Emilio Martini – La maledizione di Perla Bonaparte

137

Editore Corbaccio / Collana Narratori Corbaccio
Anno 2026
Genere Giallo
240 pagine – brossura e ebook


La maledizione di Perla Bonaparte rappresenta un’ulteriore conferma della maturità narrativa di Emilio Martini, pseudonimo delle sorelle Elena e Michela Martignoni, che riportano il commissario Gigi Bertè in un’indagine capace di fondere il giallo classico con suggestioni storiche e psicologiche.
Il romanzo, diciassettesima indagine – “avventura” del commissario, per la precisione vice questore aggiunto, prende avvio dal ritrovamento di due cadaveri sulla spiaggia di Lungariva, un caso apparentemente inspiegabile che conduce a una vicenda familiare segnata da una misteriosa maledizione risalente all’Ottocento.
Uno dei maggiori pregi del romanzo è la costruzione dell’intreccio. Le autrici dosano gli indizi con attenzione, evitando facili scorciatoie narrative.
Il lettore è, così, invitato a partecipare attivamente all’indagine formulando ipotesi che vengono puntualmente messe in discussione dall’emergere di nuovi elementi ma che contribuiscono a tenere sempre molto alta la suspense.
La leggenda della maledizione di Perla Bonaparte non è un semplice espediente gotico ma diventa il simbolo del peso che il passato esercita sulle generazioni successive. In questo senso il romanzo fa riflettere sul rapporto tra destino e responsabilità personale, lasciando intendere che spesso sono gli uomini, più delle presunte maledizioni, a costruire le proprie tragedie.

Il commissario Bertè continua a distinguersi nel panorama del giallo italiano perché sfugge agli stereotipi dell’investigatore infallibile o tormentato.
Le sorelle Martignoni ne costruiscono un ritratto ricco di sfumature in cui la dimensione umana è importante quanto quella professionale. Bertè non è un detective che risolve i casi grazie a colpi di genio improvvisi. Il suo metodo nasce dall’attenta osservazione, dall’ascolto e dalla conoscenza dell’animo umano. E’ convinto che, per risolvere un delitto, sia necessario comprendere prima le persone. Questo lo rendo un investigatore “umano” in quanto non cerca solo di trovare il colpevole ma vuole capire perché una persona sia arrivata a compiere un gesto estremo e cruento. Grazie ad una profonda capacità empatica, riesce a cogliere le emozioni nascoste dietro le parole e percepisce le fragilità delle persone che incontra che spesso lo coinvolgono a tal punto da rendere il suo lavoro ancora più difficile.
Nei romanzi di Emilio Martini, infatti, il delitto è spesso il punto di arrivo di una lunga storia di sofferenze, rancori, omissioni e segreti.

Per il commissario fare giustizia non significa semplicemente arrestare un colpevole. Significa anche restituire dignità alle vittime, ricostruire una verità che permetta ai sopravvissuti di fare pace con il proprio passato. Per questo motivo Gigi Bertè è molto più di un investigatore: è un interprete della complessità dell’animo umano.
Probabilmente è questa attenzione alle persone, più ancora che ai delitti, il motivo per cui i romanzi di Emilio Martini risultano così coinvolgenti e apprezzati dai lettori.
In Bertè non manca, anche, una componente ironica che caratterizza fortemente la sua personalità. Non si tratta di “comicità” fine a se stessa ma di un modo per affrontare il peso emotivo delle indagini. Le sue battute alleggeriscono la narrazione senza sminuire la gravità dei delitti e delle situazioni.

Ne La maledizione di Perla Bonaparte, in particolare, emerge la sua capacità di distinguere tra superstizione e realtà. Bertè mantiene sempre uno sguardo razionale pur rispettando il valore simbolico delle credenze popolari.
La sua indagine dimostra che dietro le leggende si nascondono quasi sempre passioni umane come avidità, paura, amore, vendetta e senso di colpa e come siano le scelte delle persone, più che il destino, a determinare gli eventi.
Un accenno particolare merita il rapporto che il commissario Bertè ha con la propria squadra, con i colleghi. Egli non esercita un’autorità ma preferisce il confronto e valorizzare le capacità dei suoi collaboratori. La squadra investigativa funzione come una comunità o, se si preferisce una famiglia investigativa, nella quale ciascuno apporta competenze diverse. Questa dimensione corale evita che il protagonista, il detective, diventi un “eroe solitario”.

