Intervista a Peppino Mazzotta e Igor Esposito

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(c) Mario Spada

1. Benvenuti su Contorni di noir e grazie per la disponibilità. La prima curiosità che mi ossessiona quando mi trovo davanti a un romanzo scritto a quattro mani è come sia stato realizzato a livello pratico dai suoi autori e se ci sono stati punti di conflitto durante la stesura?
P. e I.: Non siamo i primi ad aver scritto un romanzo a quattro mani. Ci piace citare Fruttero e Lucentini, Borges e Bioy Casares, Tonino Guerra e Luigi Malerba; e non sono i soli. Loro, ovviamente, sono dei maestri, ma crediamo che la spinta a collaborare sia la stessa: una grande intesa e un’ammirazione reciproca per il talento altrui. Voglia di condividere idee e visioni. Del resto collaboriamo in teatro da quindici anni e avevamo già scritto testi teatrali insieme, ora dalla drammaturgia siamo passati alla prosa. Inoltre essendoci una grande affinità non temiamo il conflitto che anzi può essere una fase costruttiva di confronto e critica, visto che ogni appunto o dubbio sul lavoro altrui non genera in noi suscettibilità.

2. Come e quando è nata l’idea attorno alla quale si è sviluppata la storia narrata dentro “L’azzardo”?
P. e I.: Da sempre anche quando scriviamo testi in solitudine siamo abituati a condividerli durante la loro gestazione, e così ci scambiamo suggerimenti che spesso per entrambi risultano fondamentali. Così è stato per questo romanzo. C’è stata una primissima imbastitura di Igor e poi abbiamo iniziato insieme a processare il testo, modificando in parte la trama, inserendo capitoli e personaggi. Lavorando contemporaneamente ad un soggetto cinematografico e a un trattamento per una sceneggiatura, fino ad arrivare a pianificare anche una commedia teatrale in tre atti.

3. Come suggerisce il titolo perché avete voluto parlare del demone del gioco d’azzardo e perché avete scelto di usare i toni di una commedia noir per raccontarla?
P. e I.: In primis l’azzardo è un termine che ci piace molto. La vita stessa è un azzardo: si nasce e nessuno può sapere cosa gli succederà. E poi rimanda sia al gioco che all’arte. Tutte le opere che contano e resistono al tempo sono nate grazie ad una dose di azzardo e coraggio che ha spinto l’artista ad andare oltre i cliché. Inoltre chi viene posseduto dal demone del gioco d’azzardo diviene un essere imprevedibile e questo aspetto ci affascinava molto. Ci siamo messi in ascolto e sono stati i nostri personaggi strampalati a guidarci. Infine abbiamo dato al romanzo un piglio da commedia perché entrambi pensiamo che la commedia sia un meraviglioso dispositivo che sa mettere a nudo le faglie e le perversioni di una società con ironica leggerezza innescando un processo critico e catartico attraverso il riso.

4. Leandro, il profeta, personaggio che spicca tra gli altri di questa “sgangherata”, se mi passate il termine, banda, ha un’altra grande passione che è quella del mondo dell’arte. Curioso il fatto che abbia deciso, e pure ne spiega il motivo, di diventare un copista e realizzare così il suo estro creativo. Ma perché voi avete preso questa direzione nei suoi confronti?
P. e I.: Siamo partiti da un pensiero “oracolare” di Pablo Picasso: “Il genio copia”. E potremmo dire che Leandro prende alla lettera questa affermazione di Picasso, facendola divenire la matrice della sua stramba poetica. Ma è anche una scelta consapevole dietro la quale c’è tanta umiltà. Leandro non si sente all’altezza dei grandi maestri e sceglie di diventare un copista per replicare la bellezza e scoprire la magia che c’è dietro ai capolavori della storia dell’arte.

