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Contorni di Noir | February 20, 2018

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Intervista a Wulf Dorn

| On 16, Set 2014

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Foto di Cecilia Lavopa

Vi proponiamo oggi l’intervista a Wulf Dorn, scrittore tedesco che ha conosciuto il suo successo con il primo romanzo La psichiatra, edito nel 2010 e lo troviamo a raccontarci della sua ultima opera, Phobia, pubblicata sempre da Corbaccio e nelle librerie dall’11 settembre 2014.
Troverete la recensione già pubblicata su Contorni di noir.
Lo intervistai nel 2011 per Thriller Café a seguito dell’uscita de Il superstite e sono grata a Corbaccio di avermi dato l’opportunità di incontrarlo per la seconda volta.
Queste domande nascono dall’incontro in casa editrice con l’autore e dalla sinergia di un gruppo di blogger, tra cui la sottoscritta. Buona lettura!

1. Parlaci del tuo romanzo, com’è nata l’idea?
W.: Il filo conduttore di tutta la storia è la proprio paura rispetto che penetra nella nostra vita e all’improvviso ce la distrugge. Un po’ come è successo nelle nostre società occidentali dopo l’11 settembre. Ho scelto di parlare alle nostre paure che la nostra vita venga scossa e distrutta, a ciò che minaccia il nostro luogo sicuro e minaccia di distruggerlo.
Volevano cambiare il titolo ma ho insistito per conservarlo, perché mi sembrava importante proprio per mantenere il senso della storia. Sono convinto che ogni autore abbia una tematica tutta sua e nel mio caso è proprio la paura. Dipende anche dal fatto che io sono una persona paurosa!

2. Ho visto nel personaggio dello psicopatico senza volto l’incarnazione delle paure stesse della protagonista. E’ una possibile interpretazione e che alla fine lei abbia dovuto affrontarlo di petto lo sconosciuto proprio per vincere le sue paure interiori?
W.: Congratulazioni! Per articolare la risposta, mi ero posto come obiettivo di ambientare la storia su più livelli partendo dal grande arrivando nel piccolo e mi ero anche proposto di personificare queste paure che tu hai così ben riconosciuto e sei la prima persona che lo ha fatto!

3. Perché hai trattato la paura proprio in questo romanzo?
W.: Per due fatti: il racconto di un amico che, il mattino successivo a una festa di compleanno, trovò l’intera casa a soqquadro, cassetti aperti, abiti sparpagliati. Il televisore e lo stereo rubati. Cosa sarebbe potuto succedere se lui e la sua famiglia si fossero svegliati durante la notte?
Altro fatto è legato al periodo londinese. Da quando ci sono stati gli attentati, la gente è attenta e diffidente. In metro avere la borsa grande o un’aria vagamente musulmana crea paura all’interno della nostra società. Ma non sempre ciò che è sconosciuto può essere pericoloso. I due fatti sono in realtà la stessa storia, uno nel privato e uno nella storia mondiale.

4. Ho notato un parallelo tra Stephen King e il personaggio del bambino in Shining, rispetto a Phobia e la sua interprete principale, Sandra Bridgewater. Entrambi associati alle paure che si presentano da bambini, ma anche da adulti. Il suo lavoro alla clinica psichiatrica ti ha aiutato per la stesura del romanzo?
W.: Grazie per questo confronto! Mi fa molto piacere e, tra l’altro, ho letto King la prima volta a 12 anni e mi aveva entusiasmato enormemente, tanto da instillare in me la voglia di diventare scrittore. Tra l’altro, ho avuto il grandissimo onore di recente di conoscerlo di persona ed è una persona affascinante.
Le paure della nostra infanzia sono quelle che ci formano. Una cosa che ho imparato lavorando per vent’anni in ambito psichiatrico è che in una cosa aveva ragione Freud malgrado sia stato un personaggio piuttosto controverso: ciò che ci entra dentro da bambini ci segue anche in età adulta. Soprattutto, le nostre paure finisco con il formare l’adulto che diventeremo. Impariamo a conviverci, ma non è detto che scompaiano.
Della paura ne ho parlato anche nel primo romanzo, che ha come tema centrale l’Uomo Nero. Tradotto in varie lingue, l’Uomo Nero ha in tutti i romanzi la stessa traduzione.

5. Vi è un fascino particolare nei tuoi romanzi, capaci di stupire il lettore dai vorticosi cambi di scena e dai profili dei personaggi psicopatici che descrivi. Ribaltare la narrazione è una tua caratteristica?
W.: Ho cominciato molto presto a scrivere e promisi a mia nonna di continuare, ma non avrei mai pensato che diventasse la mia attività principale..sono molto grato al destino di ciò che mi ha riservato. Il termine “psicopatico” mi dà sempre un po’ fastidio. Occorre rompere il cliché dell’idea preconcetta, e mostrare come ognuno di noi abbia dentro di sé un certo potenziale di violenza. In una determinata situazione può far scattare qualcosa dentro di noi. Non è tutto bianco o nero e quando scatta qualcosa, invece di vincere il Bene vince il Male.
Quando comincio a scrivere una storia e seguo il suo andamento, ho bisogno di conoscere bene tutti i miei protagonisti e anche l’antagonista deve avere qualcosa di buono.

