Intervista a Stefano Tofani

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Stefano Tofani è nato a Cascina, in provincia di Pisa, e vive e lavora a Lucca. Dopo la laurea in Conservazione dei Beni Culturali si è dedicato alla scrittura, pubblicando racconti inseriti in varie antologie. Nel 2013 è uscito il suo primo romanzo, L’ombelico di Adamo, vincitore del Premio Villa Torlonia. Tra gli altri suoi libri ricordiamo Fiori a rovescio (2018), Sette abbracci e tieni il resto (2019), Nuvole zero, felicità ventitré (2021), In fuga col Barone. Nel mondo di Calvino (2023), Il giorno della spensieranza (2025).

Lo abbiamo invitato a raccontarci la genesi del suo nuovo romanzo, La bestia che cercate, pubblicato da Guanda Noir ed ecco cosa ci ha risposto.

1. Benvenuto su Contorni di noir e grazie per la tua disponibilità. La prima domanda, una specie di rito ormai: da quale idea è scaturito questo romanzo?
S.: Tutte le mie storie scaturiscono da un’immagine, una scena che mi arriva da non so dove e mi resta in testa finché non decido di scriverla, di trasferirla su carta. Entro così anche con le parole nel territorio ancora ignoto della storia, dato che conosco solo l’inizio, cioè quella scena in cui comunque scorgo del potenziale narrativo. Grazie alla scrittura, da quel momento, conduco una vera e propria ricerca della storia, anche faticosa e lenta ma sempre divertente. Nel caso de La bestia che cercate la scena da cui sono partito è l’uccisione di una maestra nel giardino di una scuola durante la ricreazione. Lo sparo esploso da un palazzo vicino, lo stupore, il terrore dei bambini e delle colleghe. Avviene già nella prima pagina, inizia tutto da lì.

2. La Bestia che cercate, è il tuo primo noir. Come mai hai deciso di cimentarti nel genere e cosa ti affascina di esso?
S.: Mi affascina il fatto che il noir faccia venir voglia al lettore di andare avanti a leggere, il fatto che lo coinvolga in un gioco, scoprire l’assassino, ma nello stesso tempo che dia all’autore la possibilità di affrontare tematiche importanti e nel mio caso attuali. Ne La bestia che cercate ci sono le indagini classiche, condotte da una coppia di carabinieri, uomini comunissimi catapultati in un fatto forse troppo grande, ma c’è anche il dramma di chi deve affrontare un dolore profondo e inatteso, mentre la comunità sbircia, commenta, allude.
Sono poi anche, naturalmente, un lettore di gialli: adoro Simenon e Dürrenmatt, ad esempio. E tra gli italiani Fruttero e Lucentini, Camilleri, Malvaldi, Simi, Scerbanenco…

3. L’ambientazione è fondamentale in questi libri di genere. Come hai creato Cuzzole e la comunità che la vive? Ti sei ispirato a realtà che conosci?
S.: Sì, è una realtà che conosco bene, anzi è quella che conosco meglio, avendo abitato in un paese simile, Filettole, per trent’anni. Si trova lungo il Serchio, nella campagna tra Lucca e Pisa, vicino a Vecchiano, il paese del grande Antonio Tabucchi. Mi sembrava che rappresentasse perfettamente l’Italia, la provincia italiana. E anche la Toscana ancora autentica, non contaminata dall’invasione turistica: quella dove i paesi si chiamano ancora paesi e non “borghi”, e si mantiene il proprio spirito, la propria identità, senza snaturarsi per inseguire vip e turisti stranieri. Qui avevo ambientato anche altri due romanzi, L’ombelico di Adamo (Giulio Perrone) e Fiori a rovescio (Nutrimenti): è significativo che io abbia cominciato a scrivere di Cuzzole / Filettole solo nel momento in cui me ne sono andato, come se volessi mantenere il legame, almeno con le parole e con le storie, e non volessi perderne la memoria.

4. I personaggi che hai creato son tutti ben delineati e realistici. Volendo dare a chi non ha ancora letto il libro, alcune pennellate delle loro caratteristiche, su quali metteresti più colore?
S.: Forse sul figlio della maestra uccisa, Nicola, un adolescente che sta perlopiù in camera sua, ha pochi amici, ha quasi paura di uscire e di vivere, però ha una grande forza d’animo e una grande sensibilità che, anche a causa delle circostanze, riesce nel corso della storia a tirar fuori. È bello il rapporto che si crea con la nonna, un altro personaggio importante: una donna anziana, alle soglie della demenza senile, che instaura un dialogo emotivo con la figlia uccisa. Continua a vederla viva, ci parla, ed è significativo che sarà proprio questo lavorìo del cuore a smuovere qualcosa, a gettare una piccola luce sul mistero.

