Intervista a Andrea Garbarino

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Andrea Garbarino, milanese di nascita, ha lavorato come giornalista per molte testate nazionali e oggi vive in una casa sul fiume ai piedi delle Alpi. Da oltre dieci anni si occupa solo di narrativa. Per i tipi di Endemunde edizioni (www.endemunde.it) ha pubblicato il suo quinto romanzo, distribuito in questi giorni in libreria e disponibile su tutte le librerie on line, anche in formato digitale. Si intitola Zero ed è il sequel del suo ultimo thriller, Le finestre sul confine (2016). I protagonisti sono nuovamente l’avvocato-detective Alberico d’Aubry e il suo assistente italo-cambogiano Bonnak Mey, questa volta alle prese col mistero della salma di un bambino trafugata nottetempo dal cimitero di Chiavenna, una tranquilla cittadina ai confini con la Svizzera.

Ho intervistato Garbarino, incuriosita non solo dalla consueta qualità della scrittura e del plot ma anche dalla scelta di ambientare Zero in un futuro vicinissimo.

1.Anche la storia di Le finestre sul confine era situata sei anni più avanti rispetto ai giorni nostri, con l’Italia tornata alla Lira e messa in ginocchio da una crisi economica senza precedenti. Perché questa scelta?
R.: I miei non sono romanzi di fantascienza, un genere letterario per il quale non nutro simpatia, ma guardano a quello che verosimilmente potrebbe diventare il nostro presente in una prospettiva attendibile. È un modo, a volte drammatico a volte umoristico, di immaginare tutti noi, lettori compresi, in un mondo prossimo venturo. Chiunque osservi la crescita degli squilibri sociali ed economici e la cronica incapacità della politica nel contrastarli, può farsi un’idea degli scenari che probabilmente ci attendono. I Gilet gialli ne sono un primo embrione. Ricordo che nel 2011, quando terminai la prima stesura di Le finestre sul confine, in cui enormi masse organizzate di disperati paralizzavano le metropoli, accantonai il progetto: temevo di aver esagerato con il collasso economico, lo scompiglio politico, le occupazioni, gli espropri, le violenze di piazza. Ripresi in mano il romanzo nel 2015, quando la realtà che avevo sotto gli occhi iniziò a superare la fantasia. Oggi mi sembra che anche lo scenario descritto nelle pagine di Zero pecchi più di cautela che di catastrofismo.

2. Le società hanno in sé gli anticorpi per evitare i collassi. Cosa ne pensi?
R.: A volte sì, a volte rinascono sulle ceneri di quelle colate a picco. A me pare che anche tra i più ottimisti si stia diffondendo la percezione del ghiaccio molto sottile su cui stiamo camminando. E’ un fenomeno implosivo in accelerazione. Pensa solo a quante cose assurde accadono ormai ogni giorno, moltiplicate nei loro effetti dai social media. Cose impensabili fino a qualche anno fa e tuttora inaccettabili. Eppure càpitano, e per qualche ora su Facebook qualcuno si indigna, qualcuno si dissocia. L’indomani si cambia cartellone, e avanti un altro film. Insomma, non vedo molti anticorpi in azione. La nostra è una società non solo smarrita, ma sempre più distratta.

3. Qual è questa volta il plot del thriller?
R.: A Chiavenna il settantenne avvocato d’Aubry viene contattato dai titolari di due imprese vincitrici di appalti per la costruzione di un viadotto. Entrambi sono vittime di pesanti intimidazioni del locale boss mafioso, che dalla manna dei lavori pubblici vuole ricavare la sua fetta. Ed entrambi si rivolgono all’avvocato per indagare sulle intenzioni di chi li minaccia. Nessuno dei due imprenditori ha però la coscienza a posto: il geometra Balotti, cui la cosca fa saltare betoniere a ripetizione, spia la giovane moglie Sara in ogni movimento (e tradimento), collezionando video osé. L’ingegner Legnoni, da vent’anni fa di tutto per cancellare le tracce delle sue passate collusioni con la malavita, e farà ben presto una scoperta che lo sconvolgerà.

4. Ci spieghi il significato del titolo del libro, Zero?
R.: Il senso del titolo si chiarisce in un modo inatteso nelle ultime pagine del libro, intrecciando tra loro i fili degli eventi, i pensieri e le azioni dei personaggi principali. Senza svelare troppo ai lettori del tuo blog, posso dire che “zero” è una parola che evoca l’annientamento.

