Intervista a Mirko Zilahy

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Credit Daniel Mordzinski

Mirko Zilahy è nato nel 1974 a Roma. Ha esordito con il bestseller È così che si uccide (Longanesi, 2016), a cui sono seguiti – a completare la Trilogia degli spettri (tradotta in diversi Paesi) – La forma del buio e Così crudele è la fine. Nel 2023 pubblica con HarperCollins Nostra signora delle nuvole. Il suo ultimo romanzo è La stanza delle ombre (Mondadori, 2025). È curatore, editor e traduttore. Oltre a Il cardellino di Donna Tartt ha tradotto, tra gli altri, autori come Bram Stoker, Roger Boylan, Peter Murphy, T. R. Richmond, John Boyne, John McGahern, Michael Dahli e Dennis Lehane. Collabora con “la Lettura” del “Corriere della Sera”. Ha insegnato al Trinity College di Dublino Lingua e Letteratura italiana. È cultore di Letteratura inglese all’Università per Stranieri di Perugia.

Lo abbiamo intervistato per farci raccontare qualcosa del suo nuovo romanzo pubblicato da Mondadori, La Stanza delle ombre:

1.La stanza delle ombre è un thriller che ha a che fare con lo sfaccettato mondo dell’arte. Sono molti, in questi anni, gli autori che si muovono in questo campo narrativo, ma qui hai scelto di parlare d’arte da una prospettiva particolare e insolita. Perché? Da dove deriva questa scelta?
M.: In effetti, nel 2017 avevo affrontato la questione arte/delitto nel mio secondo romanzo della trilogia dedicata al commissario Enrico Mancini, La Forma del Buio. Sono tornato sul tema perché avevo voglia di scrivere un thriller con un “detective” che non avesse a che fare col mondo delle forze dell’ordine. Volevo un uomo, Nemo Sperati, che fornisse il proprio aiuto non per vocazione o per etica personale, alla Polizia. Un artista che utilizzasse un dono visionario per leggere la scena del crimine. Nemo, docente presso l’Accademia delle Belle Arti di Roma, lo fa attraverso la tecnica del chiaroscuro, in barba a tutte le tecnologie a disposizione per i rilevamenti. Insomma, volevo ribadire la distanza dello Scuro dal Chiaro anche in un’indagine del genere. Volevo rimettere al centro dell’indagine il mistero, non l’enigma. Il cuore e l’umano al posto della componente cerebrale o la tecnologia.

2. Quello del falsario è un “mestiere” controverso: la società da sempre lo deplora, mentre nel tuo romanzo la posizione di Nemo – a prescindere dal rapporto con il padre – non è così drastica. Chi è, dunque, e cosa fa il falsario? Qual è il suo rapporto con le opere originali? E qual è, di conseguenza, il rapporto tra arte e falso?
M.: “Nessuno ama l’arte più d’un falsario”, dice Eric Hebborn, il più grande falsario del Novecento, l’uomo in carne ed ossa che si è “letterarizzato” in questo romanzo diventando Rufo Speranza, il padre di Nemo. Con gli originali, Rufo non ha nessun rapporto perché è un artista grandioso che non replica opere esistenti ma dipinge quadri “alla maniera di” Artemisia, Raffaello e mille altri. In effetti, il falsario è l’artista per eccellenza, l’unico che riesce non solo a riprodurre i tratti, gli stili, le forme dei grandi maestri del passato ma a incarnarne lo spirito. Perché in fondo tutta l’arte è di per sé un grande falso, un’opera di fiction, un artificio totale rispetto alla realtà. E se “la società da sempre deplora il falsario” lo fa perché è il simbolo dei dis-valori dell’arte, laddove i valori sono quelli assunti della normalità, della verità, della autenticità (quest’ultimi mere ipotesi), la razionalità.

3. “La stanza delle ombre” è un thriller pieno di contraddizioni e dicotomie: verità e inganno, luce e ombra, bellezza e violenza… Potremmo affermare che si tratta sempre di facce diverse della stessa medaglia? Come trovare un equilibrio? Come operare una scelta?
M.: Per me non esiste nessun equilibrio, ed è persino inutile cercarlo. C’è una continua altalena, nel romanzo e nella vita, tra questi due poli. Ma se devo proprio operare una scelta, ecco, allora sto dalla parte di Nemo, dell’arte, della finzione, della visione, del “dentro”, dell’inconscio, del creativo. Insomma, nella dicotomia interna al chiaroscuro, sto sempre dalla parte dello scuro.

4. E parlando di contraddizioni, Roma ne è la regina. Con che occhi tu, che ci sei nato, cresciuto, la conosci bene e vi ha ambientato vari romanzi, percorri questa città che ammalia e inganna? Come descriveresti la Roma di oggi rispetto al passato? Com’è cambiata e in che direzione sta andando la tua città?
M.: Quella che le lettrici e i lettori trovano tra queste e altre pagine è solo la mia Roma. Come dicevo, nei romanzi che scrivo non sono interessato alla realtà, perciò non descrivo mai la città perché l’unico modo per raccontare un luogo incredibile come Roma è evocarlo come si fa con uno spettro. Attraverso gli incantesimi della lingua, innanzitutto. Per quanto riguarda l’ultima domanda, la direzione in cui sta andando la città è la stessa che ha preso 2778 anni fa, la strada su cui s’incontrano sangue e bellezza. Insomma, preferisco raccontare l’anima oscura di Roma che utilizzare il romanzo per indagare le migliaia di miserie sociali che l’affliggono.

