradizione della stregoneria propria della zona da cui provengo. Ho anche scritto una raccolta di racconti per Laffont dedicata a persone disabili vittime di incidenti automobilistici.

7. L’infanzia è un tema presente in tutti i suoi romanzi. Perché le “ferite” infantili, quasi come un incubo affiorano così prepotentemente?
J.: Spesso mi fanno questa domanda perché per scrivere queste storie viene da pensare che abbia avuto un’infanzia e un’adolescenza terribile…invece io ho avuto una gioventù bellissima. E’ più che altro un avvertimento perché sono così tanti i rischi e le minacce che sfidano questa stagione della vita e quindi vorrei mettere in guardia su quanto possa essere fragile e che nasconda talvolta un lato oscuro.

8. Il dualismo con cui ogni personaggio viene presentato è una metafora dell’impossibilità di vedere sotto la maschera che ognuno di noi indossa?
J.: Quello che mi interessa in generale è andare oltre la facciata delle persone, oltre le loro maschere e cerco di fare questo con i miei personaggi, la dimensione psicologica. In Perché hai paura? non particolarmente ma negli altri libri mi è piaciuto molto anche raccontare i personaggi negativi da un’altra prospettiva, perché possano essere visti anche come umani e scusabili perché in fondo in ogni essere umano c’è un lato oscuro e nessuno è completamente innocente.

9. La trama è particolarmente intricata, una matassa difficile da gestire ma dipanata con maestria nel procedere della narrazione. Quali sono state le principali difficoltà nel gestire un intreccio così articolato?
J.: Come già detto non pianifico il romanzo ma me lo immagino come un film, nel primo mese lascio le immagini scorrere nella mia mente e quando passo alla scrittura ho già tutto il film in testa. L’intreccio si sviluppa in profondità, a mano a mano che il processo di scrittura procede. La complessità si gestisce capitolo dopo capitolo con un’idea generale in mente e come una sfida costante in cui ogni capitolo deve essere migliore del precedente per un risultato finale ancora superiore. Il fatto di non avere una scaletta è quello che mi obbliga a restare sempre attento, per non creare incoerenze e non scordare piccoli indizi seminati già dai primi capitoli. Devo sempre restare sull’attenti. Quindi i miei personaggi mi fanno compagnia almeno sei mesi di cui il primo solo come immagini e poi altri cinque circa di scrittura.

10. Ogni personaggio entra nel cono di luce  per apportare qualcosa alla storia, per dargli una direzione (non intuibile fino alla parola fine). È stato difficile gestire così tanti personaggi inserendoli in un puzzle già di per sé molto complesso?
J.: A dire il vero i personaggi principali sono due, tre: Sandrine, il poliziotto e la psichiatra. Tutti gli altri sono personaggi satellite che servono un po’ a illuminare la storia. Nel mio ultimo romanzo Les Soeurs des Montmorts i personaggi principali sono invece dodici e lì è stato decisamente più complesso, in Perché hai paura? alla fine si è trattato principalmente di prendermi cura di loro tre.

11. Nel romanzo cita una ballata di Goethe, “Il re degli elfi”. Tolto il fatto che rispecchia in gran parte le atmosfere del libro, per quale motivo ha ripreso una ballata tedesca per raccontare un evento accaduto in Normandia?
J.: Si sa che la seconda guerra mondiale ha molto toccato la Normandia e quindi l’effetto della Germania sulla Francia. Ho scelto questa ballata perché si presta a diverse interpretazioni, per esempio che si riferisca all’infanticidio o alla pedofilia o alla malattia in generale. Si possono quindi dare molte letture a questo poema così come nel mio libro dove si trovano diverse interpretazioni, diverse letture. Goethe ha funzionato come uno specchio per me: il mio romanzo è fatto di scatole cinesi, di interpretazioni contrastanti che spiazzano il lettore.

12. Il finale è sorprendente, inaspettato. Un coup de théâtre che aveva già in mente dall’inizio o è nato con il procedere della scrittura?
J.: Avevo in mente da subito il finale ma non pensavo che sarei arrivato a tale livello di complessità. Il primo autore del libro sono io ma poi entrano come autori i personaggi: il primo terzo lo scrivo io, il resto lo fanno i personaggi che ti portano altrove. La mia prima idea era di fare un libro di mistero ambientato su un’isola poi mi sono reso conto che non era abbastanza e allora ho pensato di far comparire Sandrine coperta di sangue sulla spiaggia e così tutto ha preso un’altra strada. Il mio libro è sicuramente migliore grazie al contributo dei miei personaggi che mi hanno spinto oltre la mia idea iniziale.

Intervista a cura di Matteo Bordoni

(un ringraziamento particolare a Giulia Taddeo per la traduzione, ndr)