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Contorni di Noir | November 23, 2017

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Intervista a Friedrich Ani

| On 16, Feb 2017

(c) Friedrich Ani

Friedrich Ani nasce nel 1959 in Baviera, a Kochel, e vive a Monaco. Pluripremiato giallista tedesco, vincitore per cinque volte dell’autorevole Deutscher Krimipreis, è anche autore di numerosi romanzi, libri per ragazzi, poesie, radiodrammi e sceneggiature.
Lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo, “M come Mia” e ci siamo fatti raccontare qualcosa sul commissario Tabor Süden, personaggio dei suoi romanzi,  tradotti in Italia dalla casa editrice Emons. Questa, nata inizialmente per gli audiolibri, è approdata da qualche tempo con successo anche ai libri cartacei.

1. Grazie ad Emons abbiamo avuto negli ultimi due anni la possibilità di entrare in contatto con un poliziotto molto particolare, un “detective dei perduti”, un uomo che vive la sua condizione di appartenente alla polizia più come un mezzo con cui poter redimere una parte di sé, cercando chi si è perduto o chi è scomparso. Iniziamo allora con una domanda un po’ scontata: cosa ti ha spinto a creare un personaggio così fuori dalle righe come Tabor Süden?
F.: Più di vent´anni fa, quando dovevo decidere se continuare a fare lo scrittore, notai che quasi tutte le mie storie trattavano di persone scomparse. Allora mi chiesi: chi indaga su questi casi? E andai alla Polizia per fare una ricerca sul tema. Un giorno poi vidi in un locale un uomo che aveva l’aria di chi cerca qualcuno. Almeno volli crederlo, e gli diedi il nome di Tabor Süden.

2. Osservando la serie di libri che lo vedono protagonista ed avendone letti alcuni di essi, la sensazione è che la figura di Süden sia molto radicata, ovvero che si tratti quasi di una persona reale e che anche ciò che gli accade lo sia. Quanto ha avuto, se lo ha avuto, peso la realtà vera quale ispirazione dei romanzi e quanto deriva, eventualmente, dalle suggestioni tratte dal passato quale cronista giudiziario?
F.: Piuttosto poco. La mia carriera come reporter di cronaca nera era passata da dieci anni quando cominciai a scrivere gialli. Ma naturalmente avevo un po´di esperienza come si lavora in polizia e quindi mi fu più facile parlare con i commissari.

3. In Italia il primo libro tradotto era in realtà il sedicesimo della serie che vede Süden quale protagonista, ma il primo in cui l’uomo lavora da solo, al di fuori della Kripo. Già dalle prime pagine emerge un personaggio anomalo, segnato da una serie di dolori – la morte precoce della madre, il padre scomparso (che lui non riesce a trovare) ed il suicidio del suo migliore amico e collega Martin. Potremmo definire quest’uomo una sorta di “vinto” che cerca un riscatto nel ritrovare gli altri, in modo da trovare sé stesso?
F.: Forse è così, non lo so. Ma non è un loser, è un professionista molto serio, sa quello che fa. Anche il silenzio è un suo metodo con cui riesce a far parlare le persone.

4. Ritieni che il tuo stile si possa definire in un ambito? Mi spiego: i tuoi romanzi, sebbene rifuggano le solite situazioni tipiche dei gialli, hanno forse molto più di altri il vero aspetto di un noir. Atmosfere in cui la tragedia umana quotidiana, le piccolezze, le bestialità, la società e il suo corredo di nefandezze vengono disvelate e raccontate anche con un pizzico d’ironia. Quindi, credi che i tuoi romanzi siano dei noir?
F.: Assolutamente! Noir noir!

5. In merito a quanto l’oggi sia presente nel tuo narrare, nell’ultimo romanzo “M come Mia”, ci sono alcune situazioni e richiami che mettono una certa apprensione. Mi riferisco alla presenza e alla sempre maggiore visibilità di tutti quei movimenti di stampo neo-nazista che pare abbiano, negli ultimi anni, goduto di una sorta di beneplacito delle autorità. Da ex-giornalista, come leggi gli eventi degli ultimi tempi e il lassismo con cui certi governi o autorità locali lasciano più spazio a certe idee?
F.: Non giudico le idee neonaziste dal punto di vista giornalistico, ma da cittadino comune. Le posizioni di queste persone sono molto pericolose e siamo tutti chiamati a fermarle, in tutti Paesi, in tutto il mondo.

6. Torniamo ad una domanda che mi capita di porre ad ogni scrittore con cui ho la fortuna d’imbattermi: ognuno di voi ha una sorta di “metodo”, una sequenza di cose che fa prima di iniziare a scrivere. Cosa fa scattare in te la necessità di mettere per iscritto una storia?
F.: Il mio interesse professionale…

7. A parte alcuni, la maggior parte dei personaggi che appaiono nei tuoi racconti fanno parte di un’umanità ai margini, parte di quel “tutto” che ci passa davanti agli occhi, ma che spesso non notiamo. Credi che si possa dire che i tuoi libri ci mettano davanti al fatto che spesso non vogliamo vedere gli altri per non farci coinvolgere?
F.: Scrivo soprattutto delle persone che conosco. Alcune di loro forse non vivono al centro luminoso delle società ma vivono ugualmente e io le vedo, le ascolto e me le sento vicine.

8.Un altro tratto particolare di Süden è il suo stare in silenzio. Si siede e aspetta che le persone inizino a parlare (tipo Ilona Zacherl). Sono affascinato da questo comportamento che mi ha reso Süden immediatamente empatico e un personaggio da seguire in futuro. Quanto ritieni che rimanere in silenzio possa rivelarsi più potente che parlare?
F.: Tabor Süden usa il silenzio spesso per far uscire allo scoperto i suoi interlocutori. Secondo me, c´è troppo small talk nel mondo, preferirei più small silence.

9. Bene eccoci all’ultima domanda (in realtà no, ne avrei almeno altrettante, ma le tengo per la prossima volta…): Süden sembra trovare una sorta di lato peculiare e piacevole nella ricerca fine a sé stessa, quasi con l’insperato desiderio di trovare ogni volta più di quanto stia realmente cercando. Il suo approccio silenzioso, come dicevamo, aiuta i silenziosi a uscire allo scoperto, a rivelare il loro vero io soltanto a lui. Quanto abbiamo perso della bellezza del cercare nella realtà attuale?
F.: Cercare vuole dire avere la pazienza di rimanere curiosi, capaci, di farsi sorprendere. La maggior parte delle persone fa viaggi lontani e torna con le stesse idee ristrette con cui era partita. Non apprendono niente di nuovo, non si aprono, vogliono solo conferme per le loro convinzioni.
Cercare vuol dire sempre anche incontrare se stessi e molti di noi hanno paura di fare scoperte inaudite. Certo, è una paura comprensibile.

Nella speranza di averlo ancora ospite nel nostro blog – magari con qualche parolina in più su di lui e sui suoi libri che, vi assicuriamo, meriterebbero maggiore attenzione da parte dei lettori italiani – auguriamo di sentire parlare presto del nostro commissario Süden!

Intervista a cura di Michele Finelli

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