In anteprima al Salone del libro di Torino 2025, Maurizio de Giovanni ha presentato il suo nuovo romanzo dell’amatissima Sara Morozzi, Il pappagallo muto, edito da Rizzoli Editore. Un grande ritorno, visto che sono passati due anni e si presenta con un po’ di novità. L’autore ha incontrato i blogger e si è prestato a rispondere alla sequela di domande.
Questo romanzo fa crescere ulteriormente una serie già amatissima e forse l’unica che abbia una componente spy così importante in Italia. Cosa ne pensi?
M.: Credo si, e questo possono dirlo i lettori. Dal punto di vista delle Spy-Stories, quelle classiche che investono nelle operatività di servizi, non mi pare che ce ne siano a livello nazionale. Posso sbagliarmi, ma di sicuro non con una protagonista femminile.
In questo momento tra l’altro, Sara è protagonista con Teresa Saponangelo in una serie Netflix che è andata in onda a partire dal 3 giugno. Tornando a questo romanzo, si conferma non solo l’amore che tutti proviamo per questi personaggi, ma è strepitoso per come dosi il ritmo e i registri, e i nostri personaggi crescono tutti in maniera davvero mai scontata. Entrando nella storia, Sara viene richiamata in servizio. Non era ancora capitato.
M.: Innanzitutto l’incontro con i blogger è un incontro che, come sapete, io voglio fortemente perché io parlo al “popolo nostro”. Io sono fieramente e quasi esclusivamente uno scrittore di romanzi neri, non mi piace uscire dal genere e quando lo faccio mi sento molto in difficoltà. E si vede. Lo faccio con imbarazzo anche se, grazie a Dio, i lettori seguono anche gli altri romanzi. Sara è da sempre la mia serie preferita. Io so che non è la più risalente, non è la più amata dal pubblico perché Ricciardi è Ricciardi. Però per quanto mi riguarda scrivere Sara è sempre più coinvolgente, perché è una serie contemporanea, poi perché Sara è un personaggio particolare, un personaggio che ha un superpotere che è quello dell’ascolto. Sono convinto che più andiamo avanti, più l’ascolto sia una cosa da pochi. Il terzo motivo, quello più importante, è che andiamo verso una grande paura, quella della politica internazionale: è stata prima nel periodo della Guerra fredda fino alla caduta del muro, un asse narrativo importantissimo che ha dato luogo a meravigliosi autori.
E penso a John le Carré, soprattutto, nella sua potentissima storia narrativa che derivava dalla sua stessa vita, ma che lui ha sviluppato meravigliosamente mostrando le lesioni dei suoi personaggi perché, a fronte della nella narrativa precedente – quella alla Fleming, per intenderci – le Carré proponeva personaggi feriti, dolorosi, tutt’altro che superuomini. Sulla linea di le Carré si stava sviluppando la narrazione che poi si è fermata perché è finita, di fatto, la contrapposizione dei due blocchi. Quando è caduto il blocco sovietico, di fatto, si è perso interesse a questo tipo di racconto. Mentre prima Sara si muoveva sul fronte interno, adesso anche sul fronte internazionale ritornano i fantasmi di quell’epoca. Solo fantasmi, forti, sono fantasmi che fanno veramente paura. Sono cambiati i players internazionali, sono cambiate le figure che si propongono come contrapposte.
Si apre un panorama che dal punto di vista sociopolitico è una gravissima fonte di preoccupazione. Dal punto di vista narrativo è fertilissimo. E Sara con il suo particolare livello e, con questo romanzo nella fattispecie riprende contatto con i servizi.
Sara in questo romanzo ritorna operativa, compie una missione a tutti gli effetti, con esiti tragici e con risultati abbastanza inaspettati. Questo significa che può tornare in campo. Significa che quelli come lei possono essere ripresi e possono essere dimessi seriamente all’opera.
Io sono molto felice di Andrea perché oltre a essere un omaggio mio al più grande dei maestri (Camilleri, ndr), Andrea è un personaggio amatissimo anche e soprattutto dalle comunità dei non vedenti. Sara è il personaggio più letto da loro nelle forme degli Audiolibri. Infatti mi chiedevano con urgenza l’uscita dell’audiolibro di questo perché loro lo seguono, con grande attenzione.
Io prevedo degli sviluppi importanti proprio perché ha una grande alla forza prospettica. Cioè io la vedo utile, la vedo inserita nel breve termine.
Ne approfitto, e mi aggancio proprio su questo perché penso che Sara può andare dovunque insieme ad Andrea perché sono due vecchietti insospettabili.
M.: In un mondo che è basato sulle apparenze loro sono proprio invisibili, completamente.