5. Grande attenzione viene messa sulle dinamiche dei social, sulla maniera in cui coinvolgono giovani e adulti. Ci vuoi parlare di questo che credo sia argomento che tocca un po’ tutti nella società in cui viviamo?
S.: Credo che i social, a dispetto del nome, sostituendo le comunità reali con quelle virtuali abbiano accentuato la nostra solitudine e il nostro isolamento rendendo di conseguenza più difficile anche il dialogo tra le generazioni. Tutto questo facendoci credere di essere sempre connessi, visibili, raggiungibili. Mi spaventa poi che abbiano un’enorme capacità di manipolare e influenzare i nostri comportamenti, e che abbiano un accesso così profondo e capillare alle nostre emozioni e al nostro tempo. Per tornare al tema del romanzo i social accentuano la tendenza a curiosare sui fatti altrui, specie su fatti mediatici come questo, e fanno sì che si distribuiscano commenti con superficialità, senza pensare alle conseguenze, senza considerare il dolore che possono provocare. Nel caso della maestra le voci si focalizzano sui particolari più piccanti: il possibile tradimento, la giarrettiera che viene ritrovata. Del resto, come scrivo nel romanzo “Se la vittima è una donna non la passa liscia nemmeno dopo morta. Come nei casi di stupro, se l’è andata a cercare”.

6. Se dovessi scegliere un sentimento che più di altri attraversa l’intero corpo del romanzo, quale sceglieresti e perché?
S.: È difficile scegliere un solo sentimento anche perché la mia ambizione era quella di creare un affresco della contemporaneità, del reale, e si sa che la vita è fatta di mille sfaccettature. In questa storia c’è la tragedia ma anche la commedia (non a caso i lettori dicono che il romanzo fa ridere e fa piangere), c’è l’elaborazione del lutto, c’è la solitudine, c’è l’incomunicabilità tra le generazioni, c’è la curiosità morbosa di chi non è veramente coinvolto nella cosa e vede nel fatto un semplice modo per distrarsi dalle proprie ansie. Ci sono anche i buoni sentimenti però. L’affetto tra la nonna e il nipote ad esempio, o il coinvolgimento emotivo che spinge il brigadiere Caso (nullafacente per natura) a non arrendersi.

7. Quali sono le tue influenze letterarie? Ci sono diverse citazioni di Caproni in questo libro a partire da quella che credo sia di ispirazione per il titolo.
S.: Giorgio Caproni (come anche Patrizia Cavalli o Wisława Szymborska), mi piace per la capacità di dire tanto con poco e con parole semplici, esplosive. La breve poesia da cui ho rubato il titolo è un esempio perfetto. Fermi! Tanto/ non farete mai centro./ La Bestia che cercate voi,/ voi ci siete dentro. Ci dice che la bestia non è solo il tizio che fugge, ritratto in copertina; la bestia – ovvero il male – cova in ognuno di
noi. Due piccoli versi che scatenano grandi considerazioni, su di noi, sulla nostra natura, sulla società. Sono un grande appassionato di poesia e questo quando scrivo mi influenza: nella ricerca della parola giusta, per suono e per significato, nel preferire uno stile scorrevole, diretto e privo di retorica. Mi piacciono poi gli autori che nelle loro opere non rinunciano all’ironia. Cito un po’ a caso, anche secondo le letture di questo periodo: Palahniuk, Malerba, Fante, Dickens, Rodari, Kuijer, Saunders.

8. Tornando a ringraziarti, ti chiedo quali sono i tuoi obiettivi futuri e se sei già al lavoro su un romanzo nuovo?
S.: Al momento no. Poco prima de La bestia che cercate (Guanda) è uscito Il giorno della spensieranza (Rizzoli) un romanzo arrivato tra i finalisti dello Strega Ragazze e Ragazzi, quindi tra presentazioni e incontri ho avuto poco tempo per scrivere. Non vedo l’ora però che mi cada in testa quell’immagine significativa, quella che dà il via a una storia nuova, quella che mi costringe a sedermi davanti a un PC e mettermi a cercare. Magari un’altra bestia, chi lo sa.

Intervista a cura di Federica Politi