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Contorni di Noir | February 21, 2018

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Intervista a John Katzenbach

| On 26, Mar 2015

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Photo by John Katzenbach

Oggi intervistiamo uno scrittore conosciuto e tradotto in ventuno paesi: John Katzenbach.
Originario di Princeton e laureato in Letteratura angloamericana, è stato a lungo redattore di cronaca nera per il Miami Herald, dove si è occupato anche del caso di uno dei serial killer più efferati della storia: Ted Bundy.
È autore di dodici romanzi, tra i quali i bestseller Maledetta estate (1982), La giusta causa (1992), Corte marziale (1999), L’analista (2002) e La storia di un pazzo (2006).
Dai suoi libri sono stati tratti film di grande successo con, tra gli altri, Sean Connery e Bruce Willis. Fazi Editore ha già pubblicato Il professore (2011) e L’uomo sbagliato(2012).
Oggi lo incontriamo in occasione della pubblicazione del suo ultimo romanzo, Un finale perfetto, Fazi Editore.

1. Sono onorata di avere la possibilità di intervistarti, John! Da dove nasce la necessità di raccontare storie?
J.: Accidenti. Questa è una domanda veramente raffinata e complessa. Mi piace pensare che il bisogno di raccontare storie è come un prurito psicologico che necessita di essere grattato di tanto in tanto. Crescendo, sono sempre stato affascinato dalle stranezze e dalle curiosità del comportamento umano. Il motivo per cui qualcuno facesse qualcosa – se su una pagina o nella vita reale- era per me quasi interessante come ciò che avevano fatto. Per cui questa attrattiva è proprio diventato un bisogno da parte mia. Penso che il giorno in cui qualsiasi scrittore smette di interessarsi al comportamento umano è il giorno in cui si mette da parte la tastiera o la penna e si smette di scrivere.

2. Quali sono stati i tuoi esordi? E’ stato difficile essere pubblicati? A cosa hai dovuto rinunciare e di che cosa ti sei arricchito?
J.: I miei inizi come scrittore? Un mio amico una volta mi disse che “ scrivere non è per il debole di cuore”. Nel mio caso, sono cresciuto pensando che la narrativa era la forma più interessante di opera letteraria. Ho amato i romanzi dall’infanzia. Ma guadagnarsi da vivere in questo modo è difficile, così dopo il college ho iniziato come giornalista. Essere il cronista di un giornale è come addestrarsi nelle cose strane e talvolta terribili che le persone fanno. Trasformare alcune di quelle esperienze in narrativa è ciò che ha dato inizio alla mia carriera. Ora, è stato difficile farsi pubblicare il primo libro? Si, lo è stato. Lo rifiutarono una dozzina di case editrici. Poi fu accettato. Allora diventò il libro del mese nella “club selection”. In seguito divenne un grosso affare per il cinema. Quindi apparve su importanti riviste. Ma io non ho mai dimenticato quei primi rifiuti. E’ sempre una buona idea tenere a mente le delusioni. Aiuta a tenere lo scrittore concentrato.

 

3. Ora è uscito “Un finale perfetto” pubblicato in Italia da Fazi Editore. Com’è nata l’idea?
J.: “Un Finale Perfetto” scaturisce da pensieri riguardanti l’essere intrappolato ed inseguito. Ero anche affascinato dalle idee del “ crimine perfetto” e mi accorgevo che questo poteva essere diverso per gente diversa. Ero veramente affascinato anche dalle dinamiche dei rapporti- e dal rispondere alla domanda se le persone possono riunirsi insieme per combattere un’anonima minaccia. E- questa è una risposta veramente di ampio respiro- ero stuzzicato dal procedimento dello scrivere e da ciò che significa per persone diverse. Così ho messo insieme tutto ciò che comprendeva un cenno a Cappuccetto Rosso e al dilemma che affronta nella favola. Se ci pensi, la sua è una ricca favola psicologica. E il Grande Lupo Cattivo del racconto è un personaggio profondo e sofisticato. Dopo tutto, mangiare Cappuccetto Rosso è solo uno dei suoi obiettivi. L’altro è unirsi a lei dal punto di vista emotivo.

4. Sono rimasta colpita dalla descrizione delle tre donne – estremamente diverse per età e per esperienze – all’apparenza fragili, ma capaci di azioni inaspettate. Pensi che, il copione delle favole sia da mantenere inalterato anche nel caso di un lettore adulto?J.: Bella domanda. Nel mio romanzo, ciò che stavo cercando di scoprire era questo: i difetti e le debolezze possono combinarsi in forza? Non è una domanda facile a cui rispondere. Valutando ciascuno dei tre Reds – i miei obiettivi nel libro erano uno stratagemma. Era anche ciò che rese divertente scrivere il libro.

