Editore Fazi / Collana Darkside
Anno 2026
Genere Gialli e Thriller
372 pagine – brossura e ebook
Traduzione di Sabina Terziani
Catherine Ryan Howard è nata a Cork e vive a Dublino. È una delle voci più riconoscibili del thriller contemporaneo europeo. Dopo un esordio in autopubblicazione, ha firmato nel 2015 un contratto editoriale che ha dato avvio a una carriera costellata di bestseller e riconoscimenti internazionali. Autrice di romanzi come The “Nothing Man”, “56 Giorni” e “The Trap”, ha affinato uno stile caratterizzato da trame ad alta tensione e da una riflessione costante sulla natura della verità e della narrazione. Le sue opere sono state più volte candidate agli Edgar Awards e ad altri premi di rilievo nel panorama crime. Di recente è arrivata nelle librerie italiane con “Brucia il segreto”, confermando la sua capacità di costruire thriller psicologici sofisticati, in cui il confine tra realtà e racconto si fa sempre più sottile.
Il libro in breve. Emily Joyce è una scrittrice che ha già conosciuto il successo — e lo ha perso. Dopo un esordio accolto con entusiasmo, si ritrova bloccata da una paralisi creativa che le impedisce di consegnare il secondo romanzo previsto dal contratto. L’anticipo è svanito, la pressione economica cresce, e gli editori sono chiari: o consegna il libro, o restituisce una cifra che non può permettersi. È in questo momento che le viene proposta un’alternativa rischiosa: lavorare come ghostwriter per Jack Smyth, ex campione di ciclismo travolto da uno scandalo.
“Accettare quel lavoro era stato l’errore peggiore della sua vita.”
Un anno prima, la moglie è morta in un incendio domestico. Smyth, inizialmente celebrato come un eroe, è finito sotto sospetto quando si è scoperto che la donna era già morta prima delle fiamme. Senza accuse formali ma con l’opinione pubblica contro, è diventato il centro di un processo mediatico incessante. Il progetto è chiaro: Smyth vuole raccontare la propria versione dei fatti e difendere la sua innocenza. Emily dovrebbe esserne la voce invisibile. Spinta dalla necessità, accetta. Il lavoro la porta in Florida, nella comunità semi-deserta di Sanctuary, un luogo sospeso tra isolamento e artificialità. Qui Emily si immerge nella vita di Smyth, raccogliendo ricordi e trasformandoli in racconto. Ma fin dall’inizio qualcosa non torna: la sua versione appare troppo coerente, i dettagli selezionati, le omissioni pesanti quanto le parole. Mentre cerca di ricostruire i fatti, cresce in lei un senso di inquietudine — non solo per ciò che potrebbe essere accaduto, ma per il ruolo che sta assumendo nella storia. La narrazione si muove su più livelli, mettendo progressivamente in dubbio ogni certezza. Quello che doveva essere un lavoro diventa una discesa in un territorio ambiguo, dove realtà e racconto si sovrappongono e ogni verità sembra avere un prezzo. Per Emily, non si tratta più solo di salvare la carriera, ma di capire se la verità esista davvero — e se sia possibile raccontarla senza esserne travolti.
“Qualcuno aveva fatto in modo che le cose andassero a finire così.”
Il romanzo si apre con una sequenza di grande efficacia cinematografica: una donna intrappolata in una casa in fiamme, isolata, incapace di distinguere tra incidente e premeditazione. È un incipit che non solo cattura l’attenzione, ma imposta il tono dell’intero libro: claustrofobico, paranoico, ossessivo. La tensione non deriva tanto dall’azione quanto dalla percezione, dal dubbio, dall’erosione progressiva della fiducia.
“Pochi minuti prima stava dormendo sul divano di una casa sulla spiaggia, e ora stava per morire in un incendio. I suoi tentacoli le afferravano la gola, mozzandole il respiro.”
Tra gli aspetti più riusciti del romanzo c’è l’ambientazione: Sanctuary è una cittadina progettata ma mai del tutto compiuta, quasi sospesa fuori dal tempo. Questo scenario rarefatto non si limita a fare da sfondo, ma amplifica il senso di irrealtà e trasforma il vuoto degli spazi nel riflesso di un vuoto morale più profondo. Howard, però, non si affida soltanto alla tensione narrativa. Il romanzo si muove su un doppio registro: da un lato il mistero della morte di Kate Smyth, dall’altro una riflessione sottile e inquieta sull’autorialità, sulla proprietà della verità, sul potere di chi racconta. Chi può dirsi davvero autore di una storia? E quanto vale una verità se è stata costruita per persuadere?
La scrittura, qui, assume il peso di un atto etico prima ancora che creativo. Rispetto a precedenti romanzi, nei quali il colpo di scena aveva una funzione centrale, “Brucia il segreto” sceglie un passo più misurato, più interiore, meno spettacolare. Potrebbe sembrare una rinuncia alla tensione, ma è proprio questa scelta a conferirgli una particolare forza: Howard sposta il baricentro dal congegno del thriller alla pressione del dubbio. Emily incarna pienamente questa ambivalenza. Non è un’eroina, né una vittima innocente, ma una figura fragile, compromessa, talvolta contraddittoria. E proprio per questo, meno consolatoria, ma più vera.
“Be’, pensò Emily, se non altro il libro avrà un finale.”
Il confronto con gli altri romanzi di Catherine Ryan Howard è inevitabile. Se “The Nothing Man” indagava la memoria e la narrazione del trauma, e “56 Giorni” costruiva la tensione sulla compressione temporale e spaziale della pandemia, “Brucia il segreto” si presenta come il romanzo della manipolazione. Qui la verità non viene semplicemente nascosta: viene trattata, negoziata, messa in scena. Il giudizio complessivo è positivo, ma con una distinzione importante: non siamo davanti al titolo più immediato o più apertamente commerciale dell’autrice. È, piuttosto, uno dei suoi libri più consapevoli, e proprio per questo potenzialmente divisivo. Ma è anche un romanzo che merita attenzione, perché non chiede soltanto al lettore di scoprire che cosa sia accaduto; gli chiede di misurarsi con una domanda più scomoda: fino a che punto siamo disposti a credere, quando la verità ci viene raccontata con sufficiente abilità? Ne risulta un thriller intelligente, stratificato, meno esplosivo dei passati, ma più ambizioso, capace di spingersi verso una riflessione metanarrativa non comune nel genere. Catherine Ryan Howard conferma così il suo talento nel costruire storie ad alta tensione, senza rinunciare a interrogarsi sul potere stesso del racconto.
Andrea Novelli
La scrittrice:
Catherine Ryan Howard, nata a Cork, è autrice pluripremiata di nove romanzi bestseller. Fazi Editore ha pubblicato 56 giorni, dal quale Amazon Prime Video ha tratto l’omonima serie TV. Vive a Dublino.












