Editore Laurana / Calibro9
Anno 2018
Genere Noir Action
232 pagine – brossura
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“La riconciliazione dopo il dolore parte da altro dolore, il male muore nel male, nell’inferno delle vite alle quali mancano alternative alla sopravvivenza.”
Questa frase presente nel libro può sintetizzare il nuovo romanzo di Paolo Panzacchi, “Il pranzo della domenica” – Laurana Editore.
Al centro delle vicende, un mercenario, un’azienda in crisi, un colosso industriale cinese e la famiglia Arienti. Tutto sarà sconvolto da qualcosa di inatteso, un torbido e oscuro segreto che riemergerà obbligando tutti a fare i conti con le proprie bugie.
“Il pranzo della domenica” di Paolo Panzacchi è un noir cupo ad alta tensione che analizza a fondo le dinamiche familiari. Perché tutte le famiglie, anche quelle più irreprensibili, hanno qualcosa da nascondere.
Un titolo indovinato che, senza leggere la seconda di copertina, lascerebbe immaginare una storia quieta, con una forza drammatica, ma anche di leggerezza. Un titolo alla Pupi Avati, dove si celano i dolori sotto una coltre di pacata, talvolta, involontaria accettazione.
Invece pagina dopo pagina, ci si trova di fronte a una ballata macabra, che del registro di Avati conserva soltanto in parte l’aspetto della vicenda familiare.
Una ballata dal racconto fluido, per nulla celebrativo, possente nelle psicologie amare, nei dettagli bui, nella descrizione di luoghi che perdono la solarità sotto la spinta e l’influenza del destino.
Una ballata fatta di improvvisi assoli rock al proiettile, che fanno impennare i decibel dei tormenti dei vari personaggi. Tormenti che nascono da lontano, che crescono nel dolore e si rafforzano in un desiderio di vendetta che non risparmierà nessuno. “Il pranzo della domenica” è un paziente gioco al massacro pianificato, voluto, dall’autore e dal mercenario.
Un lavoro di squadra sulla carta e sul campo, con la scrittura e le armi, con la struttura e il sangue.
“Il pranzo della domenica”, a discapito della storia lineare, è in realtà una partita a go, qualcosa di molto più profondo e complesso di una partita a scacchi, qualcosa che si cala negli abissi dei contendenti, ne tira fuori il dolore infetto e infettato per riversarlo su altrettanti dolori.
“Il pranzo della domenica” è una transazione, come lo è l’oggetto materiale della vicenda, la vendita di una società a un nuovo acquirente. Paolo Panzacchi gioca abilmente e con cognizione di causa su questi due elementi, che divengono concetti basilari per un raffronto tra spiritualismo e materialismo, nel significato di anima e affari.
“Quando si spara, si spara, non si parla”. Lo slogan leoniano di Tuco ne “Il buono, il brutto e il cattivo”.
Nell’azione, nell’attimo del confronto primordiale e tecnologico, dove corpi si dilaniano, si spezzano, pagando il prezzo del sangue, Panzacchi va giù agile e diretto, senza lasciarsi andare ad elucubrazioni che ne rallenterebbero il ritmo. I proiettili parlano, trapassano, feriscono e uccidono. È il loro lavoro ad essere raccontato, relegando vittime e carnefici a una situazione di sfondo. Necessari, ma non essenziali. Soltanto alla fine, quando il silenzio cala e si mescola alla cordite e ai bossoli lasciati sul campo, si può tornare a parlare e scrivere di uomini, a guardare alle loro vite, appena depredate, appena miracolosamente conservate.
Una colpa che diventa sopruso, un sopruso che diventa dolore, un dolore che diventa desiderio di rivalsa feroce, di espiazione attraverso il male di altri. Altri che appartengono allo stesso sangue, ma non alla stessa vita. Una frattura che col tempo si è sfaldata fino a dilaniare le ossa e a inciderci sopra una fine segnata e piagata. Non c’è redenzione, non c’è compimento, perché il male non ha mai fine.
Panzacchi ci porta all’atteso epilogo con un ossimoro che è garbo barbarico, senza nascondere e nascondersi, ma senza eccedere.
Sa bene che in una ballata, la violenza non deve essere urlata, ma percorsa con una neutralità ascetica, raccontando e non partecipando. Non giudicando, ma lasciando agli altri il giudizio.
Una famiglia e i suoi segreti, alla fine, sono tutti racchiusi dentro le mura di una casa. Dove casa dovrebbe significare dimora, quiete, partecipazione e condivisione. Una famiglia seduta a un tavolo in un invito a pranzo con delitto covato negli anni da chi a quel pranzo non ha diritto a partecipare.
La casa perde ogni suo significato benevolo, diventa teatro di rancori mai sopiti di uomini e donne provati dalla vita, a cui alla vita hanno chiesto molto, senza sapere che con quel chiedere hanno cominciato a perdere la propria esistenza.
A morire, prima ancora di aver potuto vivere come avrebbero voluto.
Andrea Novelli e Gianpaolo Zarini
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Lo scrittore:
Paolo Panzacchi è nato a Sassuolo nel 1984 e vive a Ferrara. Nel 2015 per Maglio Editore è uscito il suo romanzo d’esordio L’ultima intervista vincitore del Premio della Critica al Premio Internazionale Città di Cattolica. Sempre nel 2015 il racconto Sette e sedici minuti è stato selezionato da Gianluca Morozzi per la raccolta Denti pubblicata da Fernandel, altri suoi racconti sono presenti in varie antologie. Nel 2018 per Pendragon è stato pubblicato Drammi quotidiani, il suo secondo romanzo.