Anche i personaggi secondari sono costruiti con cura e coerenza. Perla Bonaparte emerge come una figura complessa, avvolta da fascino e ambiguità. Nessuno appare completamente innocente o completamente colpevole: ogni personaggio custodisce segreti, fragilità e rancori. Questa ricchezza psicologica impedisce, così, alla trama di ridursi ad un semplice esercizio investigativo.
La scrittura delle sorelle Martignoni è elegante, misurata, dovuta alla scelta accurata del lessico, e ricca di riferimenti culturali. La narrazione procede con equilibrio: ogni scena ha una sua funzione precisa, ogni dialogo contribuisce a sviluppare la vicenda o a delineare i personaggi. Si percepisce una grande fiducia nella forza della parola e della costruzione narrativa, più che nell’effetto a sorpresa.
Questa caratteristica richiama la tradizione del giallo classico, dove il mistero nasce dall’intreccio, dall’intelligenza e non dalla spettacolarizzazione del crimine.

Una caratteristica distintiva di Emilio Martini è il continuo dialogo con la letteratura, soprattutto in quest’ultima opera. Le citazioni, però, non sono mai esibizioni erudite ma aiutano a comprendere meglio il significato morale della vicenda e suggeriscono chiavi di lettura diverse e fondamentali.
La particolare attenzione che le Martignoni dedicano alla minuziosa descrizione dei paesaggi e degli ambienti contribuiscono a creare un’atmosfera che avvolge e coinvolge il lettore pagina dopo pagina.
In La maledizione di Perla Bonaparte il paesaggio ligure, il mare, le ville e i luoghi segnati dalla memoria e dalla storia diventano parte integrante della narrazione. Gli spazi riflettono gli stati d’animo dei personaggi e rafforzano il senso di mistero.

La maledizione di Perla Bonaparte conferma, ancora una volta, la qualità della scrittura di Emilio Martini e la solidità della serie dedicata al Commissario Gigi Bertè.
E’ un romanzo che conquista soprattutto per la profondità con cui esplora i sentimenti, i legami familiari e il peso del passato. Il vero fascino della storia risiede soltanto nella scoperta dell’assassino, bensì nel percorso che conduce il lettore a interrogarsi sul confine tra memoria e verità. La presunta maledizione diventa metafora delle eredità invisibili che ogni famiglia si porta dentro e che solo il coraggio di affrontare la verità può spezzare.
Terminata l’ultima pagina, resta la soddisfazione di aver letto non soltanto un ottimo giallo ma un romanzo che invita a riflettere sulla fragilità dell’animo umano.

Benedetta Borghi


Le scrittrici:
Dietro lo pseudonimo di Gigi Berté si nasconde un vicequestore aggiunto in carne e… coda brizzolata, che opera in un commissariato italiano. Anche dietro il nome Emilio Martini si cela qualcuno in carne e… penna: due sorelle scrittrici, Elena e Michela Martignoni, che conoscono bene il commissario, sono milanesi e frequentano da anni la Liguria. Insieme hanno scritto i romanzi storici Requiem per il giovane Borgia, Vortice d’inganni, Autunno rosso porpora e Il duca che non poteva amare, e i gialli con protagonista il commissario Berté La regina del catrame, Farfalla nera, Chiodo fisso, Doppio delitto al Miramare, Il mistero della gazza ladra, Invito a Capri con delitto, Il ritorno del Marinero, Ciak: si uccide, Il paese mormora, Il caso Mariuz, Vent’anni prima, Il botto, Sfida a Berté, L’uomo del Bogart Hotel, Aspettando Cosetta, La numero uno e La maledizione di Perla Bonaparte, oltre alle raccolte I racconti neri del commissario Berté e Talent Show.
elenaemichelamartignoni.com