Intervista a Fabiano Massimi

2672


Fabiano Massimi è nato a Modena nel 1977. Laureato in Filosofia tra Bologna e Manchester, bibliotecario alla Biblioteca Delfini di Modena, da anni lavora come consulente per alcune tra le maggiori case editrici italiane. L’angelo di Monaco, uscito da poco per Longanesi è stato l’esordio italiano più venduto alla Fiera di Londra 2019.

Lo abbiamo intervistato ed ecco cosa ci ha raccontato del suo romanzo.

1. Inizio con il porle i miei complimenti per questo suo romanzo e il suo successo. Un volume in cui storia e noir ben si fondono dando vita a una storia coraggiosa. Da dove nasce l’idea di raccontare la morte della nipote di Hitler?
F.: Grazie mille, per i complimenti ma soprattutto per l’occasione. Da dove nasce l’idea dell’Angelo di Monaco? Da un romanzo letto per svago, Monaco di Robert Harris, in cui la storia di Geli Raubal viene appena abbozzata, tratteggiata in un paio di paragrafi di conorno che mentre leggevo, però, ebbero l’effetto di arrestarmi sulla pagina. Possibile che io non avessi mai nemmeno sentito nominare l’adorata pupilla del Führer, morta in circostanze misteriose nel suo appartamento monacense, uccisa da un colpo al cuore sparato dalla sua stessa pistola? All’inizio pensai: «Harris se l’è inventata», ma non era davvero credibile in un autore così attento al dettaglio storico, e una prima ricerca online mi confermò che Geli era esistita eccome, solo che nessuno fino a quel momento aveva raccontato la sua storia in un romanzo, in un film o anche solo in un saggio destinato al grande pubblico. A scavare, mi resi conto, c’era molto da trovare, e più trovavo e più mi convincevo che questa vicenda incredibile e incredibilmente dimenticata doveva tornare in circolo, per rendere in qualche modo giustizia a una vittima innocente del Nazismo in ascesa.

2. Gli inizi dell’ascesa del Partito Nazionalsocialista è un periodo storico che ha sempre attirato la mia attenzione, e come insegna il suo volume non si termina mai di scoprire nuovi avvenimenti. Anche la sua scelta avviene per una particolare attenzione a quell’epoca?
F.: Sarò sincero: tutto ciò che riguarda la storia del Nazismo mi ha sempre ispirato una profonda ripulsa, al punto che fino al 2018 avevo evitato il più possibile film e romanzi sul periodo – e sì che ne esistono di eccezionali, lo so dai consigli di amici e critici fidati. Ben Pastor, Philip Kerr, Volker Kutscher, Ken Follett, lo stesso Harris… Tutti autori che sto scoprendo solo ora, dopo essermi immerso nel periodo storico per poter raccontare la storia di Geli. A questa devo la scoperta di un’epoca che conoscevo poco e male, tanto da non essermi mai reso conto prima di quanto assomigli proprio agli anni che stiamo vivendo. In un certo senso, scrivere L’angelo di Monaco è stato un doppio viaggio di scoperta, alla ricerca della verità sul caso Raubal ma anche su un passaggio cruciale del Secolo breve.

3. La bibliografia a cui ha fatto riferimento è ampia e importante, potrebbe indicare però alcuni volumi che a suo avviso un lettore interessato non dovrebbe tralasciare?
F.: Per capire cosa accadde al tramonto della Repubblica di Weimar e come la libera ed evoluta Germania abbia potuto consegnarsi spontaneamente a Hitler conviene partire da William Shirer, Storia del Terzo Reich, e da Eric Weitz, La Germania di Weimar. Su Hitler, uomo e personaggio, esistono centinaia di testi, ma la miglior introduzione rimane a mio parere la biografia che gli ha dedicato Joachim Fest, più agile dei monumentali Kershaw e Ullrich. Sui gerarchi maggiori, che hanno un loro spazio di manovra anche nell’Angelo di Monaco, consiglio The Devil’s Disciples di Anthony Read, di cui esiste una traduzione italiana purtroppo fuori commercio. Su Geli Raubal, infine, non c’è nulla di tradotto, e poco di pubblicato anche in altre lingue. Nella bibliografia ho segnalato in grassetto tutti i testi dove la sua presenza è più forte o incisiva. Per chi legge l’inglese o il tedesco, imprescindibili sono le opere di Anna Maria Sigmund, Ronald Hayman e Ron Rosenbaum, in cui c’è quasi tutto il necessario, anche se spesso bisogna lavorare di comparazione e deduzione per farsi un quadro chiaro di ciò che accadde in Prinzregentenplatz 16 quel 18 settembre 1931.

4. I personaggi di Sauer e Mutti sono così ben caratterizzati che è semplice immaginarli in giro per Monaco, quello che più mi ha colpito è stata però la sua capacità di descrivere degli uomini in tutte le fragilità nascoste. Non solo poliziotti bensì persone capaci di errori, persone capaci di segreti. Da dove ha tratto ispirazione per questi personaggi?
F.: Sauer e Mutti sono uomini del loro tempo, che è, come dicevo, molto simile al nostro tempo. Una convinzione maturata leggendo romanzi dell’epoca e saggi su Weimar che mi ha guidato nella creazione (o meglio sub-creazione, come avrebbe detto Tolkien) dei miei due commissari, ma anche dei loro comprimari, nessuno dei quali poteva essere una macchietta. Per usare una formula vecchia ma ancora valida: persone, non personaggi. Così, la domanda che continuava a rimbalzarmi in testa mentre scrivevo L’angelo di Monaco era: cos’avrei pensato io, in quelle circostanze? Come avrei reagito? Come avrei aagito? E sinceramente non so se avrei avuto gli strumenti, la forza e il coraggio per vedere oltre la cortina di quotidiano stordimento in cui tutti, sempre, siamo immersi mentre viviamo le nostre vite. È facile oggi guardare i tedeschi degli anni Trenta e giudicarli per la leggerezza con cui si consegnarono al Diavolo in persona. Ma in realtà loro non sapevano di consegnarsi, non sapevano che Hitler fosse il Diavolo e spesso non ebbero nemmeno una vera scelta. La temperatura dell’acqua salì gradualmente, impercettibilmente, giorno dopo giorno, e alla fine la maggior parte dei cittadini di Weimar si ritrovò scottata senza aver nemmeno percepito il processo. Ma siamo sicuri noi, oggi, di avere il pieno controllo sulla nostra epoca? Sappiamo davvero i rischi che stiamo correndo? E le scelte che compiamo giorno dopo giorno – quelle che tra un secolo saranno magari considerate «errori» – sono veramente scelte nostre? Insomma, tocca citare ancora una volta Flaubert: Sauer c’est moi.