5. Veniamo alla singolare figura di Nemo. Tormentato, sfuggente, persino sinuoso quando vuole, incline agli eccessi ed estremamente competente d’arte. Dai riferimenti temporali che troviamo nel romanzo, dovrebbe avere trent’anni, eppure appare atipico rispetto ai trentenni di oggi, quasi fosse un uomo senza età. È solo un’impressione di chi legge o hai davvero voluto tratteggiarlo così?
M.: Nemo Sperati è un personaggio sui generis nei romanzi d’investigazione. È un artista, docente all’Accademia delle Belle Arti ma è al contempo figlio di un celebre falsario che quindici anni prima si è tolto la vita lasciando Nemo con il commissario Zuliani che cerca di cooptarlo tra le fila della Polizia, senza riuscirci. Da allora Nemo aiuta le forze dell’ordine a smascherare ogni tipo di falso (una specie di vendetta contro il padre) ma resta una figura di mezzo, uno psicopompo che si muove continuamente tra due mondi. A metà dei quali si trova il suo dono. Nemo infatti è in grado di leggere le scene del crimine come se fossero delle opere d’arte, di scendere nella Stanza delle ombre per raccogliere le sue visioni e disegnarle con il chiaroscuro. In effetti, Nemo è un personaggio senza tempo, antico e solitario come il vampiro, ammaliato dalle bellezze dell’arte e dalle donne e sì, credo sia molto lontano dai trentenni di oggi, in un modo o nell’altro.

6. E, sin dal principio contrapposta a Nemo, c’è Miriam Tiberi, un’ispettrice tenace, sanguigna, decisa, ma forse un po’ più malleabile di quanto vorrebbe apparire. Chi è in realtà Miriam? Come evolve nel romanzo il suo rapporto con Nemo?
M.: Miriam è una giovane donna che cerca da sempre il conforto dell’ordine costituito, della razionalità e del buon senso come forma di fuga dalla (sua) realtà problematica: la famiglia e in particolare gli eccessi di un padre dedito al gioco che ha letteralmente messo sul lastrico lei e sua madre prima di scappare di casa. Perciò Miriam mette tutta se stessa in questa missione e si veste di questi valori “positivi” tanto che riesce a incarnarli pienamente al punto da diventare poliziotta nello spirito. Ovvio che quando una donna del genere sulla scena del crimine incontra un personaggio come Nemo faccia i fuochi d’artificio.
Ecco, loro sono proprio il Chiaro e lo Scuro che costituisce la coppia di contrasti primigenia, la chiave di volta del romanzo. Ovviamente Nemo è lo Scuro e Miriam il Chiaro dove non necessariamente le due cose hanno la connotazione Negativo/Positivo a cui siamo abituati. La sbirra è la legge, l’ordine, la cosiddetta realtà, la normalità. Nemo è puro caos, arte, anarchia, passione, immaginazione, visione. Ma il bello di queste dinamiche è che ci sono inattesi punti d’incontro che stemperano il bianco nel nero – e viceversa – e creano diverse tonalità di grigio. E di ombre. In fondo, Miriam usa procedure e tecnologia per stanare un omicida seriale, qualcuno che ha fatto della propria fantasia un’opera d’arte in carne ed ossa mentre Nemo il contrario. Lui utilizza l’arte per scoprire la più violenta e reale di tutte le azioni, lui passa dall’immaginazione per cogliere la realtà e individuare il fatto criminoso.

7. Il commissario Zuliani, nella sua quotidianità, fa spesso affidamento sull’intelligenza artificiale. Qual è il rapporto del commissario con la tecnologia e con l’IA in particolare? Coincide con il tuo?
M.: Giordano Zuliani è un uomo solo alle soglie della pensione con un problema di salute, la miastenia gravis. Per cui Alexa con la sua IA in realtà è una valida compagna di chiacchiere e di vita. L’ho immaginata come un mix tra Hal 9000 di “2001: Odissea nello spazio” e “Mrs Doubtfire”. Io per ora ho pochissimi rapporti con IA ma mi rendo conto che nei prossimi anni anche il nostro mestiere sarà scosso dalle nuove tecnologie. Resteranno, forse, solo gli scrittori con una propria voce, gli artisti, per restare nella metafora del mio romanzo. Mentre il lavoro dei narratori – complessità delle trame, progettazione dei personaggi e del loro arco di trasformazione, ecc – sarà facilmente riproducibile e combinabile.

8. Nel ringraziarti per aver voluto rispondere alle mie domande, prima di lasciarci vorrei sottoporti una considerazione e mi scuso se potrà sembrarti un po’ banale. Nelle dinamiche interne alla polizia, hai voluto delineare invidie, ambizioni e giochi di potere dei quali hanno rischiato di fare le spese alcuni personaggi (penso a Nemo, ma anche al ladro e allo stesso Zuliani). Sono dinamiche gerarchiche arcinote, che ci sono sempre state e sono facilmente rinvenibili in tutti i luoghi di lavoro. È giusto parlarne perché fanno parte della realtà, però quanto fa male vedere che evolviamo in tutto, meno che in questi istinti? Proprio non riusciamo, noi esseri (dis)umani, a farci la nostra strada senza danneggiare il prossimo?
M.: In questo romanzo le dinamiche interne alle forze dell’ordine sono una parte abbastanza marginale della trama, ma i rancori, le gelosie e le antipatie sono all’ordine del giorno in qualunque ambiente lavorativo e perciò da sempre perfetti materiali narrativi. Ne La Stanza delle Ombre in effetti si incontrano e si scontrano forze differenti, un serial killer efferato, una squadra di bravi poliziotti con i soliti burocrati alle spalle e un eroe folle e solitario, Nemo Sperati. E a ben vedere la dis(umanità) di cui parli nella mia storia la vestono davvero soltanto i burocrati ;).

Intervista a cura di Rossella Lazzari