5. Dicevi poco fa che il futuro porta con sé anche esperienze umoristiche.
R.: Sì, per esempio, nel romanzo si parla di una nuova app per smartphone che permette di creare una specie di ologramma umano dal quale farsi consolare o con il quale sfogarsi litigando a morte sullo schermo del telefonino. In pratica un avatar dotato di intelligenza predittiva, che conosce il suo interlocutore al punto di poterlo prendere in giro o dirgli quanto è bello e intelligente. Però francamente non so se sia una cosa da ridere o da piangere.

6. La tua risposta è piuttosto disincantata…
R.: Sì, perché già i social network ci isolano dai rapporti diretti con i nostri simili. Una app del genere ci farebbe sprofondare ancora di più in una autosufficienza emotiva che è tossica.

7. Cosa ti piace dell’avvocato d’Aubry?
R.: È un uomo difficile, educato nell’immediato dopoguerra con il rigore e la disciplina che allora regnavano nelle famiglie patriarcali, non solo al sud. È un uomo serio, preparato, che sa anche prendersi in giro. Ma vive l’accelerazione dei fenomeni sociali con un sentimento di sconcerto. Come molti individui della sua generazione non si tira indietro, cerca di convivere con la modernità, ma la sua attrezzatura mentale lo fa sentire sempre più inadeguato. L’età, poi, gli fa perdere qua e là qualche colpo, dimenticare i nomi delle persone cui è stato presentato, chiedere notizie sulla salute di qualcuno che era già anziano negli anni Ottanta, affermare che si invecchia solo d’inverno e sdoganare altre amenità come l’urgenza di leggi che proibiscano gli applausi ai funerali, le sedie di plastica, le moto d’acqua e l’ombrello per gli uomini (ai quali è consentito solo per riparare dalla pioggia una signora). L’avvocato d’Aubry mi piace perché è tenace, coraggioso e un po’ eccentrico ma al tempo stesso consapevole dei suoi limiti e dei suoi difetti, che non nasconde alla sua donna.

8. Parliamo anche delle figure femminili presenti nel tuo romanzo. Non sono poche, ce le vuoi descrivere?
R. Sono almeno sei, dalla ex hippy con un serpente tatuato sul braccio con le fauci spalancate nel palmo della mano alla madre troppo premurosa. Interessante è la figura di Fiorella, la compagna di d’Aubry, molto presa dall’amore per gli animali, che alle necessità affettive un po’ datate del suo uomo contrappone un approccio da donna emancipata, che con lui tiene il punto ad ogni costo. La cosa interessante da leggere in filigrana nel loro rapporto, è che entrambi sono arroccati sulle loro posizioni, con una sorta di inconfessabile ritrosia ad aprirsi e a concedere qualcosa all’altro. E’ una dinamica frequente nelle coppie: ognuno si sente defraudato dell’empatia del suo coniuge, prende le distanze finché i due si perdono di vista in una sorta di anemia sentimentale. C’è poi una giudice, la dottoressa Lavinia Tanzi, una trentenne single, determinata e costretta dal suo ruolo a mascherare la propria sensibilità. E’ attratta da d’Aubry, che per lei, così giovane, è un pianeta intrigante e sconosciuto; le sue riflessioni rispecchiano quelle di molte donne non più giovanissime, indecise se legarsi o meno a qualcuno.

9. Nella tua storia, una parte da leone la gioca un vecchio bunker. Le pagine che ne descrivono la scoperta e il primo sopralluogo tra tele i ragno, teschi e casse di armi mette i brividi…
R.: Il bunker è funzionale per lo sviluppo della vicenda ma il lettore attento si accorgerà presto che rappresenta una metafora di un tipo di società sempre più impaurita. Ma questo ritirarsi non è senza conseguenze. Uomini e donne avvertono una vena profonda di scontento, se non di irritazione per ciò che sta producendo su di loro la continua emergenza e instabilità in cui sono stati sprofondati all’inizio degli anni Venti di questo secolo. Credo che questo fenomeno e le sue tendenze siano già avvertibili oggi. Il geometra Balotti, uomo semplice, lo spiega così: “Non so cosa gli è preso. Sono tutti più nervosi. Mangiano bio, fanno yoga, comprano auto elettriche, ma sotto sotto cova la brace della delusione. La crisi del ‘22 ci ha avvelenato tutti. Trovami uno che possa dirsi contento, bello contento e pasciuto come un frate. Io di sicuro non lo sono più.”

10. Ci sarà una nuova indagine dell’avvocato d’Aubry?
R.: E’ già a buon punto. Ruoterà attorno al padre della giudice Tanzi e alle sue romantiche follie.

Intervista a cura di Cecilia Lavopa