5. Nel suo romanzo diversi personaggi storici, Hitler e Himmler tanto per prendere i due più conosciuti, vengono descritti in modi che spesso non ci è dato conoscere, senza remore, affondando anche nelle loro turbe più profonde. Come si è documentato così approfonditamente? O conosceva già alcuni aspetti per amore personale della storia?
F.: Pochi uomini sono stati studiati e raccontati nei minimi dettagli come Hitler e i suoi collaboratori più stretti, uomini il cui nome incute timore a settantacinque anni di distanza anche in chi non saprebbe distinguerli con precisione (con l’eccezione di Goebbels, naturalmente). Fra biografie, autobiografie, registrazioni, documenti, atti di processo e testimonianze di prima mano, gli storici hanno ammassato migliaia di pagine su ognuno dei gerarchi maggiori. Estrarre da quei lavori il materiale necessario all’Angelo di Monaco è stato un lavoro relativamente semplice, dato che avevo un focus molto preciso – ciò che dissero di Geli, ciò che fecero nei pochi giorni in cui si svolse l’indagine della polizia – e soprattutto un intento narrativo, non saggistico. In altre parole, non era mia intenzione fotografare questi personaggi storici «in alta risoluzione», ma evocarli tramite pochi tratti emblematici delle loro storie e dei loro caratteri. A volte, nel farlo, ho scoperto aspetti sorprendenti, come i talenti di Göring, la voracità di Goebbels, la doppiezza di Himmler. A quel punto raccontarli è diventato un modo privilegiato per entrare nella loro pelle, scoprendo ciò che tutti noi sotto sotto abbiamo sempre sospettato: ovvero che non erano mostri, ma esseri umani capaci di azioni mostruose. Il che a mio parere è ben più spaventoso.

6. Il personaggio di Geli è affascinante. Non solo in quanto a bellezza bensì come donna capace di ammaliare gli uomini accanto a sé, di farli impazzire, innamorare, stando però sempre un passo avanti a loro, o almeno questa è stata la mia impressione. Ed ecco un punto importante, il ruolo delle donne nella vita di Hitler, come hanno influito sulle sue scelte?
F.: Hitler doveva moltissime alle donne della sua vita, un po’ meno alle ragazze e alle ragazzine di cui preferiva circondarsi. Se gli industriali facevano a gara per garantirgli fondi e sostegno, le loro mogli si prodigavano altrettanto per insegnargli le buone maniere, per formarlo culturalmente e introdurlo nei migliori salotti. Al Partito sarebbe piaciuto che lui ne scegliesse una cui accompagnarsi, ma purtroppo Wolf – come si faceva chiamare nell’intimità – preferiva donne giovanissime, probabilmente per dominarle. In questo Geli fu un unicum: figlia della sorellastra di Hitler, perse il padre da piccola e divenne la pupilla dello «zio Alf», che da una certa età in poi ne seguì attentamente lo sviluppo, arrivando a curarne gli studi e ospitarla nel suo stesso appartamento. Il loro rapporto era strettissimo, fin troppo secondo le malelingue, e quando Geli morì Hitler sprofondò in uno stato di estrema costernazione. Si racconta che sia arrivato a meditare il ritiro dalla politica, forse persino il suicidio. E se è vero che queste voci potrebbero essere frutto del genio propagandistico di Goebbels, rimane che per il resto della sua vita il Führer impose la presenza di un ritratto o un busto di Geli in tutti i suoi uffici e le sue residenze. Io credo che l’abbia amata davvero, e che se lei fosse sopravvissuta la Storia avrebbe potuto andare diversamente.

7. Concludo questa intervista rinnovando i miei complimenti e chiedendole ovviamente cosa dovremo aspettarci per il futuro: un altro bel romanzo storico, e se sì di quale epoca, o un classico noir?
F.: L’angelo di Monaco è nato per raccontare la storia di Geli Raubal, che nell’arco del romanzo si conclude. In teoria non dovevano esserci seguiti, anche se mi sono molto affezionato ad alcuni personaggi. Ma durante la lavorazione del manoscritto ho scoperto che in effetti la storia di Geli ebbe un ultimo colpo di coda diversi anni dopo. Credo quindi che un seguito ci sarà, anzi, più d’uno, dato che per arrivare a quel colpo di coda servono alcune tappe. Prima però devo terminare il thriller storico in corso d’opera, che racconta un’altra storia vera poco nota. Se verrà come spero, potrebbe essere questo il successore dell’Angelo. Quanto al noir, è un genere che amo e con cui un giorno vorrei misurarmi, ma attualmente sulla scena ci sono tali giganti – i Carlotto, i Lansdale, gli Ellroy – che non avverto alcuna fretta. Ho ancora molto da leggere in materia. Ho ancora molto da studiare.

Intervista a cura di Adriana Pasetto