Intervista a Francesca Violi

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fonte: www.unitedstoriesagency.com

Francesca Violi è nata a Reggio Emilia nel 1973, ha lavorato come architetto a Milano e ora vive in provincia di Treviso, lungo un fiume molto simile a quello che ha raccontato nel libro. Sulla riva è il suo romanzo d’esordio, pubblicato da Elliot.

1. Benvenuta su Contorni di noir, Francesca. È appena uscito il tuo romanzo per Elliot, Sulla riva. Com’è nata l’idea?
F.: Sulla riva è nato da un germe molto semplice, quasi un’immagine: due ragazzi, amici per la pelle, nei pomeriggi d’estate fantasticano di compiere atti criminosi per diventare ricchi; da grandi, si ritroveranno uno contro l’altro. Man mano che sviluppavo la storia, i due amici sono diventati fratellastri, e il loro rapporto si è fatto più sfaccettato.

2. Un noir basato sulle molteplici difficoltà dei rapporti familiari, ma con due fratelli che nonostante tutto riescono anche a essere complici. A chi ti sei ispirata per i due personaggi maschili?
F.: Per Nicola e Mauro non ho preso spunto (almeno consapevolmente) da persone o personaggi in particolare. Invece per il rapporto tra di loro mi ha di certo ispirato la lettura di Sconosciuti in treno, di Patricia Highsmith, in cui tra i due protagonisti si instaura un legame ambiguo, complesso, distruttivo.

3. Nicola è indiscutibilmente il vero protagonista del libro che, alla fine, nella sua complicatissima esistenza riesce ad avere tempo anche per improvvisarsi investigatore. La figura del buon vecchio sbirro detective proprio non ti piaceva?
F.: Da lettrice amo gli sbirri e i detective: come non essere affascinata di chi ha per oggetto di lavoro il male? Ma ad appassionarmi ancor di più è il punto di vista di chi il male lo vede irrompere nella propria esistenza: di chi lo subisce, di chi finisce per praticarlo. Del resto in Sulla riva l’indagine è solo una parte della storia di Nicola e Mauro.

4. Parliamo delle location. Anche qui in spregio a metropoli con brutte periferie, luci di sirene e voci nella notte, nel tuo libro l’ambientazione è affidata alla provincia meno conosciuta e più sonnolenta, e alle sponde di un fiume di cui quasi nessuno ha mai sentito parlare. È questa la tua comfort zone da narratrice?
F.: Nella mia immaginazione storia e atmosfera nascono strettamente intrecciate, e la vicenda di Nicola e Mauro si doveva svolgere per forza in questo tipo di contesto: del resto il Melemma, il fiume del romanzo (che non esiste, ma somiglia molto al Sile, il corso d’acqua che unisce Treviso alla laguna di Venezia) è una presenza forte, quasi un personaggio vero e proprio. Ma in effetti ho un debole, anche come lettrice, per le storie suburbane, di provincia, rurali: tutti i luoghi, per quanto sonnolenti, a guardarli con attenzione rivelano un lato oscuro, ed è esattamente questo contrasto che trovo irresistibile. Ma, come scrittrice, se dovessi immaginare una storia dal carattere urbano non esiterò a cambiare ambientazione: anzi, sarà un piacere per me rituffarmi, anche se solo letterariamente, nella vita metropolitana, di cui ho vissuto per anni la ricchezza di suggestioni e di atmosfere.

5. Nel tuo romanzo il controcanto delle figure femminili è davvero prorompente, a tratti quasi disturba. Perché questa esigenza di circondare il protagonista di tante “salvatrici” tutte così disponibili e generose?
F.: Lorena è in effetti una donna dolce e accogliente, ma non trovo che le altre figure femminili di “Sulla riva” siano particolarmente generose. Agata è stata per Nicola una madre dura, orgogliosa al punto di arrecare danno al proprio figlio: aiutarlo da adulto nella sua rinascita è per lei anche l’occasione di fare ammenda degli errori del passato. Anna, la ex compagna, incalza Nicola per evitare alla piccola Lia il dolore di un padre sfuggente e ambiguo, ma è pronta a tagliarlo definitivamente fuori dalla vita della bambina. Elena e Chiara non sono figure salvatrici, per non parlare della madre di Mauro, che nutre verso Nicola un odio feroce.

6. Ci sono tematiche importanti che tu tratti in questo lavoro letterario come la malattia e la dipendenza. Ti servono per l’espiazione del protagonista o per sensibilizzare i lettori?
F.: Non è nelle mie corde la narrativa che si proponga di sensibilizzare i lettori verso un particolare tema sociale. Piuttosto sono io che nutro un’acuta curiosità, una fascinazione direi, nei confronti dei meccanismi biologici; allo stesso tempo mi interessa indagare come il corpo che abbiamo in dotazione, e quindi anche l’eventuale suo malfunzionamento, influenzi il nostro modo di vedere il mondo, e di stare nel mondo. Dal punto di vista narrativo, poi, la malattia è un utilissimo espediente drammatico: in Sulla riva costringe Nicola ad affrontare i nodi della sua esistenza e del suo passato. La dipendenza invece è più funzionale a disegnare la biografia e il carattere.

7. Se Nicola è l’antieroe chi è davvero l’eroe di questo libro secondo te?
F.: Temo che in questo caso ci si debba accontentare dell’antieroe Nicola.

8. Questo è il tuo romanzo di esordio. Quindi da “grande” vuoi fare la scrittrice?
F.: Sto lavorando a un secondo romanzo. Dopo tanta fatica per arrivare all’esordio, non vi libererete facilmente di me!

9. Scegli una frase di Sulla riva. Una sola. Quella che ti piace di più di tutto il romanzo.
F.: “Dove c’è un fiume, c’è gente che ci affoga.”

Intervista a cura di Antonia Del Sambro