Intervista a Flavio Villani

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(c) Grazia La Notte

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Flavio Villani è nato a Milano nel 1962. Neurologo, ha lavorato negli Stati Uniti come ricercatore nel settore della neurofisiologia. Come scrittore ha esordito con L’ordine di Babele (2013, Laurana). Il nome del padre (2017) è il suo primo romanzo poliziesco, seguito da Nel peggiore dei modi, uscito da poco, sempre per l’editore Neri Pozza. Lo abbiamo intervistato per voi e questa è la chiacchierata che ne è scaturita:

1. Com’è nato il commissario Rocco Cavallo? E perché hai deciso di farlo vivere a Milano e negli anni ’90?
F.: Il commissario Cavallo è nato nel maggio 2015 con un primo breve racconto, intitolato “Uomini, solamente uomini”, scritto per un concorso, e mai pubblicato: il commissario mi piacque subito, per quel mix di normalità, idealismo, e capacità di “leggere” l’animo degli uomini; per essere un personaggio in controtendenza rispetto ai numerosi poliziotti e investigatori antieroi e “macho” che da qualche tempo vanno per la maggiore. D’altra parte, i capi del commissario Cavallo lo etichettano come un “bastian contrario”, e lui alla sua reputazione ci tiene molto.
Per farlo vivere, la scenografia per me più ovvia è Milano, non solo perché è la città dove sono nato e tuttora vivo, ma anche perché è una città, credo, molto adatta alle storie nere e criminali. Non è un caso che molti importanti esponenti del giallo italiano siano milanesi o, come Scerbanenco, abbiano eletto Milano a loro patria d’adozione.
Poco dopo quel breve racconto arrivò “Il nome del padre”, una storia sospesa fra gli anni ’70 e i primi anni duemila. Quell’indagine vedeva un commissario Cavallo giovane apprendista investigatore, poi maturo poliziotto sull’orlo della pensione. Il passo successivo più naturale è stato quello di mostrare il commissario all’apice della carriera, quando, cinquantenne, si trova a dover risolvere un caso ancora più insidioso, in una Milano in piena esplosione criminale: ecco perché “Nel peggiore dei modi” si svolge negli anni ’90.

2. Nella sua prima indagine, narrata ne “Il nome del padre”, si torna indietro agli anni ’70, quando un giovane vice-ispettore Cavallo, non era riuscito a risolvere un caso importante di omicidio e questo lo aveva segnato profondamente. Leggendo, ci si sente costantemente avvolti da una sensazione di irrisolto, opprimente. Come sei riuscito a creare questa atmosfera?
F.: L’atmosfera riflette in primo luogo il vissuto del commissario; la prima metà del romanzo è infatti narrata in prima persona. Noi riviviamo con lui il senso di sconfitta, l’oppressione che deriva dalla consapevolezza che la verità, pur a portata di mano, non è di fatto raggiungibile per motivi legati alla gestione del potere.
A distanza di trent’anni quell’indagine fallita grava ancora sulla sua coscienza, e ne influenza profondamente il suo modo di vedere il mondo.

3. Nonostante il giovane Cavallo, parlando del commissario Vicedomini, sostiene che “Tutto in lui respingeva”, io ne sono stata subito incuriosita. La stranezza, i modi spicci, la confidenza, il mistero… Quale il giusto mix tra qualità e difetti riescono a creare questo effetto?
F.: Anch’io sono affascinato dai personaggi problematici; personaggi in cui il bene e il male si mescolano in modo indissolubile. Vicedomini è uno di questi. Un uomo vinto che non è in grado di venire a patti con la propria sconfitta, e ne viene travolto. È questo continuo bilanciamento fra volontà di fare il bene e le improvvise cadute agli inferi che rende il personaggio sotto certi aspetti davvero indimenticabile.

4. I personaggi femminili del tuo primo romanzo, sono donne molto diverse tra loro. Oscillano tra chi si mostra sprezzante dei sentimenti e il desiderio di abbandonarsi all’amore. Ce ne vuoi parlare?
F.: Amo molto i personaggi femminili. Nei miei romanzi ce ne sono molti. Complessità psicologica ed emozioni più libere e intense, rendono i personaggi femminili spesso più interessanti da descrivere di quelli maschili: nei miei romanzi le donne “normali” così come le “femme fatale” sono accomunate da profonde ferite esistenziali e insospettate fragilità. Anche il commissario Cavallo ne è affascinato, e se ci sono state occasioni in cui la sua integrità è stata messa a dura prova ciò è avvenuto in presenza di donne belle ed enigmatiche, la cui fragilità era assai ben dissimulata.

