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Ilaria Tuti vive a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Da ragazzina voleva fare la fotografa, ma ha studiato Economia. Ama il mare, ma vive in montagna. Appassionata di pittura, nel tempo libero ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice. Ama i romanzi di Donato Carrisi. Nel 2014 ha vinto il Premio Gran Giallo Città di Cattolica.
Ha pubblicato con Longanesi il thriller “Fiori sopra l’inferno” e l’abbiamo intervistata per farci raccontare qualcosa di più.
1. Benvenuta, Ilaria. Cosa vuoi che sappiano i tuoi lettori di te, a parte la biografia che possiamo leggere?
I.: Grazie per l’invito. Vorrei che i lettori sapessero quanto riconoscente sono loro. Le storie vivono solo se c’è chi le legge. Senza questo atto stupendo di condivisione, ciò che scrivo non avrebbe senso di esistere. Li ringrazio di cuore.
2. Abbiamo letto che sei appassionata di pittura, oltre che di scrittura. Da dove nasce la necessità di utilizzare linguaggi diversi per comunicare?
I.: Sono modi diversi per raccontare storie e io le storie le ho sempre inventate nella mia testa. Fino a qualche anno fa, le raccontavo per mezzo di immagini e colori, con l’uso delle ombre e delle luci. C’era una storia misteriosa dietro ogni quadro. Quando ho sentito l’esigenza di un mezzo più immediato, sono passata all’uso delle parole, ma la tecnica è la stessa: la storia nasce dentro di me, vedo scorrere le immagini come in un film, e a quel punto cerco le parole più adatte per tradurle. Uso ancora molto i colori e le ombreggiature per restituire al lettore le immagini come le vedo io.
3. È uscito il tuo romanzo d’esordio con Longanesi “Fiori sopra l’inferno”. Com’è nata l’idea?
I.: Il personaggio principale lo avevo già, dovevo solo calarlo in una storia interessante. Lo spunto me lo ha dato un articolo di psicologia che stavo leggendo. Da lì è nata l’idea di un antagonista dal passato tragico che ne ha forgiato la mente speciale. Come è definita nel romanzo, una mente quasi “aliena”.
4. Libro letto da tanti, raccomandato, reclamizzato, tradotto in altre lingue: ti aspettavi un successo così grande?
I.: No, non avrei mai immaginato un successo simile. Ho fatto tutto il possibile per dare al lettore la mia storia migliore, ma poi la sua reazione è sempre insondabile, e questo forse è il lato più magico della scrittura: l’alchimia che a un certo punto nasce tra un libro e il lettore. Non è determinabile a priori. Si può solo sperare che accada e lavorare con dedizione.
5. Il personaggio principale, il commissario Teresa Battaglia, è una vera rivelazione. Perché è il contrario del “poliziotto“ ideale. Eppure ha una umanità e una forza raramente uguagliate ed uguagliabili. Come è nato il personaggio?
I.: Teresa mi ha colpito con un’immagine, ormai quasi tre anni fa. Avevo davanti agli occhi questa donna non più giovane, il fisico appesantito e acciaccato, l’espressione concentrata e sofferente. La vedevo china su una scrivania ricoperta di fogli pieni di appunti: la sua memoria di carta. Teresa è nata così, in modo naturale. Le ho donato la mia passione per la criminologia e un carattere spigoloso, ma anche autentico e indomito. Teresa è forte non perché indistruttibile, ma perché capace di rimettersi in gioco dopo ogni battuta d’arresto, come fanno tante donne nella vita di ogni giorno.
6. Parliamo della donna Teresa Battaglia: fragile di salute, con un passato tormentato e tormentoso alle spalle, ricorda un poliziotto con caratteristiche simili: il commissario Erlendur dello scrittore finlandese Indridason. La psicologia dei protagonisti va di pari passo con la storia gialla che “ruota” intorno. Era questo il tuo intento?