Sono totalmente invisibili. Questo loro essere anche due anziani, di fatto due pensionati in realtà in questo romanzo viene molto fuori l’aspetto anche delle differenze generazionali. Tu lo poni in modo davvero non banale ed è uno dei grandi temi anche questo della contemporaneità.
M.: Noi abbiamo due fattori. La tecnologia che fa paura, e la politica internazionale che fa paura. Voi sapete che il nostro genere si sviluppa sulle paure. Io e altri grandissimi colleghi amici abbiamo scritto contro il sistema quando il sistema sembrava oppressivo dominante e pericoloso. Abbiamo scritto sul terrorismo, negli anni in cui abbiamo il terrorismo era un elemento veramente inquietante. Abbiamo scritto sulla politica, quando la politica è diventata indistinta. Abbiamo scritto sulla delinquenza ordinaria. Poi abbiamo scritto per molto tempo sulla passione, sugli omicidi passionali.
Secondo me lo sviluppo tecnologico può aprire anche di nuovo ad atre modalità di racconto che sono state ultimamente un po’ perdute: la fantascienza di breve termine alla Philip Dick, dei viaggi nel tempo, dello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Perché l’intelligenza artificiale che oggi noi guardiamo con sorpresa con fascino e con timore può far paura. Anche per i testi attualmente non digitalizzati, l’intelligenza artificiale diventerà un interlocutore primario e indipendente di tutti i governi. Non c’è dubbio su questo. Io sono disposto a metterlo per iscritto.
Riguardo la serie. io l’ho vista e vi posso dire che, senza alcun dubbio, è la migliore delle serie tra le mie. Di gran lunga. Voi sapete che sono stato sempre e sono estremamente critico nei confronti delle serie tratte dai libri e delle mie in particolare, perché delle mie posso parlare. Rispetto a Ricciardi, trovo che Sara sia nettamente più rispettoso del testo, che sia assolutamente fatta meglio come serie e che i personaggi abbiano una espansione più che più che adatta. Poi naturalmente, voi lo sapete, vecchia battaglia, la lettura è un’altra cosa. Però a mio modo di vedere personale, questa è una gran serie.
Detto questo possiamo immaginare, lo dico per degli amici librai, un buon supporto alla vendita dei libri perché non è una serie fatta per la prima serata Rai …è una serie fatta per gente che legge.
Qui la video recensione di Brunella Caputo
Hai contribuito alla sceneggiatura?
M.: Io ho avuto modo di vederla, non ho voluto contribuire alla sceneggiatura perché non è il mio lavoro. Le tristi esperienze precedenti mi hanno insegnato che è meglio essere alla larga. Rinunci a qualcosa però vivi tranquillo.
Quando mi hanno chiamato all’incontro di presentazione di Netflix di questa serie, io ho accettato. Cosa che non avrei accettato di fare se fosse stata per esempio Mina Settembre.
L’evoluzione di Sara mi interessa moltissimo perché qui siamo a un punto di svolta, c’è cioè una specie di team Sara e c’è un futuro che si sta aprendo, perché è evidente che hanno bisogno di lei, perché Bianco non potrà andare avanti senza di lei…
M.: Sono d’accordo con te. Penso che questo romanzo metta un passo in questa direzione. Sara l’ho trovata ringiovanita. Era ripiegata su se stessa, rinunciataria sostanzialmente. Cioè lei ha un concetto della perdita che non è il mio. Per me la perdita è anche un fattore di crescita, è un fattore positivo. Sara è come una vedova indiana. Ma qui lei cede, anche egoisticamente, perché lei torna al lavoro, accetta questo richiamo perché il suo ego è solleticato ed è un sentimento molto umano.
C’è Viola che comincia a prendere piede…
M.: Si, c’è Viola. Di tutti loro Viola è quella che potrebbe diventare una Sara giovane. Mi piace molto l’idea. C’è il discorso del bambino, perché un bambino nella vita delle persone incide, non come impegno ma in quanto una responsabilità. Quindi c’è questo. Io non so che tipo di piega prenderà ma vedo Viola consapevole di voler entrare. Lei segue Sara, molto da vicino, come esempio, nonostante, Sara non vorrebbe mai essere desiderata così.
Mi voglio collegare un po’ a quello che si diceva sull’intelligenza artificiale. Nel libro è evidente la falla dell’intelligenza artificiale ed è evidente la falla della tecnologia così come è evidente che ci vuole ancora “l’artigiano”, l’elemento umano. Questa cosa è stata volutamente sottolinea oppure è stata la trama storia che ti ha portato in questa direzione?