5. C’è anche una figura femminile che affiora tra le pagine, Carla, che ha una storia con Leandro. Come descrivereste questo personaggio a chi ancora non ha letto il romanzo?
P. e I.: Una donna che porta nella narrazione una dose di erotismo e giovinezza con tutti i pregi e qualche difetto che questa contempla: onnivora vitalità, curiosità, stupore, ma anche una certa ingenuità.

6) Voi due siete adusi al mondo dell’arte ma nel vostro romanzo si parla nello specifico di arte figurativa, e dunque, vi siete fatti una cultura anche in questo senso per scrivere la storia? Vi siete andati a spulciare magari cronache giornalistiche che parlavano di falsari e di opere d’arte contraffatte?
P. e I.: Eravamo già addentro all’arte figurativa. Igor è uno storico dell’arte e Peppino durante la sua formazione all’Accademia d’Arte Drammatica ha avuto tra i suoi maestri il pittore Cesare Berlingieri e ha lavorato per anni ad una drammaturgia su un grandissimo artista come Pino Pascali. Poi, come forse hai intuito, abbiamo anche spulciato cronache giornalistiche su opere contraffatte e furti d’arte, fino a fare un sopralluogo nella chiesa veneziana di San Trovaso, dove si può ammirare un capolavoro del nostro amato Tintoretto, che nel romanzo gioca un ruolo fondamentale.

7. Una curiosità fra tutte che si chiederanno molti dei vostri lettori: perché Mantova tra tutte le location che potevate scegliere? Non sarebbe stata più adatta una città più movimentata come Bologna o Napoli o Lecce?
P. e I.: Perché Mantova è una meravigliosa capitale del nostro rinascimento quindi ci sembrava scenario perfetto per l’humus di Leonardo e ci piaceva dipingerla affascinati dai suoi scorci. Inoltre non è troppo lontana da Cremona, dove nel 2011 la Procura ha dato vita all’inchiesta che ha sconvolto il mondo del calcio svelando un fitto sottobosco di scommesse illegali, e che per una serie di circostanze mette a soqquadro anche i protagonisti del nostro romanzo, e poi non è lontanissima da Venezia, altra città chiave del romanzo.

8. Leggendo le vostre pagine ci si ritrova davanti a una prosa moderna, adattata molto bene al genere del romanzo. Ma voi cosa leggete di solito? Quali letture vi appassionano?
P. e I.: Siamo lettori onnivori e amiamo molti scrittori anche apparentemente lontani tra loro. Frequentiamo, ovviamente, i grandi classici della drammaturgia e la poesia. Se dovessimo fare un nome tra gli scrittori contemporanei diremmo Roberto Bolaňo e poi un maestro come Proust, perché nella Recherche affonda la sua prosa anche nell’arte, dando vita a meravigliose visioni pittoriche, dove la memoria e la scrittura fluviale del protagonista riportano alla luce lacerti delle opere di Giotto, Botticelli, Mantegna.

9. Se doveste scegliere di dare una colonna sonora a “L’azzardo” quale sarebbe e perché?
P. e I.: Sicuramente il tango in tutte le sue declinazioni, dai classici di inizio secolo passando per Piazzolla, fino alla commistione prodotta dai gruppi contemporanei che alle antiche melodie del bandoneon associano sonorità elettroniche. Pensiamo che questa musica si sposi sia con una certa malinconia e una dose di mistero che si dipanano nel romanzo e,  ovviamente, con uno dei personaggi protagonisti: un argentino maestro di tango, soprannominato il Negro, e difatti abbiamo dedicato un capitolo al tango e alla sua filosofia.

10. Repetita iuvant e dobbiamo sperare di leggere ancora qualcosa scritto a quattro mani da voi o pensate di iniziare una carriera di scrittori da “solista”?
P. e I.: Cercheremo di ripeterci. Stiamo vagliando varie idee per un prossimo romanzo a quattro mani. Ma nell’immediato stiamo lavorando ancora a “L’azzardo”, desideriamo che diventi una commedia teatrale e magari anche un film.

Intervista a cura di Federica Politi e Antonia Del Sambro, “Due nel mirino”