6. Perché hai scelto di ambientare il romanzo in Inghilterra e non in Germania, questa volta?W.: Semplicemente perché la storia lo richiedeva fortemente e alla fine del romanzo se ne capisce la ragione. Non vi preoccupate, nel prossimo romanzo torneremo in Germania.

7. Sono rimasta affascinata dal professor Otis, il quale riporta alla realtà Marc Behrend nel romanzo. Esiste anche nella realtà un professor Otis?
W.: Negli ultimi tre anni sono scomparse alcune persone a me molto care. Otis riassume due persone dalle quali ho imparato molto e che mi mancano. Ciò che mi piace quando scrivo, è giocare inserendo personaggi presenti in altri romanzi. Come Hiram Otis ne “il fantasma di Canterbury” di Oscar Wilde. Oppure il cognome di Sara: Bridgewater, mi sono ispirato al cognome di un mio amico inglese. Trovo bellissima l’immagine di un ponte (Bridge) sospeso su un fiume che scorre (water).

8. Sei andato a mettere il dito nella piaga, come si dice, in una delle paure più ataviche dell’essere umano: trovarsi uno sconosciuto in casa. Tu hai voluto andare oltre dando un’identità allo sconosciuto, umanizzandolo e rendendolo protagonista. In realtà, è piuttosto diffuso il furto di identità sul web e qualche anno fa imperava il gioco “Second Life”. C’è una ricerca di sfuggire alla propria vita, alla ricerca di una seconda opportunità?
W.: Secondo me, è più facile immaginarsi una vita diversa.. In Germania, è molto diffuso dire “Vorrei essere al tuo posto” o “essere nei tuoi panni”, così come tutti vorrebbe essere al posto di chi ha vinto al Totocalcio. Pensa che sono stato invitato a un’intervista proprio su “Second Life” ed è vero che tutti quelli che partecipavano volevano essere più belli, più ricchi, più famosi. Per carità, va tutto bene. Il problema è quando la seconda vita subentra alla prima..

9. Che messaggio hai voluto trasmettere attraverso questo romanzo?
W.: A me piace che sia il lettore a dare la propria interpretazione. E’ bello ricevere messaggi dai lettori che mi scrivono che un passaggio è stato importante. In questo romanzo, in particolare, faccio riflettere sul porsi di fronte alle proprie paure e affrontarle. Tutto ciò che c’è nelle nostre vite ci pone a confronto con le nostre paure ed è un simbolo di ottimismo.

10. Ci siamo trovati nel 2011 per Il superstite, ci ritroviamo nel 2014 per Phobia. Cos’è cambiato per lo scrittore Wulf Dorn in tre anni?
W.: Oggi la tecnica non è molto diversa rispetto al primo romanzo. Il modo in cui mi avvicino alle storie è uguale. Tuttavia, ho imparato che la lingua che uso è una sorta di melodia, a volte dai toni più pacati passando ai più energici. Lo strumento musicale con cui suono è meglio di quando ho cominciato. Mi sono davvero stupito del risultato raggiunto dal mio primo romanzo, è stata un’esperienza strabiliante, che però mi ha intimorito. A una situazione così ci si deve abituare gradualmente, non è così semplice abituarsi.

11. Il mio blog è molto attento alle uscite degli scrittori nord-europei ma, se ci facciamo caso, quando se ne parla non si citano autori tedeschi ma svedesi, finlandesi, norvegesi ecc. Sei contento che veniate indicati come scrittori tedeschi e non nella filone nordico?
W.: Lo stesso fenomeno lo registriamo in Germania. Io non amo molto questa definizione perché sono tedesco, ho un modo di pensare europeo, ma con un cuore e uno stomaco italiani. Mi sembra di osservare che alcuni miei colleghi tedeschi scrivano apposta storie ambientate a Berlino, Amburgo ecc. Io ambiento le storie in una città della Germania che non esiste, è frutto della mia fantasia, perché se uno legge il romanzo in Colombia, ad esempio, deve capire cosa sia la neve, che loro non hanno mai visto né toccato. Mi è difficile fissare una nazionalità, perché non ci deve essere una forte identità nazionale in quello che scrivo. Tra l’altro, di autori tedeschi oltre me ci sono Sebastian Fitzek e Arno Strobel, ma c’è un boom di scrittori di thriller che stanno spopolando in questi ultimi anni. Escono libri nuovi tutti i giorni. E’ un genere che racchiude in sé tante possibilità.
In alcuni casi sembra proprio che si voglia rinchiudere questi autori in un cassetto e ti aspetti di trovare un determinato genere. La realtà è che ognuno ha uno stile tutto proprio e particolare.

12. Progetti di scrittura per il futuro?
W.: Sì, ho un nuovo romanzo che uscirà i autunno in Germania e ho un progetto per un romanzo successivo a Phobia che dovrebbe uscire a primavera 2015. Ma non vi svelerò nulla!

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