Intervista a Mick Herron

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fonte foto: www.noirfest.com

Mick Herron (Newcastle, 1963) ha esordito nel 2003 con il romanzo Down Cemetery Road (da cui la serie tv omonima del 2025); ha pubblicato più di quindici romanzi, inclusi due cicli a personaggio fisso, è autore anche di racconti regolarmente ospitati nell’«Ellery Queen’s Mystery Magazine». I suoi libri sono stati insigniti di diversi premi tra i quali spiccano il Gold Dagger nel 2013 per In bocca al lupo e il Cartier Diamond Dagger alla carriera nel 2025, entrambi attribuiti dalla Crime Writers Association. L’apparizione di Jackson Lamb nel 2010 con Un covo di bastardi/Slow Horses è stata salutata come una delle venti migliori opere di spy story di tutti i tempi. La serie televisiva ispirata al personaggio per Apple TV+ ha raggiunto in tutti i paesi i vertici del box office.

Lo abbiamo incontrato in occasione di Noir in Festival, tenutosi a Milano dall’1 al 6 dicembre 2025, nel quale l’autore è stato insignito del Raymond Chandler Award alla Casa del Manzoni, il maggior riconoscimento italiano alla carriera di un maestro del genere letterario thriller e noir che dal 1993 viene assegnato dalla direzione del Festival ogni anno nel mese di dicembre.

1. Fleming e Le Carrè con i loro protagonisti e romanzi svolgono ognuno un livello della, diciamo, piramide del dolore post-imperiale. I tuoi Slow horses sembrano vivere la fase dell’accettazione. Di cosa e come scriverà l’autore o l’autrice britannico a cui passerai la fiaccola del genere?
H.: Fleming rappresenta senz’altro quell’atteggiamento di trionfalismo, quello che vediamo nell’agente James Bond sono i trionfi e i fallimenti nel declino dell’Impero Britannico. Se devo considerare l’accettazione, la realtà odierna del Regno Unito non so cosa viene dopo, forse la negazione, la rabbia. Sto scrivendo in un momento particolare, in cui stiamo affrontando nel Regno unito, e nel mondo, gli effetti della Brexit e della crisi finanziaria e anni di malgoverno. Quindi viviamo in questo mondo dopo questi disastri e le vite dei personaggi di cui io parlo sono in qualche maniera state danneggiate in maniera diversa e riflettono una realtà più larga, che è negativa, deprimente.

Cosa succederà dopo… Se riusciremo a superare, a vincere, sia in Europa che in Occidente in generale questa minaccia dall’ultradestra, a questo approccio bigotto e isolazionista verso il resto dell’umanità, sicuramente se riusciremo a sopravvivere alla minaccia, in patria come all’estero, di questa realtà politica, se riusciremo a lasciarci questo alle spalle allora gli scrittori del futuro potranno scrivere chissà dei romanzi con un atteggiamento più positivo.
In questo momento, viviamo questa realtà politica, con l’America da una parte e la Russia dall’altra, in cui nessuna delle due ha alcuna capacità di attrarre persone intelligenti. Questo è quello che sento.

2. Molti nostri lettori e lettrici sono scrittori e scrittrici. Cosa ti porta a decidere della “vita o morte” di un personaggio importante?
H.: Quando decido di far morire un personaggio importante è perché quello è il motore principale per scrivere quel romanzo. Far fuori un personaggio è un elemento che potrebbe essere quello che fa muovere l’intero romanzo. È una decisione che non prendo mai con leggerezza. Non lo decido mentre sono impegnato da tre mesi nella scrittura del romanzo.
L’idea della storia che sto scrivendo arriva con alcuni elementi che ho già prefigurato, ho già pensato a una concatenazione di eventi nel romanzo, per cui un personaggio arriva a morire. Certo, non mi fa piacere, non amo che un personaggio muoia perché non avrò più accesso a quel personaggio. Penso anche che se io cambiassi idea a metà romanzo, questo sarebbe un danno per il romanzo.

Posso darti un esempio. Prima di cominciare a scrivere Joe Country mi venne un’idea, un’immagine davvero, cosa che è inusuale per me perché non penso per immagini. L’idea mi è venuta con un’immagine di un personaggio, di un campo innevato e sotto un albero un cadavere. Sapevo chi era quel personaggio e sapevo che sarebbe morto. Non scrivo mai con un’immagine definita in mente. Quindi quell’immagine è stata al centro dell’intreccio del romanzo e ho mosso la trama in maniera da arrivare a questo cadavere. Ho scritto fino a quando sono arrivato al momento in cui quel personaggio si sarebbe trovato sotto quell’albero e da lì ho continuato. Spesso la morte di un personaggio è al centro di un romanzo.

3. Jackson Lamb è il funzionale relitto vivente degli spettri e demoni della Guerra Fredda e della guerra al Terrore. Il quartier generale dell’MI5 sembra una banca d’affari, i “ronzini” invece sono relegati nella Londra “left behind” nella Slough house. Il Regno unito sembra da un po’ un paese a un bivio. Lo scandalo Rotherham, Brexit, la repressione del dissenso pro Palestina sono quello che dall’estero vediamo. Che poi dirci, dal tuo punto di vista, dell’identità inglese oggi?
H.: Non penso di essere un portavoce dell’identità britannica, questo no… Però sento che il modo in cui descrivi questa dicotomia tra l’aspetto da banca d’affari dell’MI5 e gli sgangherati relitti della Slow House, ma se queste cose possano compenetrarsi in qualche modo non lo so. Mi sembra che il trionfo di questo approccio da “banca d’affari” della politica ha portato al crollo finanziario del 2008, che ha fatto diventare Londra la capitale del riciclaggio del denaro, ha portato a decisioni terribili per il futuro, la Brexit, come tutto questo si possa risolvere, non saprei…

Il governo attuale è sopraffatto da questa situazione e sta cercando di riparare i danni fatti negli ultimi vent’anni. Io non ho soluzioni da offrire, e non so qual’è l’alternativa a questo ma penso che per molte persone un approccio alternativo potrebbe essere ancora peggiore.

4. Penso al quinto libro degli Slow Horses, London Rules e mi riporta alle Moscow Rules e al libro The Moscow Rules di Mendez. Cosa leggi di solito e cosa leggi prima di scrivere un nuovo romanzo?
H.: Leggo costantemente, soprattutto narrativa e anche tanta poesia. Non seguo un filone particolare, i libri che ho apprezzato molto e che ho letto ultimamente sono di Elizabeth Jane Howard, una scrittrice britannica scomparsa nel 2014. La serie più famosa è la Saga dei Cazalet.

Intervista a cura di Cecilia Lavopa e Antonio Vena