5. Mi ha colpito il personaggio principale, che viene identificato per tutto il romanzo come “Il lupo cattivo” , in realtà uno scrittore frustrato dai suoi insuccessi e desideroso di riscatto nei confronti di una società che non lo valorizza a sufficienza. Cosa ne pensi?
J.: Mi piace molto il tipo cattivo – Il Grande Lupo Cattivo nel romanzo- perché è così arrogante, vanitoso eppure così menomato dai suoi bisogni. E’ sempre divertente scrivere sull’ambizione- specialmente dove è implicata la morte. Devi ricordarti che tutti i thriller psicologici – e “ Un Finale Perfetto” rientra in questa categoria esigono una tensione tra gli individui buoni e cattivi. Il romanzo è alimentato da dubbi – possono sopravvivere? Chi ci riuscirà? Ciò significa che l’autore deve tenerla tesa dall’inizio alla fine. Era la sfida in questo libro, ed è una sfida ciò che ti fa alzare ogni mattina e ti fa affrontare la pagina bianca.

6. La trama mi ha ricordato il format di un reality: documentare le reazioni dell’essere umano di fronte alla minaccia della morte imminente, filmare la paura che si riflette sui volti delle inconsapevoli vittime e studiare i comportamenti. Potrebbe essere la trama del prossimo film, che ne dici?
J.: Hah! Come ho detto- dubbi. Anche incertezza. I film migliori , come i libri migliori, mettono gli spettatori sul filo di lama e li tengono lì per tutto il racconto. Facile da dire. Difficile da fare. Sia sulla pagina che sullo schermo.

7. Qual è l’aspetto che prevale nei tuoi romanzi? Vogliono essere di denuncia o, al contrario, raccontare prevalentemente crime novels? Che messaggio vuoi trasmettere?
J.: Il messaggio? Fammi esporre chiaramente questo: tutti i miei libri esplorano l’umana capacità di recupero. Come superano le persone comuni ostacoli straordinari? Mi piace esplorare la psicologia della resistenza e del rifiuto, insieme alle emozioni della fiducia in se stessi. Mi piace raccontare storie emozionanti che fanno pensare il lettore. Se riesco a farlo – è un buon messaggio per me.

8. Dal tuo primo romanzo sono passati quasi trent’anni. Come è cambiata la scrittura di John Katzenbach e com’è cambiato lo scrittore oggi?
J.: Oh…. Trenta anni che scrivo! Sembra ieri che ho iniziato il mio primo romanzo. Come sono cambiato? Suppongo di essere più brillante ora di allora, ma forse no. Probabilmente no, ahimè. Chi lo sa? Ho un amico che ritiene che ci vogliono 3-4 romanzi solo per riuscire a capire come farlo. Penso che si sbagli. Penso che sto ancora lavorando per riuscire a capirlo- perché ogni storia che racconto è diversa.. spero che mantenere questo approccio renda i racconti brillanti.

9. Quali sono stati gli scrittori che più ti hanno ispirato?
J.: L’ispirazione: Dickens, Dostoesvky, Stendhal, Hemingway (come ogni scrittore americano). I migliori libri dell’era moderna: The Master and Margarita di Mikhail Bulgakov e The Magus di John Fowles: Il thriller che raccomando sempre. Smilla’s Sense of Snow di Peter Hoeg. Che grande scrittore!. Per non parlare del grande John LeCarre. Mi piace consigliare ai miei amici : Savages di Don Winslow, James hall, Phil Caputo, Sara Paretsky, Sebastian Fitzek…. Potrei continuare.

10. Qual è il tuo rapporto con i lettori? Raccontaci qualche feed back divertente che hai ricevuto.
J.: A dire il vero mi piace molto mantenere i contatti con i lettori in tutto il mondo.. Stranamente –le domande che ricevo dall’Italia sono diverse in modo significativo da quelle della Germania o dalla Spagna. In America Latina i lettori replicano ad un elemento, mentre in Gran Bretagna è un altro. Molti racconti insoliti ma è ciò che tuttora mi stimola. Il mio unico romanzo storico è stato Hart’s War- che riguardava il mistero di un omicidio avvenuto nel campo tedesco per prigionieri di guerra durante la seconda guerra mondiale. Si basava vagamente sulle esperienze del mio povero padre durante la sua prigionia a Stalag Luft 3 per quasi tre anni. Lavorai sodo per avere i dettagli giusti, pur sapendo che inevitabilmente avrei fatto confusione su qualcosa. E in effetti, poco dopo la pubblicazione del libro, ricevetti una lettera da un pilota combattente britannico in pensione ormai ottantenne, che faceva notare che avevo sbagliato il tipo di armamento del 1943 su uno Spitfire . Era l’anno in cui passarono dalle mitragliatrici ai cannoni. Era un unico incredibilmente poco importante verso in un libro di 400 pagine. Ma l’ex pilota disse che gli rovinava il racconto. Qui negli Stati Uniti abbiamo una frase: “sometimes you can’t win for losing” che non ha molto senso in italiano- ma che sostanzialmente significa che non importa quanto sia buona qualcosa, c’è sempre qualche buono a nulla che rovina il migliore dei piani. . Fidati non sbaglierò l’armamento del 1943 di uno Spitfire di nuovo se finirò con scriverne uno. Lo prometto.

Grazie per questa bella intervista e in bocca al lupo per i tuoi romanzi!

Grazie per le belle domande. John Katzenbach