5. “I miei ricordi sono indissolubilmente legati a certe atmosfere”. Come sei riuscito a far si che il clima e come questo s’impadronisce della città, avvolgesse ogni singolo evento narrato nella storia, lasciandoci addosso esattamente le medesime sensazioni?
F.: Nulla è più labile e discutibile di ciò che definiamo “realtà”. La memoria dei fatti, dei luoghi e degli ambienti non è mai neutra, ma il frutto di una rielaborazione mentale che mette in gioco sia processi squisitamente cognitivi sia processi di ordine emotivo. Nei miei romanzi cerco di rendere le descrizioni ambientali come riflesso fisico e tangibile delle esistenze messe in gioco dalla narrazione. Forse questo è il motivo per il quale ne “Il nome del padre” il caldo opprimente rimane attaccato alla pelle del lettore, e “Nel peggiore dei modi” il freddo e la nebbia penetrano nelle ossa.

6. Nel secondo romanzo “Nel peggiore dei modi”, il commissario si trova ad indagare sull’omicidio di un padre di famiglia, ucciso in strada davanti agli occhi del figlio. Quello che troviamo è un commissario, che conserva le sue caratteristiche ma cambiato. Come ha inciso il passare del tempo sul suo carattere e sui modi del commissario?
F.: Il commissario Cavallo di “Nel peggiore dei modi” è un uomo che ha alle spalle vent’anni di carriera alla Mobile di via Fatebenefratelli. Un periodo sufficientemente lungo per produrre riflessi esistenziali molto potenti. Cavallo ha ormai una vasta esperienza degli uomini e dei loro comportamenti, ma anche dei meccanismi del potere, del male in tutte le sue manifestazioni, soprattutto le meno apparenti, quelle che rimandano alla “banalità del male” definita da Hannah Arendt. L’effetto su Cavallo è la disillusione, ma per fortuna non il cinismo. Crede ancora in quello che fa, e cerca di farlo al meglio, “senza guardare in faccia a nessuno”. Anche a costo di pagare in prima persona le conseguenze della sua ossessione per la verità.

7. In questo romanzo si affrontano molti temi: la disillusione, la famiglia, i rapporti di coppia e molto altro. Quale è stato quello più difficile da incastrare nella trama del romanzo?
F.: Nel romanzo ho cercato di raccontare le vite dei personaggi. Ogni aspetto che hai elencato fa parte dell’esistenza di ognuno di noi. Spero quindi che trama poliziesca e temi, diciamo, “esistenziali e collaterali” costituiscano un insieme armonico, in cui tutto si incastra con naturalezza e senza difficoltà. Quando in un puzzle trovi il pezzo giusto l’incastro è facile e perfetto, ed è l’unico possibile.

8. Dici che rivangare il passato è un’operazione pericolosa. Quanto pensi che il passato gravi sul presente e modifichi la nostra visione del futuro?
F.: Moltissimo, credo. Possiamo avere coscienza di noi solo se la nostra memoria è integra. Solo una memoria efficiente permette di continuare ad aggiornare la nostra biografia, di costruire, giorno dopo giorno, quella vera e propria narrazione che è alla base della coscienza di noi stessi. Siamo quello che siamo perché abbiamo memoria del nostro passato. Se nella narrazione della nostra vita ci sono questioni irrisolte ciò non potrà che avere pesanti riflessi sul nostro futuro, sulle scelte che faremo, nel bene e nel male.

9. Da quando ho finito di leggerti, vado dicendo a tutti che fino a che avrò fiato in corpo, mi ricorderò di lui. Fabrizio Ortiga. Ti prego dimmi di lui, ancora qualcosa. Qualcosa che non so.
F.: Fabrizio Ortiga è uno dei miei personaggi preferiti di “Nel peggiore dei modi”: forse ha qualcosa in comune con Vicedomini de “Il nome del padre”, ma rispetto a lui mantiene una sua integrità morale, l’integrità che gli rende possibile, nonostante la vita distrutta da un passato terribile, di scrivere racconti per ragazzi, nei quali il mondo è trasfigurato in modo poetico, e di non disintegrarsi come essere umano. Ortiga è un poeta. Il mondo tuttavia non pare molto interessato alla poesia, purtroppo la fuga per lui sarà impossibile.

10. Il secondo libro è da poco uscito, vero. Ma che progetti hai per il commissario Cavallo?
F.: Ogni volta che concludo un romanzo mi sembra impossibile scriverne un altro. Poi però la spinta a continuare è più forte rispetto a ogni altra considerazione. L’idea è che il commissario Cavallo possa avere ancora parecchie cose da dire. Ho già in mente almeno altre due indagini, una anche con il ritorno di un personaggio de “Il nome del padre” che molti hanno amato e vorrebbero rivedere: Valeria Salemi.

Intervista a cura di Federica Politi