I.: Non mi sono mai piaciuti i personaggi “fissi”, quelli quasi marmorei che non cambiano, non cedono e non si sentono mai messi in discussione dalle circostanze. Al contrario, sono stata sempre attratta da quelli magari difficili, non immediatamente simpatici, ma in evoluzione e soprattutto genuini. Il mio intento nel romanzo era mettere Teresa davanti a sfide enormi e vedere come reagiva. Volevo fare affiorare la sua straordinaria umanità, la caparbietà che ognuno di noi deve avere per affrontare la vita e superare le difficoltà. Trama gialla e questo intento hanno da subito proceduto di pari passo. Non ho mai creduto alle separazioni di genere: anche un thriller può raccontare la vita e può farlo attraverso personaggi dal vissuto intenso.
7. Anche i personaggi di contorno (ad esempio l’ispettore Marini, o i bambini) sono ben tratteggiati; come li hai costruiti? E quanto sono serviti nel contesto della storia?
I.: Marini, a differenza di Teresa, è nato a poco a poco, delineato dalle battute di lei. Si può dire che sia una sua costola. Avevo bisogno di un personaggio che permettesse a Teresa di dare il meglio in termini di battutacce e all’inizio lui è stato questo: un bel bersaglio. Marini, però, nel corso della storia si evolve, come tutti: vede le sue certezze sgretolarsi, dovrà reagire, e lo farà crescendo. I bambini li ho fortemente voluti in questa storia, perché rappresentano la speranza, la parte più pura e istintiva di noi che ci viene in soccorso nei momenti difficili. Sono gli unici a non temere la foresta, a muoversi nel bosco, al buio, senza disagio e difficoltà. Come dice Teresa, sembrano spiriti antichi, non temono la natura perché nemmeno loro sono abbastanza addomesticati da vederla come un pericolo. Nel romanzo vengono salvati in diversi modi, ma si salvano per primi da soli: stando l’uno vicino all’altro, sostenendosi a vicenda.
8. In questo romanzo la montagna, la “tua” montagna, ha un ruolo quasi di comprimaria. È stato nelle tue intenzioni un omaggio alla terra dove sei nata e dove vivi?
I.: Sì, volevo trasmettere il senso di appartenenza che mi lega alla mia terra, lo stupore che provo osservandola. Per questo volevo scrivere un romanzo “sensoriale” e spero almeno in parte di esserci riuscita. Non volevo che le descrizioni si limitassero a essere parole, ma che si trasformassero in odori, luci, suoni e colori. Ho riscoperto la bellezza del Friuli in età adulta e ci tengo a trasmetterla al lettore con il senso di meraviglia che anch’io provo.
9. L’incipit, così inquietante e misterioso, ci riporta ad un periodo storico per noi buio e funesto: il nazismo. Questa vicenda così particolare, che dà poi l’avvio a tutto ciò che succede dopo, è stata ispirata a qualche episodio realmente accaduto? O magari a qualche storia narrata tra le tue montagne
I.: L’incipit è di fantasia, ma si ispira a uno studio condotto in ambito psicologico a metà degli Anni Quaranta del secolo scorso, che nulla però ha a che fare con il nazismo. È un’osservazione condotta da René Spitz, psicoanalista austriaco naturalizzato statunitense, sulle condizioni degli orfanotrofi dell’epoca e sulla sindrome da deprivazione affettiva nei neonati. Lo studio ebbe se non altro il pregio di dimostrare che per un corretto sviluppo, psichico e fisico, l’amore conta tanto quanto il nutrimento e la cura del corpo. Sembra scontato, ma all’epoca non lo era affatto e le condizioni di indifferenza affettiva portavano a conclusioni tragiche.
10. Domanda canonica ma che i lettori vorranno sapere… Avremo un seguito con il personaggio di Teresa Battaglia come protagonista?
I.: Sì, Teresa tornerà presto con una nuova avventura, sempre ambientata nella mia terra, in un luogo molto suggestivo e dalla storia – vera – incredibile.
Intervista a cura di Rosy Volta