M.: Io lo volevo dire esplicitamente. È come il doping e l’antidoping, man mano che si trovano nuove maniere di ottenere migliori prestazioni assumendo prodotti che non risultano, l’antidoping lavora per trovarli, e li trova. In realtà loro non possono sapere di essere riusciti effettivamente a non farsi intercettare. Così come gli altri non possono sapere di essere stati effettivamente neutralizzati. L’elemento umano è quello che sballa tutto. Perché io se io mando Sara e Andrea, ad ascoltare un colloquio, loro ci riescono a prescindere. Io ho immaginato una dialettica interna dei servizi. Uno che dice “perché non proviamo questi due?”. E gli altri che dicono “ma sei scema?” Andrea e Sara sono fuori dai giochi da vent’anni. È come se all’improvviso in una gara di computer io mi presentassi con una lettera 32. Magari però manca la corrente, io sarei l’unico a scrivere con la lettera 32. E quindi loro si ritrovano in questa problematica. Cioè i servizi devono inserire una carta spaiata, che è quella di Sara e Andrea.
Questo discorso insegna qualcosa, cioè che può funzionare. L’elemento che non è chiaro e che si deve capire è se queste persone diverse hanno o non hanno altri interessi.
Chiunque abbia visto Homeland sa che nulla è mai come sembra. E quindi potrebbe darsi anche che Principe, Bianco (ndr. personaggi dei servizi) o qualcun altro di loro possa essere uno che ha visto qualcosa e che successivamente posso avere altri interessi.
La cosa che mi è piaciuta di questa serie è che la tua protagonista si cimenta ogni volta in qualcosa che noi mai ci aspetteremmo e soprattutto spesso non ci aspetteremmo di vederla trionfare. Cioè, tante delle sfide che tu le hai messo davanti sono veramente delle cose che sembrano quasi un’antitesi rispetto a quello che lei rappresenta.
M.: Secondo me, lei gioca in un campo in cui normalmente si sa destreggiare bene. Quello che ha Sara, il suo limite è etico. Non è una che se le chiedessero di fare qualcosa che lei non crede vada fatto, io ho i miei dubbi che lo farebbe. Ma non perché buona, ma perché è nella condizione di rifiutarsi. Cioè Sara è una che ha passato la bandiera del “faccio questo per utilità”. Certo, se le rapiscono il nipotino non lo so… è una fragilità. Ovviamente l’amore è sempre una lesione. L’amore è sempre una fragilità. Qualsiasi amore. In fondo è una debolezza, quindi per amore lei potrebbe cedere.
Hai detto una volta che i salotti letterari tendono a snobbare questo genere letterario. Ti sembra che sia cambiato qualcosa anche grazie al tuo lavoro e all’impatto che hanno le serie?
M.: No no. Non credo. Credo che adesso lo si maneggi con più cura, è tale l’incidenza clamorosa sull’asfittico mercato editoriale della scrittura nera italiana, fatti salvi i grandi stranieri, gli americani, che io sono convinto che il nostro lavoro nel tempo sia diventato così produttivo per i librai, da comportare un maggior rispetto. Vengono anche rivalutati i padri nobili, da Simenon in su, e lo dico alla presenza dell’unica casa editrice delle maggiori che ha fatto una collana essenzialmente dedicata quasi per la totalità al romanzo nero italiano. Mentre altri che hanno costruito sul romanzo nero italiano il 98,2% della loro fortuna continuano a non ritenere di estrapolare le collane. Come sapete ho scritto un romanzo che non è nero e mi sono vergognato moltissimo. Ma l’ho amato troppo per non scriverlo.
Riallacciandomi alla questione della fragilità, questi personaggi sono accomunati da un trauma che li trasforma. Loro utilizzano questo trauma come lente attraverso cui leggere il mondo. Molto bello è secondo me come la fragilità possa risultare una chiave investigativa?
M.: È assolutamente vero. E questa è una lezione di Le Carré. Lui la mostra con chiarezza. cioè l’esperienza è dolore. Recentemente ho scritto un monologo su Billie Holiday per Mariangela D’Abbraccio e mi sono letto la vita di questa donna. Credo che per i nostri parametri sia impossibile che sia arrivata viva a un’età così avanzata. Basta un trauma per noi e lei ne ha avuti venti di quell’entità e di quella dimensione.
Teresa è cambiata fortemente, non solo in positivo, lei per esempio ha approfondito il cinismo e secondo me, in prospettiva, potrebbe essere un interessante variazione sul tema perché, mentre Sara ha quelle barriere etiche che dicevo, Teresa non ne ha. Potrebbe veramente diventare un altro problema per Sara. Nella serie Teresa è interpretata da Claudia Gerini e lei mi ha detto che ha amato moltissimo il personaggio. Proprio perché ha delle somiglianze con lei.
Articolo di Luciana Fredella













